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Napoli
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«Napoli comincia molto prima di giungere nei suoi confini amministrativi». È probabile che questo pensiero venga in mente al viaggiatore che oggi si avvicini alla città via terra. Dalle pendici del Vesuvio a Sud, fino alla provincia di Caserta a Nord, il panorama offre allo sguardo un sistema urbanistico e sociale chiaramente distinguibile. Un estendersi di aree residenziali, di servizio, commerciali, industriali, con i restanti spazi verdi e zone agricole ancora di pregio (da non sottovalutare in una ipotesi di valorizzazione dei fattori produttivi), che si susseguono in modo spesso disordinato, ma secondo una trama che è lì, non senza una sua spontanea razionalità, in attesa di azioni riformatrici che ne rammendino i pezzi.

>> Napoli e provincia: i principali dati socio-demografici 

La tracimazione della popolazione di Napoli verso l’esterno e la repentina crescita demografica dei comuni della provincia costituisce il cambiamento di maggiore portata degli ultimi cinquant’anni. In questa trama dai caratteri unitari, la fascia costiera vesuviana e la cintura a nord di Napoli (quest’ultima in rapida crescita e caratterizzata da popolazione sensibilmente più giovane rispetto alle media provinciale e, ancor di più, a quella nazionale) rappresentano le due zone a maggiore addensamento di popolazione. Ormai i confini del comune capoluogo racchiudono solo uno dei tre milioni di abitanti che popolano la vasta conurbazione della sua area metropolitana (la terza per numero di abitanti dopo Roma e Milano, la prima per densità abitativa). Una rivoluzione copernicana che giocoforza ribalterà (e comincia farlo, nonostante le resistenze) i rapporti di forza storici tra la città capoluogo (Saturno) e la popolazione del suo hinterland (i suoi figli).

Le rappresentazioni di questo territorio vasto sono in genere binarie. A volte apocalittiche – la terra dei fuochi, la camorra, la corruzione imperante – altre volte oleografiche – la cultura, la napoletanità, il folklore. Ad una analisi più attenta vengono fuori le problematiche tipiche delle grandi aree urbane, certo più gravi rispetto ad altri luoghi più centrali nei flussi economici mondiali e cresciuti con una impronta di programmazione sovralocale, ma anche diversi punti di forza che disvelano potenzialità notevoli. Passiamo brevemente in rassegna le une e gli altri.

Il primo problema – tipicamente italiano, occorre sottolineare – è il consumo di suolo. L’edificazione tumultuosa, speculativa e comunque in gran parte realizzata in assenza o contro i piani regolatori, ha sottratto alla valorizzazione economica e alla utilità sociale ampie aree di pregio, agricolo e naturalistico. Ha spezzato – come ha più volte sostenuto l’agronomo Antonio di Gennaro – la continuità funzionale e strutturale del paesaggio agrario con un danno ambientale in parte purtroppo non recuperabile. Se si considera la presenza del Vesuvio,  che sottrae alla utilizzabilità una buona porzione di territorio, e della costiera sorrentina che per vocazione naturale e morfologia fa caso a sé, la restante parte di territorio risulta pressoché satura di vita urbana. In aggiunta a questo, il modello di sviluppo edilizio per insediamenti residenziali sparsi ha cambiato irreversibilmente il panorama di zone ad alto valore paesaggistico e spesso di interesse storico e archeologico. È stata la fascia costiera ad aver pagato il più pesante tributo alla logica speculativa, con un effetto di dissipazione di importanti risorse di ordine collettivo (ambiente, paesaggio, testimonianze storiche, attività e luoghi ad alto potenziale turistico).

Questa trasformazione dei caratteri del territorio corrisponde alla declinazione in sede locale di processi di mutamento di portata ben più ampia. Come molte altre aree dell’occidente, a partire dagli anni ottanta una intensa deindustrializzazione, cha ha riguardato in primis le partecipazioni statali, ha lasciato spazio a un terziario a bassa produttività e spesso di tipo parassitario. Ci sono certamente punte di eccellenza, esperienze innovative, anche nelle forme d’azienda, capaci di intercettare una nuova domanda di servizi proveniente dal mercato. Spesso si tratta di giovani che si fanno avanti alla guida di imprese a bassa soglia d’ingresso (ristorazione, agriturismo, servizi turistici, cura e valorizzazione del patrimonio storico e artistico). Oppure start up nel settore dei servizi alle imprese, anche ad alto contenuto tecnologico. Ma il contesto generale continua ad essere segnato da elementi negativi: numerosi settori “protetti”, soggetti alla regolazione pubblica e caratterizzati da rendite di posizione; ampie quote di sommerso; riproduzione di forme impresa violenta o paravento di gruppi criminali organizzati. Qui sembra decisiva in negativo l’affermazione di pezzi di classe politica con una bassa percezione dei costi morali connessi allo scambio corruttivo in senso lato.

La commistione tra politica, economia e violenza organizzata ha fiaccato in molti casi la capacità imprenditoriale e direttiva portando l’economia su un terreno regressivo e speculativo. Sarebbe fuorviante sostenere che si è in presenza di un modello di sviluppo criminale ma non c’è dubbio che la componente della criminalità organizzata sulle attività di impresa e sui rapporti sociali continui a giocare un ruolo importante in porzioni rilevanti di territorio.

Gli esiti negativi del mutamento in corso sono ben visibili nei dati relativi al mercato del lavoro. I tassi di attività e di occupazione della provincia di Napoli sono molto al di sotto della media nazionale: rispettivamente, nel 2016, il 50% e contro il 65% e il 39% contro il 57% del dato nazionale. Un modello di sviluppo basato sulla speculazione di corto raggio, dunque, che ha potuto imporsi grazie ad una bassa – e spesso collusa – governance dell’economia e a una carente integrazione dei servizi della pubblica amministrazione. La città metropolitana da poco costituita non sembra in grado, per deficit strutturali, per limiti politici e di classe dirigente, di rispondere alla domanda di razionalizzazione dei fattori produttivi del territorio.

A questa situazione fa da contraltare, e qui siamo agli aspetti di potenzialità positiva, una dotazione infrastrutturale non di secondo piano. I trasporti in particolare, sebbene richiedano una messa a sistema e investimenti non di poco conto, rappresentano una base di buon livello da cui ripartire. Già oggi la dotazione della rete ferroviaria della provincia di Napoli è superiore  alla media nazionale. La recente apertura della stazione Tav di Afragola, baricentrica rispetto all’area metropolitana, mira a decongestionare la stazione centrale e spostare attività e flussi nella piana a Nord della città, ricalibrando i nodi strategici in rapporto alla distribuzione residenziale. Inoltre, i progetti di integrazione delle reti su ferro, in particolare delle linee regionali con quelle della città capoluogo, già in parte realizzati, possono consentire in un futuro non troppo lontano di abbattere la percentuale di spostamenti con mezzi privati all’interno dell’area metropolitana (circa il 50%), a giovamento dell’ambiente, della qualità della vita e delle funzioni economiche. Altre note positive per l’infrastrutturazione del territorio vengono dai collegamenti via mare: la crescita delle attività del porto di Napoli, sia per quanto riguarda la crocieristica sia per la movimentazione merci, e i lavori di ampliamento e di collegamento dello scalo con altri nodi intermodali (stazione, aeroporto, piattaforma logistica dell’interporto) rendono possibile programmare il futuro su basi meno fragili.

Queste potenzialità trovano riscontro in attività economiche che sembrano aver superato la crisi globale degli ultimi anni ed essere in grado di proporsi come vettori di uno sviluppo non effimero. Anche se con una quota notevole di sommerso, alcune produzioni manifatturiere mostrano una notevole vivacità con interessanti dinamiche di crescita delle esportazioni. Il comparto moda, con il settore calzaturiero a nord di Napoli e quello tessile e dell’abbigliamento nell’area a ridosso del Vesuvio, mostrano un fittissimo tessuto di piccole aziende, per gran parte contoterziste di importanti marchi della moda internazionale, ma anche di marchi locali. La forza di questo settore sta in un saper fare tradizionalmente radicato nel napoletano. Non mancano punte di eccellenza con aziende di alta sartoria ben presenti, e in crescita, nel mercato globale.

Simile struttura aziendale e dinamica di mercato caratterizza la produzione agroalimentare che vede incrementare nell’ultimo biennio occupati e fatturato. Nonostante l’intensa urbanizzazione, restano spazi in cui è ancora possibile realizzare coltivazioni di qualità e talora di eccellenza, che in parte costituiscono la base di questo comparto. Nel disordinato sistema metropolitano sono in attività ben 38 mila aziende agricole, che rappresentano il 40% dell’agricoltura regionale. Il settore agroalimentare ha vissuto anni difficili per la crisi generalizzata della domanda, aggravata dalla cattiva reputazione derivante dal problema delle discariche abusive e dell’interramento dei rifiuti tossici. A questo proposito occorre notare che l’immagine veicolata dai media di un’area fortemente compromessa nel suo complesso costituisce una rappresentazione distorta. Il problema è in realtà ben più contenuto riguardando una percentuale minima di territorio e alcuni siti ben delimitati, mentre ripetuti controlli sulle produzioni ne certificano la salubrità. Ottime performance si registrano nell’industria di trasformazione del pomodoro. A ridosso dell’area metropolitana di Napoli, ma pienamente integrato nelle sue dinamiche economiche, si trova il distretto delle conserve dell’Agro nocerino sarnese, ai primi posti in Italia tra i distretti agroalimentari per valore delle esportazioni (oltre 1.100 milioni di euro nel 2015). Le filiere dell’abbigliamento e dell’agroalimentare sono costituite da un tessuto di imprese robusto, sebbene di piccola dimensione, con quote rilevanti di mercato nazionale e internazionale. Richiederebbero politiche specifiche che rafforzino le competenze, orientino la pubblica amministrazione vero servizi di migliore qualità, facilitino l’emersione dalla dimensione irregolare e l’accesso al credito.

Sebbene ridotta nelle sue dimensioni complessive, la manifattura industriale conserva ancora poli di qualità con imprese capofila a partecipazione pubblica. Di particolare rilevanza sono i casi dell’Alenia, nell’area nord est di Napoli, e della Fincantieri di Castellammare di Stabia sulla costa a sud del Vesuvio. Il polo aerospaziale, in particolare, è al centro di un indotto diffuso in provincia di Napoli e oltre. La Campania in questo comparto è al secondo posto per fatturato e al primo per numero di addetti (circa 8.000) tra le regioni italiane. Si tratta di settori  che comprendono anche lavorazioni di alta tecnologia sensibili alle innovazioni di processo e di prodotto e alle dinamiche dei mercati internazionali, con strutturate relazioni con i centri di ricerca universitari.

Naturalmente sono molti i nodi da sciogliere, i problemi atavici, le incapacità conclamate. Tra queste spiccano, come esempio plastico di insipienza politica,  i casi delle aree industriali dismesse di Bagnoli, a ovest della città, e di Napoli Est, in attesa ormai da decenni di un realistico piano di sviluppo. Nonostante ciò, il sistema metropolitano va costruendosi «oggettivamente», secondo una dinamica spontanea. Con tutti i limiti strutturali e con i vincoli posti da una pubblica amministrazione in larga parte inefficiente e orientata allo scambio particolaristico, è possibile quindi individuare non trascurabili fattori di sviluppo. Sarebbe necessario un salto di qualità della politica per mettere a sistema le potenzialità e limitare le diseconomie esterne. Una questione che rimanda direttamente agli assetti di classe dirigente.

 

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