Rivista il mulino

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LEGALITÀ
Francesco Vella, 12 July 2011

Ormai da tempo la teoria economica attribuisce alla pressione concorrenziale un ruolo propulsivo nel migliorare le performance del sistema produttivo. Si è, così, diffusa la consapevolezza della necessità di massicce dosi di concorrenza in un Paese dove in molti ricordano con nostalgia le mitiche «lenzuolate», all’epoca ritenute addirittura troppo timide. Ma nel ragionare di concorrenza non andrebbe mai dimenticato che il primo fattore distorsivo della concorrenza è l’illegalità; se il rispetto delle regole diventa una variabile dipendente dalla valutazione di convenienza si generano vantaggi occulti e, al tempo stesso, squilibri evidenti nella allocazioni di risorse. Anche Confindustria, nel progetto «Italia 2015» premette a tutte le sue numerose proposte di riforma una solenne dichiarazione, secondo cui «il Paese deve fare della legalità il suo punto di forza, un vero e proprio marchio di qualità, per attrarre investimenti dall’estero e facilitare il processo di crescita e di internazionalizzazione delle imprese italiane».

In un articolo che verrà pubblicato sul prossimo numero del «Mulino», cerco di analizzare come le scelte di regolamentazione in materia di diritto dell’impresa possano dare un contributo alla crescita dimensionale delle imprese e come anche i fenomeni di illegalità pesino e incidano notevolmente sulle capacità e potenzialità di sviluppo dell’apparato produttivo.

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Alessandro Monti, 25 May 2011

A Scampia, quartiere degradato alla periferia nord di Napoli, c'è una piccola oasi di speranza. È il Centro di formazione Hurtado diretto dal gesuita Fabrizio Valletti, impegnato a “liberare” i giovani da ricatti e lusinghe della camorra per avviarli a lavori onesti. Una sfida ambiziosa in un territorio dove per molti l’alternativa alla fuga è accettare lavoro nero o proposte criminali e le attività sommerse non emergono perché sono i lavoratori a voler restare in nero per non perdere una occupazione precaria. 

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Bruno Simili, 12 October 2009

Siamo passati dal tempo in cui un ministro della Repubblica poteva affermare tranquillamente che «con mafia e camorra bisogna convivere e i problemi di criminalità ognuno li risolva come vuole» (2001), attraverso quelli in cui ci si convinceva poco alla volta che la mafia fosse ormai agli sgoccioli (2006, dopo la cattura del boss Bernardo Provenzano, detto Binnu u tratturi), a quelli odierni, in cui di mafia in pratica si parla poco o niente. Ci volevano le dichiarazioni dell’ex ministro di Grazia e giustizia Claudio Martelli a proposito dei presunti rapporti tra Cosa nostra e pezzi di Stato perché nell’Italia oscurata dal berlusconismo e dai suoi effetti se ne tornasse a parlare.

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