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Pistoia
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Svettano la grande cupola del Vasari, il campanile alto e snello, la compatta città medievale arroccata su un leggero colle che mostra Pistoia al viaggiatore. Un profilo inconfondibile e intatto nella Toscana dei Comuni, immerso in una cinta di verde a perdita d’occhio: un mare di piante ornamentali di tutte le fogge, figlie dei vivai che occupano a centinaia la pianura. Una città misconosciuta nell’immaginario collettivo, stretta com’è tra giganti d’arte e di storia come Firenze, Lucca, Pisa.

Questa è una sorella minore, appartata, un pezzo di Appennino scivolato a valle. Esclusa dai collegamenti maggiori tra Nord e Sud, da quando negli anni Trenta la linea «direttissima» da Firenze a Bologna spostò l’asse verso Prato, riducendo a ferrovia secondaria la Porrettana. Anche l’Autostrada del Sole passa un po’ più in là. Pochi chilometri, ma chi vuole arrivarci deve fare almeno un piccolo sforzo in più.

Questa città periferica è inaspettatamente diventata capitale italiana della cultura 2017 – ma meritatamente, perché ha una tradizione consolidata di investimenti culturali e iniziative di pregio. Un’improvvisa spinta in avanti che ha provocato il timore di non essere all’altezza, quasi un fastidio per quel doversi mettere in mostra. Eppure Pistoia è unica proprio perché non ha mai creduto in una sua vocazione turistica. È se stessa, immutata, conservatrice. Anni di buona amministrazione hanno ripulito e fatto tornare bello e curato il centro storico che vanta una delle piazzette medievali meglio conservate d’Italia, con tanto di banconi in pietra serena intatti fuori dalle botteghe, a due passi da una piazza del Duomo di grande suggestione con i severi palazzi del potere temporale, ancora oggi municipio e tribunale, che guardano quasi sfidandoli i simboli dell’altro potere: Duomo, Palazzo dei Vescovi e Battistero. Bastano pochi passi, lungo una delle ripe che scendono dalla piazza, per imbattersi nel più bel fregio robbiano della Toscana, rimasto dov’era per secoli e ora ben restaurato sulla facciata del Ceppo che nel Medioevo accoglieva i pellegrini, fino a pochi anni fa sede dell’ospedale cittadino. Un ritorno al cuore storico che ha innescato investimenti e ha fatto nascere ristoranti e locali, tanto da essere punto di ritrovo della movida giovanile e motivo di attrazione dalle città vicine.

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Prima della grande nomina a capitale della cultura il numero dei visitatori che sceglieva Pistoia era modesto, anche se in continua e lenta crescita. Qualche piccolo gruppo, coppie e famiglie con bambini, soprattutto del Nord Europa. Già ora le presenze sono raddoppiate, e molti sperano che possa essere questa una nuova via di ripresa dopo gli anni della grande crisi che qui ha picchiato duro. Perché se in città l’offerta ricettiva è davvero esigua, grande impulso hanno avuto le strutture non alberghiere nei dintorni, soprattutto in collina.

Ma a Pistoia è difficile fare squadra. Storicamente questa è terra di contrapposizione, di ironia tagliente, «etrusca nello spirito» (Giovanni Michelucci), dissacrante e irriverente che preferisce distruggere e allontanare piuttosto che unire e costruire. Nel ciclo di poesie dedicate alle città del silenzio (1903), Gabriele D’Annunzio la definisce «città dei crucci» con i suoi abitanti faziosi e litigiosi, tali e quali ai tempi delle lotte fra Bianchi e Neri, le principali e rivali famiglie cittadine dei Panciatichi e dei Cancellieri, nel solco di una tradizione che vuole Pistoia fondata dai discendenti del senatore Lucio Sergio Catilina, ribelle violento e malvagio come lo hanno dipinto Cicerone e Sallustio, sconfitto nel 62 a.C. proprio sull’Appennino pistoiese, a Gavinana.

Un punto di debolezza, la scarsa propensione a cooperare, soprattutto nei momenti di grande difficoltà come quello della crisi economica che qui ha fatto più danni che altrove. Pochi i legami connettivi con il capoluogo e la sua montagna, già di per sé afflitti da una scarsa capacità di fare rete tra le realtà imprenditoriali, di associazioni e di rappresentanza. Un’incapacità di visione che ha fatto mancare spinte verso l’innovazione e la possibilità di creare un efficace sistema di formazione professionale di base e superiore a servizio del tessuto imprenditoriale.

Così è scattata la corsa al «si salvi chi può», a conservare quello stentato residuo di vantaggio di posizione in un quadro di riferimento profondamente cambiato: dal punto di vista amministrativo con la perdita di rappresentanza e di risorse della Provincia e con il Comune capoluogo in forte difficoltà ad agire da leader nei confronti degli altri enti; dal punto di vista imprenditoriale con la perdita di centralità delle associazioni di rappresentanza costrette a fusioni sovraprovinciali; e con gli istituti di riferimento locale – Cassa di risparmio in testa ma anche Bcc – fagocitati da ben più grossi gruppi di livello nazionale o regionale. Un pezzo di potere cittadino, storicamente sotto la sfera di influenza della sinistra Dc e poi dell’ala cattolica confluita nel Pd, avviata a un’inevitabile erosione.

Un’identità debole che ora rischia di smarrire anche i suoi punti di forza. Innanzitutto la risorsa della grande capacità di risparmio, che collocava Pistoia in passato in testa alle classifiche dei depositi bancari e costituiva linfa per gli investimenti delle piccole imprese artigiane a conduzione familiare. Una cassaforte che si sta disperdendo per la necessità di far fronte al crollo dei livelli di reddito delle famiglie, alla mancanza di lavoro soprattutto per i più giovani, un Welfare fai-da-te che ha ridotto in molti casi i rischi di precipitare tra le fila delle nuove povertà. Una congiuntura di pesante disagio la quale ha però esaltato un punto di forza nato dal civismo diffuso che anima il tessuto sociale locale: l’associazionismo e il volontariato, tratto distintivo di un mai smarrito impegno verso il prossimo di matrice sia laica sia cattolica. Retaggio di quella solidarietà contadina presente in tutta la Toscana, ha dimostrato di essere parte costitutiva del forte spirito civico che anima ancora oggi il sistema regionale dei valori. Un fattore che, insieme alle politiche di inclusione, ha contribuito a far sì che l’immigrazione fosse assorbita senza gravi tensioni sociali.

Ma la penuria di risorse nel settore pubblico ha messo a dura prova il buon livello dei servizi, dalla sanità alla scuola, con l’eccellenza nell’offerta educativa per l’infanzia, con una rete di asili nido e di materne all’avanguardia. I costi sempre più alti per mantenere uno standard elevato ha costretto l’amministrazione ad alzare le tariffe, rendendo competitive le proposte dei privati.

Questa è la Pistoia che appare. Ma la città è anche e soprattutto quello che non si vede. È come le sue piante. Cresce lenta, lontana da ostentazioni. Lo capirono un secolo fa alcuni contadini. Le piante ornamentali, di qualsiasi tipo, qui attecchiscono con grande vigore. Una ricchezza scoperta per caso diventata il principale tratto distintivo dell’economia. Ma la filiera del vivaismo non è agricola, è industriale, come nel manifatturiero dei distretti che hanno fatto la storia dell’economia toscana del «piccolo è bello», dal tessile a Prato alla moda fiorentina.

I maggiori imprenditori del vivaismo – pochissimi in verità – esportano in tutto il mondo, leader nazionali ed europei. Una rete commerciale potente, un volume d’affari miliardario, con circa diecimila addetti. E costi del lavoro e regime fiscale favorevoli da comparto agricolo che hanno fruttato profitti più che significativi. Nelle pieghe della grande crisi però qualcosa si è incrinato. La competizione morde, anche se le piante pistoiesi restano tra le migliori. Spedite in altri continenti, loro resistono, le loro radici sono più forti. Non muoiono. E per questo costano di più. Costa il farle crescere. Per un paio d’anni le «svezzano» i vivaisti più piccoli, per poi passare alle cure di aziende di medie dimensioni. Dopo 4-5 anni eccole pronte per andare nel mondo, còmpito che spetta ai «grandi», gli unici che hanno il know how della commercializzazione. Sono loro che decidono prezzi e tempi di pagamento della filiera. Ma i competitori – olandesi, spagnoli, turchi o dell’Est europeo – sono aggressivi, le loro piante costano meno. I pistoiesi per resistere sono costretti a contenere i prezzi e le prime vittime sono i piccoli e medi imprenditori della filiera. I piccoli boccheggiano o finiscono fuori mercato. Intanto, a ritagliarsi spazio nel tessuto sociale ed economico del vivaismo si sono incuneati senza far rumore nuovi attori che avevano fame di lavoro, spirito di sacrificio e niente da perdere. È l’altra faccia dell’immigrazione, qui in gran parte albanesi della prima ondata, arrivati agli inizi degli anni Novanta perché a Pistoia c’era urgenza di trovare manodopera a basso costo per lavorare alle piante, un’occupazione umile e precaria snobbata dai locali alla ricerca di impieghi più remunerativi e meno faticosi. Quegli immigrati sono ora titolari di imprese, parte significativa della filiera che schiaccia piccoli e medi. Oggi hanno casa e famiglia in città, i loro figli studiano e non è raro che siano tra quelli che ottengono i risultati migliori. Ma per i grandi del settore il problema della competizione da tenere a bada rimane. E sono gli ultimi arrivati che dimostrano la maggiore flessibilità. I sindacati cominciano a temere che per tenere testa a un mercato difficile si scivoli verso squadre di caporali che offrono manodopera senza regole e a basso costo, così come già altrove accade.

L’«oro verde» di Pistoia rischia di perdere l’occasione di portare nuovo sviluppo e ricchezza a un territorio in sofferenza, con percentuali di disoccupazione, soprattutto giovanile, tra le più alte della regione. Languono i distretti storici della provincia, dal calzaturiero nel quale si sono salvate solo le aziende che si sono legate al sistema moda fiorentino al mobile ormai dato per perso. Solo le aziende di eccellenza, pochissime, resistono. I comparti che tirano, l’alimentare e il cartario ruotano nella Lucchesia. Il tessile dà segni di ripresa ma è parte integrante di Prato. Le imprese dalle migliori performance che hanno fatto leva su innovazione e apertura ai mercati esteri – meccanica, farmaceutica, informatica – sono state in gran parte acquistate da gruppi stranieri e rimangono delle monadi in una trama sfilacciata.

Anche la fabbrica cittadina per antonomasia, la storica Breda poi Ansaldo-Finmeccanica, ha subìto la stessa sorte finendo in mani giapponesi dopo il lento declino e il fiume di soldi fuoruscito dalle casse delle partecipazioni statali per appianare le perdite e tenerla in vita. Ora è Hitachi Rail – multinazionale nipponica – a comandare nella fabbrica dei treni che due volte al giorno con la sua sirena scandiva i tempi della vita cittadina, dando lavoro ai tempi d’oro anche a duemila operai più altrettanti nell’indotto, quasi a dire «senza di me la città non esisterebbe». La Breda era l’orgoglio operaio, simbolo di una città rossa da sempre, terra di partigiani. Da dove uscivano funzionari del Pci, sindaci e sindacalisti che arrivavano in Parlamento. Un fortino che garantiva e riproduceva consenso e posti di lavoro.

Quel fortino si è sgretolato insieme alla capacità del partito monolite, il Pci e i suoi epigoni – inossidabile collante di appartenenza e di identità ma anche attore di forte controllo sociale grazie alla rete di decine e decine di case del popolo – di stare efficacemente tra la sua gente, di conoscerne disagi e aspirazioni, di comprendere che è afflitta qui più che altrove dal posto di lavoro perso o che non si trova, dalla perdita di ricchezza e benessere, dall’assenza di prospettive positive per le nuove generazioni. Segno dei tempi la sconfitta bruciante del centrosinistra alle ultime comunali: dopo oltre settant’anni di amministrazioni «rosse», ora a governare è il centrodestra.