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Roma
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Roma è stata tante cose diverse nella sua lunga storia. Capitale di un impero e segno devastato della sua fine. Capitale del potere temporale della Chiesa cattolica e agro bucolico e pastorale. Città aperta e luogo di deportazione ed eccidi (1943-44). Simbolo del miracolo italiano (il centro) e delle sue contraddizioni (le periferie e le borgate)1. Oggi non è così. Oggi che Roma non ha una visione del proprio futuro, nell’immagine esterna e quindi in quella dei suoi cittadini, prevale una sola dimensione: «il degrado».

L’immagine del degrado tiene insieme centro e periferia, lo squallore patinato della grande bellezza e la depravazione di Jeeg Robot2. La descrizione del «New York Times» diventa il nostro mantra: «La spazzatura dappertutto […] il proliferare dei venditori ambulanti senza licenza […] le erbacce incolte […] i trasporti pubblici irregolari […] il percorso a ostacoli tra auto parcheggiate dove non dovrebbero […] gli infidi rigonfiamenti e affossamenti delle strade non riparate»3.

Perché… non è forse così? Certo, Roma è anche questo. Ma lo è da molto tempo, forse «da sempre». Come «da sempre» è anche luogo di confusione tra potere politico e amministrativo, di relazioni sociali e di potere protese alla costruzione di rendite, di non governata espansione edilizia4. La differenza è che ora manca una visione del futuro, e tutto ciò assume tratti assoluti. Il cinismo dei romani – frutto della paura di essere delusi da ogni speranza di cambiamento – fa il resto. «Degrado» finisce per riassumere l’essenza di Roma.

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Per fare un passo avanti conviene mettere in discussione sia questa lettura riduttiva, sia le dicotomie prima richiamate. Soprattutto quella fra centro e periferia. Non solo per distinguere, come bene fa Tocci5, fra periferia storica e periferia anulare (a cavallo del Gra, il Grande raccordo anulare), ma per cogliere la natura «multicentrica» della città, che ne fa un vero e proprio arcipelago6.

Il territorio, gli abitanti e la cultura costituiscono questo arcipelago. La superficie è smisurata – la seconda città più estesa dell’Unione europea (tra poco la prima, se Londra ci lascia) – ma soprattutto si alternano senza interruzione città e campagna, negando quella contrapposizione urbano-rurale che rende irreversibile il destino di molte metropoli del mondo. I residenti di cittadinanza non italiana rappresentano una quota ormai significativa della popolazione (circa il 13%), ma soprattutto la Roma di oggi è il frutto di possenti immigrazioni interne, durante il fascismo e nel dopoguerra7, che fanno della città una miscellanea culturale. E ciò ovviamente corrisponde anche alla varietà dei luoghi e dei simboli culturali e religiosi e degli imponenti flussi turistici che essi attraggono8.

A queste profonde disomogeneità corrisponde una minore diseguaglianza dei redditi rispetto a grandi città del Nord Europa e Nord Italia che pure mostrano un reddito disponibile medio più elevato, come mostra il Metropolitan Database dell’Ocse. I divari territoriali in tutte le dimensioni rilevanti della vita dei cittadini appaiono a macchia di leopardo, non racchiudibili in dicotomie tradizionali centro-periferia (si vedano qui dati e analisi).

Il disagio nella scuola, misurato con la mobilità dei docenti e la percentuale di studenti ripetenti, è particolarmente forte non solo in alcune aree periferiche (da Laurentino a Torrespaccata, da Quarto Miglio a Corviale al Tufello), ma anche in quartieri centrali della città (Testaccio e San Lorenzo)9. Al contrario, condizioni scolastiche migliori si registrano in diverse aree abitate da ceti medio e medio-alti (da Medaglie D’Oro a Farnesina a Grotta Rossa Ovest e Salario), ma anche a Ostia Sud, nel quadrante Est della città e a Mezzocammino, a ridosso del Gra. La percentuale dei giovani tra i 15 e i 29 anni fuori dal circuito del lavoro, dell’istruzione e della formazione (cosiddetti Neet) è particolarmente elevata nelle aree centrali (Centro storico, Zona archeologica, Esquilino, Trastevere) e in quartieri di diversa composizione sociale (da Quadraro a Magliana)10.

Una configurazione a macchia di leopardo mostra anche la pressione sui servizi, colta dal peso della popolazione anziana, della densità demografica e della percentuale di studenti stranieri nella scuola primaria e secondaria e che caratterizza, da un lato, le aree più centrali e la periferia storica a maggiore densità e incidenza di anziani e, dall’altro, i quartieri più recenti dove gli abitanti aumentano e le famiglie sono giovani e numerose.

Sintetizzando le varie dimensioni di vita in una sorta di indice di criticità sociale11, emergono forti diversità, non rappresentabili né dalla lettura centro-periferia, né da una lettura a cerchi concentrici. Risultano infatti diffuse su tutto il territorio comunale zone di elevato disagio sociale, sia nelle aree periferiche esterne o prossime al Gra – alcune delle quali molto popolose nelle fasce di età più giovani, e nelle quali ai bassi tassi di occupazione si sommano diverse forme di marginalità sociale e “relazionale” – sia in quartieri della periferia storica e in aree centrali.

A questi tratti corrispondono segnali di innovazione e creatività giovanile, di nuovo non riconducibili a una lettura dicotomica o anulare di Roma. Come scrive Cellamare12, le periferie romane «non sono luoghi soltanto inerti e subalterni. Esprimono anzi molta vitalità, attraverso la miriade di iniziative, di sforzi collettivi, di forme collaborative, di interventi autogestiti, e anche di produzione culturale e costruzione di una solidarietà sociale tutta autoprodotta. Nelle periferie vivono esperienze molto interessanti da questo punto di vista, sebbene non vi siano politiche pubbliche realmente indirizzate in questo senso». Molti infatti sono le sperimentazioni e gli esempi su tutto il territorio comunale che vedono il coinvolgimento dei cittadini e dell’associazionismo. Esse vanno dalla manutenzione delle aree verdi al recupero di spazi e immobili dismessi con finalità sociali e ambientali (tra questi, le esperienze dei giardini condivisi e degli orti urbani), all’offerta di servizi collettivi per le persone più deboli e per combattere situazioni di emarginazione e solitudine o per l’assistenza e l’integrazione dei migranti.

L’assenza di una grande faglia centro-periferia e la natura a mosaico dei divari appaiono come il frutto di politiche, non di tendenze ineluttabili. Allo stesso modo, la deriva odierna – quella colta dall’immagine mono-dimensionale del «degrado» – appare il frutto del mancato adeguamento di quelle politiche (talora precarie). Con «politiche» intendiamo quelle realizzate nei due momenti di consapevole cambiamento della città: la stagione di Luigi Petroselli, preparata da Giulio Carlo Argan, e la stagione di Francesco Rutelli (e Walter Tocci), prolungata da Walter Veltroni. Entrambe affrontano sia il tema del centro sia quello delle periferie.

Petroselli affronta la questione delle borgate – in molti casi ancora quelle volute dal fascismo e tenute volutamente isolate – avviando la realizzazione delle reti idrica e fognaria e al tempo stesso dà spazio all’esperienza dell’Estate romana, avviata da Renato Nicolini nella precedente Giunta. Si tratta di una risposta culturale, forte e concorrenziale nei metodi, all’angoscia cupa e totalitaria del terrorismo, che mette in partita energie nuove nella città.

Rutelli, che può godere dei nuovi e più forti poteri dei sindaci a elezione diretta (legge 81/1993), si ritrova una Roma che era tornata indietro, sia nelle periferie, colpite da un nuovo ciclo edilizio, sia nel centro, privo di manutenzione e di azioni di rigenerazione culturale. E così, per le periferie, assieme al programma di micro-interventi Centopiazze, si decide di affidare a «consorzi di auto-recupero» direttamente controllati dai cittadini l’urbanizzazione primaria di vaste aree degradate della città, attraverso l’impiego degli oneri di sanatoria versati dai cittadini stessi. Mentre per il centro, cogliendo l’occasione del Giubileo 2000, oltre a una visibile manutenzione straordinaria, si progettano il Maxxi, l’Auditorium, la Nuvola, la Festa del Cinema. A cucire i due pezzi della città sono gli interventi di recupero del patrimonio ferroviario esistente per dotare Roma dei «raggi di ferro» che le mancavano.

Ma, come già con la stagione di Petroselli, alle realizzazioni positive non corrisponde la costruzione di un sistema di governo della città capace di reggere all’uscita di scena dei suoi protagonisti. Che eviti la formazione di nuove rendite, in una città esperta nel costruirle. Che apra spazi permanenti di confronto e innovazione a tutti i molteplici centri dell’arcipelago Roma. L’illusione neo-liberista, incuneatasi nel gruppo dirigente romano di centrosinistra, porta alla costruzione di un sistema incontrollato e incontrollabile di società pubbliche e indebolisce un’amministrazione già debole. I consorzi di auto-recupero diventano appetitosi «bocconcini» per una leva di professionisti che, spesso attraverso i partiti, si impadroniscono dello strumento per fare appalti, fissare prezzi, dare lavoro. Cura del disagio e cultura vengono monopolizzati da gruppi che non vogliono sentire parlare di concorrenza: partiti a volte con idee e passione, soccomberanno alla deriva nepotistica romana, quando non all’illegalità.

È così che oggi centro e periferia di Roma si sono ritrovate accomunate sotto l’immagine del «degrado». Per spezzare questo incantesimo, non resta che riconoscere e dare visibilità e parola all’arcipelago. Anziché propinare disegni strategici o, peggio, progetti dall’alto, preparati da esperti o da qualche mega-impresa, si tratta di trovare collettivamente un senso per il loro agire. Si tratta di raccoglierne le esperienze e le idee, coglierne contraddizioni e sinergie, fragilità e opportunità, per arrivare così a una visione della Roma del 2030, per usare una data che coincide con gli obiettivi mondiali dello sviluppo sostenibile.

Sarebbe meno difficile realizzare questa operazione se le esperienze si confrontassero attorno ad alcuni punti focali in grado di parlare a tutti i romani. E attorno a cui piegare un salto di qualità dei servizi fondamentali della città. Ne citiamo due soli, vicini alle nostre corde e al nostro fare.

La filiera corta del cibo toccherebbe, ad esempio, un tema, quello del «mangiare», che è centrale per le sensibilità della città, ma che è al tempo stesso assai degradato, specie per centinaia di migliaia di visitatori. Sarebbe un modo per cogliere l’unicità romana dell’alternanza città-campagna, per dare uno spazio a centinaia di esperienze creative e talora militanti già attive, per riportare a vita e sottrarre alla speculazione centinaia di manufatti e di ettari di terra, e per sperimentare i tratti di una «metropoli alternativa del futuro». Ben integrato con questo punto focale è quello del fiume del popolo: il Tevere, che, con l’Aniene, unisce molti punti della città-arcipelago, accompagna la storia di Roma dai primi passi, vive nella prassi e nell’immaginario di ogni Romano. Aprire l’accesso al fiume – fonte di riequilibrio termico e di superamento del diaframma città-campagna – a tutti i cittadini, in tutti i suoi tratti, alle iniziative ricreative e di cura, allo sport, al godimento del paesaggio, all’incontro, alla protesta, alla ricucitura della storia, alla musica, può diventare occasione di coesione fra i centri dell’arcipelago Roma, e di una sua nuova immagine. Qui molte associazioni della città attive sul Tevere hanno scelto di lavorare assieme in Agenda Tevere, con l’obiettivo di incalzare Comune e Regione verso obiettivi ambiziosi.

Politica, amministrazione e organizzazioni di cittadinanza sono chiamate alla svolta. Per ridare a Roma una visione. Oltre il degrado.

 

n o t e

1  Vacanze romane (William Wyler, 1953) e La dolce vita (Federico Fellini, 1960) – da una parte – e I soliti ignoti (Mario Monicelli, 1958) e Accattone (Pier Paolo Pasolini, 1961) – dall’altra – hanno reso al mondo quest’ultimo aspetto di «Roma bifronte».

2  La grande bellezza (di Paolo Sorrentino) è del 2013, Lo chiamavano Jeeg Robot (di Gabriele Manetti) è del 2015.

3  Così descrive il degrado della città Frank Bruni, il corrispondente a Roma del «New York Times» in quella che definisce The Filthy Metaphor of Rome, la «sporca metafora di Roma».

4 Cfr. G. Campos Venuti, Amministrare l’urbanistica oggi, Inu, 2013

5  Cfr. W. Tocci, Roma. Non si piange su una città coloniale, goWare, 2015.

6  Per questa lettura, si vedano fra gli altri C. Cellamare, Fuori Raccordo, Donzelli, 2016 e M. Pietrolucci, Verso la realizzazione delle micro-città di Roma, Skyra, 2017. Per una lettura diversa, cfr. Audizione del presidente dell’Istituto nazionale di statistica Giorgio Alleva, Allegato Statistico su dati Censimento 2011 (Roma, 24 gennaio 2017).

7  Dopo avere raggiunto 1 milione e mezzo di abitanti in età Antonina (II secolo d.C.), Roma scende a circa 30 mila abitanti fra il 500 e il 1000, quanti ne aveva cinque secoli prima di Cristo. Nel 1870 Roma è risalita ma solo a 250 mila, che raddoppiano entro fine secolo, e balzano a 1,2 milioni durante il fascismo, come frutto di una scelta politica nazionale. La crescita riprende tumultuosa nel dopoguerra, tornando nel 1951 al picco imperiale e arrivando a 2,2 milioni nel 1961 e a 2,8 milioni nel 1971, per poi fluttuare attorno a questo livello. Nel dopoguerra circa un milione di immigrati raggiungono Roma da Calabria, Marche, Sicilia, Abruzzo, Campania e Friuli – Venezia Giulia. Roma è anche destinazione privilegiata di flussi di pendolarismo per motivi di lavoro e una delle città italiane con la più alta concentrazione di studenti universitari provenienti da tutte le regioni Al censimento del 2011, nella città metropolitana di Roma i pendolari per motivi di studio e di lavoro ammontavano a circa 2 milioni, di cui circa 700 mila residenti nell’hinterland metropolitano.

8  Oltre ai Musei Vaticani (6.002.251 visitatori nel 2015), l’altro macro-sistema che gravita sulla Capitale è quello dei Musei Statali, che nel 2015 hanno fatto registrare oltre 17 milioni di visitatori. E poi il Sistema dei Musei Civici, ventuno musei che hanno registrato circa 1,45 milioni di visitatori nel 2015.

9  L’unità territoriale di riferimento sono le 155 zone urbanistiche che suddividono le 15 aree amministrative del Comune di Roma. La metodologia di costruzione degli indicatori è descritta nell’allegato 4 del Rapporto conclusivo Mappa il Pd di Roma (giugno 2015). I dati di base sono stati aggiornati e integrati, utilizzando anche le informazioni dell’ultimo Censimento 2011.

10  Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie: Audizione del presidente dell’Istituto nazionale di statistica Giorgio Alleva, cit.

11  La metodologia di costruzione dell’indicatore è descritta nell’allegato 4 del già citato Rapporto conclusivo Mappa il Pd di Roma (giugno 2015).

12  Cfr. ancora Cellamare, Fuori Raccordo, cit., 2016.

 

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