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>> viaggio in Italia
Padova
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Contraddistingue Padova – la sua cittadinanza, la sua visione territoriale – una sorta di orgoglio «patavino», non solo per la presenza di una delle più prestigiose università italiane, ma anche per una storia, più antica e più recente, in cui è sembrata essersi risolta la competizione politica, territoriale ed economica con «la dominante», ossia Venezia. Una rivalità persistente ma latente, sentita ma manifestata sempre con riserbo. Un sentimento che, da un lato, riflette un campanilismo che non si spegne neanche nella globalizzazione e che si è alimentato nel corso degli ultimi anni con la dinamicità del suo tessuto economico e la vitalità della sua classe politica e che, dall’altro, stimola uno spirito d’iniziativa e un’abilità imprenditoriale tipicamente «nordestine».

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Tutto rende Padova città vivace e ricca, dove 209.829 abitanti, di cui 32.984 (15% del totale) cittadini stranieri (regolari o «diversamente veneti»), accolgono una popolazione studentesca di più di 58.000 studenti (iscritti al 2016). Il Santo, la restaurata cappella degli Scrovegni, le terme vicine e i centri di eccellenza sanitaria, le garantiscono flussi degni di nota (nel 2015 gli arrivi si attestano a 682.083 con 1.438.825 presenze, con un calo del 3,7% rispetto agli anni precedenti, ma con un raddoppio dei turisti stranieri).

Tra i centri politici ed economici più importanti dell’Italia medievale, egemone in un Veneto a cui la Serenissima non prestava attenzione, retta da una signoria illuminata in competizione con le dinastie potenti di allora, centro artistico di primaria importanza e frontiera dell’innovazione artistica oltre la cortina appenninica, Padova coltiva questo passato e metabolizza l’annessione violenta nei domini veneziani del 1405; da allora consolida il suo ruolo «complementare» rispetto alla città lagunare. L’università le garantisce un primato unico e indiscusso; per il resto la città sembra accontentarsi del suo ruolo territoriale «secondario», in un rapporto ambiguo, dove la città a volte appare all’ombra di Venezia, altre volte si riscopre strategico polo metropolitano in un sistema fortemente integrato. Tutto spinge a rivendicare una primazialità che Venezia ha progressivamente perduto.

L’affermazione della sua classe politica ai massimi livelli del governo regionale – che fossero i vertici della Dc dorotea o alcuni dei principali esponenti di Forza Italia – dal momento dell’istituzione della Regione Veneto fino all’arresto di Giancarlo Galan, ha sancito in modo netto e definitivo questa rilevanza. Ha permesso inoltre di gettare un velo (pesante) di oblio sui cupi anni della lotta armata, che avevano fatto della città uno dei contesti cruciali della strategia della tensione, negli anni che vanno dalla bomba collocata da Freda e Ventura al Bo nel 1969, alla liberazione del generale Dozier nel 1982. Lo sviluppo economico degli anni successivi è la risposta a quella specie di collasso sociale che segue alla scoperta di un’anima così «diversa» nella conformista e devota «città del Santo».

Gli anni dello sviluppo economico ne fanno il cuore pulsante e il centro di servizi dei maggiori distretti industriali del Veneto. L’espansione della sua zona industriale (che ormai occupa una superficie maggiore della città consolidata residenziale), lo sviluppo delle attività terziarie e direzionali, la concentrazione di filiali e succursali delle maggiori imprese nazionali e internazionali, la crescita del fitto tessuto di professioni e commerci che producono una ricchezza diffusa sono il segno di questa riscossa.

Il cambiamento ha un suo riverbero nella vita amministrativa della città, dove sia le giunte di centrodestra sia quelle di centrosinistra – in un’alternanza dai toni pacati, seppur duramente contrapposti – garantiscono un’immagine urbana di rinnovamento tra grattacieli, monumenti contemporanei e nuove infrastrutture; un elegante centro storico riqualificato e accogliente; parchi e giardini tra le cornici d’acqua dei fiumi e dei canali che ancora la intersecano e che ne fanno una delle città più verdi della regione; una buona dotazione di servizi, a cui si aggiunge la rete solidaristica di assistenza e di accoglienza degna di nota che la Chiesa assicura. In una relativa armonia urbana, la città raggiunge la ribalta politica nazionale sia con Galan parlamentare e ministro del centrodestra, sia con Zanonato, ex sindaco e poi europarlamentare e ministro del centrosinistra. Non è un caso che in quegli anni è sempre più forte l’idea di una «Grande Padova», un disegno territoriale che assicuri alla città l’organizzazione della sua forma metropolitana e l’infrastrutturazione di un sistema territoriale sempre più proiettato «oltre» il Veneto; anche oltre la PaTreVe, la conurbazione del Veneto centrale, in cui Padova può giocare finalmente il suo ruolo «dominante» rispetto agli altri due capoluoghi.

Su questa città laboriosa ed edonista, affermata e appagata, la crisi si abbatte pesantemente e la ferisce. Una crisi che ha una doppia veste: innanzitutto, il crollo di una classe dirigente e politica audace, talvolta sfrontata, travolta dallo scandalo Mose, che si rivela presto solo uno degli aspetti di un «sistema» di corruzione e malaffare, di sprechi e insani progetti che hanno accompagnato (ma anche supportato) lo sviluppo economico del locomotore del Nord-Est. Lo scandalo travolge i «padroni del Veneto» (nelle parole di Mazzaro) e atterra anche la città: la fitta rete di relazioni sociali ed economiche che la connotano entra in corto circuito; alleanze e sinergie si esauriscono; l’immagine che la città ha di se stessa si offusca. Seppure poi inizi a diffondersi un desiderio di riscatto e di rivendicazione delle forze sociali che non sono «risultate» compromesse dagli scandali, si preferisce mantenere un basso profilo, un minore protagonismo, si serrano i ranghi in attesa che la tempesta si esaurisca.

In secondo luogo, la fine della crescita economica e delle prospettive di «illimitata crescita» qui, come in tutto il Veneto, produce non solo la chiusura di imprese e la perdita di posti di lavoro, ma anche la consapevolezza di inadeguatezza del sistema produttivo alla globalizzazione e ai cambiamenti del mercato e del progresso tecnologico, oltre all’esaurimento di energie e di capacità imprenditoriali che avevano già risentito degli effetti del cambio generazionale (come ben stigmatizza Romolo Bugaro ritraendo la città nella sua ordinaria quotidianità, o nella straordinaria drammaticità degli ultimi anni).

Anche questa volta, la vita amministrativa riflette lo stato d’animo della città. Al disorientamento del centrodestra non si contrappone una visione strategica o un racconto coinvolgente su un futuro diverso da parte del centrosinistra, così le forze populiste prendono il sopravvento. Con una campagna elettorale tutta improntata sulla questione della «sicurezza» e sulla «difesa dallo straniero», l’elezione di Bitonci a sindaco indica, più che un razzismo latente, il timore di una cittadinanza (tradizionalmente accogliente) per l’incertezza del futuro e l’assenza di prospettive di crescita economica. Infatti finché il lavoro ha garantito, negli anni dello sviluppo incondizionato, integrazione e condivisione (dei ritmi e delle condizioni di produzione ancor prima che dei diritti), il problema non sembrava porsi. Con la crisi, la città scopre l’invadenza degli extracomunitari, degli spacciatori, degli homeless, e l’impegno istituzionale si concentra esclusivamente in azioni di repressione o rimozione del fenomeno, con un atteggiamento duro e spavaldo. Il governo della città si risolve in piccoli interventi, caso per caso, per consolidare il consenso.

Bitonci, con una visione «provinciale», piuttosto che rilanciare la città con progetti e prospettive, è sembrato volersi arroccare in una costante rivendicazione del primato della città in Veneto, ma senza strategia alcuna e senza riuscire a coinvolgere le principali istituzioni economiche della città (anzi, spesso ignorandole o bistrattandole). Il rapporto dell’amministrazione comunale con la Regione Veneto – che un tempo privilegiava Padova – seguiva le dinamiche delle correnti all’interno della Lega Nord, con alti e bassi, dovuti alla competizione aperta tra i vertici veneti del partito.

D’altro canto, le diverse istituzioni della città (l’Università, Confindustria, Confcommercio, Camera di Commercio, il Consorzio per la Zona industriale, la Fiera) non sono in grado di produrre né immagini né visioni alternative. «Smart city», «Padua Soft City», «Città dell’innovazione» o «Padova 4.0» sono slogan senza strategie, oltre che senza risorse. In particolare, l’Università, che in più di qualche caso si è apertamente contrapposta all’amministrazione Bitonci rinunciando a un approccio tradizionale fatto di discrezione e mediazione, non sembra capace di costituire un riferimento forte, univoco, certo, ma soprattutto alternativo: in più di qualche occasione, non è riuscita a stimolare un dibattito organico sul futuro della città, affrontato sempre in termini settoriali e specialistici, privo di un sguardo di insieme.

Le recenti votazioni hanno dato alla città un nuovo sindaco e una nuova compagine amministrativa. È presto per spiegare il cambiamento di consenso nei confronti di un sindaco dato come tra i più amati d’Italia e vincente nei sondaggi e negli umori della città alla vigilia delle elezioni, soprattutto dopo una campagna elettorale che non ha visto emergere proposte e progetti di grande respiro come Padova meriterebbe. Ma è possibile che, vinta la paura di un secondo mandato tutto dedicato alla «sicurezza» dei padovani e delle loro case, si tornino ad ascoltare discorsi su un futuro ambizioso per la città e su progetti che sappiano garantirle una giusta collocazione nelle reti delle città venete, italiane ed europee: ciò che la città ha sempre auspicato negli ultimi quarant’anni, prima che la «grande crisi» ne spegnesse le velleità.

 

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