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Venezia
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Per chi arriva a Venezia provenendo da un’altra realtà, la città storica appare in tutta la sua improbabilità: una città che è eccezionale perché sembra appartenere a un tempo diverso da quello a cui siamo abituati.

Per chi, invece, a Venezia abita o lavora, l’esperienza fatta per le strade e nei luoghi della città turistica – invasa da diversi milioni di visitatori all’anno – è totalmente diversa. Non ci sono solo i tipici disagi dell’arrivare e del muoversi tra le isole, magari con l’acqua alta, ma c’è di più: l’invasione turistica rende infatti la città un non-luogo. Uno spazio in cui si espande un flusso anonimo e caotico di persone di tutte le provenienze e culture, come accade negli aeroporti o nelle stazioni ferroviarie. Ma, certo, Venezia è un non-luogo diverso dagli altri, perché l’anonimato dei flussi turistici si sovrappone a una identità storica pregnante, creando un ossimoro tra due polarità che si contraddicono. Questo rende Venezia una città problematica, ma vitale dal punto di vista dei progetti possibili e immaginati. Il guaio è che questi progetti sono proposti in modo creativo, discussi accanitamente e raramente realizzati. Basti pensare alle tante «incompiute» che ancora oggi caratterizzano la città storica e il suo circondario. Mettiamole una dietro l’altra.

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- La Venezia insulare si sta spopolando. Alla fine dell’ultima guerra, i residenti erano più di 120.000, mentre oggi sono rimasti tra i 50.000 e i 60.000. E il deflusso continua. Ogni anno circa mille persone vanno a vivere a Mestre sia per la comodità del moderno, sia perché a Venezia tutto costa di più (l’affitto, soprattutto, in concorrenza con la domanda turistica). Ne consegue che diverse decine di migliaia di pendolari ogni giorno gravitano dalla terraferma alle isole per fornire il lavoro richiesto dall’offerta di servizi turistici.

- Il turismo sta colonizzando il centro storico, facendolo diventare uno spazio artificiale, finalizzato a intercettare i flussi (paganti) di chi va e viene, invece di essere al servizio dei bisogni di chi in città ci vive. Proliferano le mostre (per i visitatori) e chiudono i cinema (per chi, nella città, ci vive).

- Le navi da crociera incombono sempre più da vicino e sempre più in alto sugli scenari più spettacolari ma anche più fragili della città, come piazza San Marco. La cosa va avanti da anni, i progetti alternativi si sono moltiplicati, tutti pensano che qualcosa si debba fare. Ma, per ora, siamo alle premesse del discorso, lontani da conclusioni pratiche e dirimenti.

- Le dighe mobili del Mose dovrebbero difendere Venezia da (possibili) acque alte disastrose, come quella dell’alluvione del 1966. Siamo nel 2017, sono passati 51 anni (giusto mezzo secolo) e ancora non si sa bene quando il sistema sarà inaugurato. C’è chi giura che appena inaugurato si scoprirà che deve essere modificato o che la sua manutenzione futura costerà un occhio della testa (e non si sa chi potrebbe pagarla).

- Il futuro del porto commerciale è da tempo sospeso a progetti che prevedono la creazione di un attracco off- shore per le navi di grande tonnellaggio, che non potrebbero altrimenti attraccare al porto attuale, a causa sia dei bassi fondali esistenti nei canali di imbocco, sia delle strutture allestite per il Mose. Il solito iter infinito di studi, pareri, permessi, autorizzazioni, conflitti garantisce per ora che il problema resti tale.

- La separazione tra Mestre e Venezia e la costruzione di una grande città metropolitana (modello Pa-Tre-Ve) sono all’ordine del giorno della discussione politica da decenni. Ma sui confini geografici e amministrativi molto si discute e poco si fa. Cosicché, per adesso, i mestrini rimangono a Mestre, i Veneziani (veraci) a Venezia, i padovani a Padova, i Trevigiani a Treviso. E – ormai in molti casi è così – i servizi «rari», che hanno bisogno di scala, hanno trovato la loro soluzione localizzativa: vanno a Milano o più in là.

- La crisi, strutturale e irreversibile, del polo chimico di Porto Marghera, con aree e capannoni in disuso «bloccati» dal problema delle mancate bonifiche. Le poche iniziative – finanziate dall’esterno – che avrebbero dovuto rompere questo incantesimo (come il Parco Tecnologico Vega, finanziato inizialmente dall’Unione europea) sono rapidamente declinate, poco dopo il decollo.

È un elenco che potrebbe continuare. Intendiamoci: qualcosa del genere accade un po’ in tutte le città, ma solo a Venezia diventa sistema di vita e di lavoro: una rassegnazione strisciante, che stimola i progetti, anche avveniristici, per cercare percorsi diversi dal solito, ma che poi non hanno la forza di cambiare ciò che è stato ereditato dalla storia.

Che cosa rende Venezia una realtà ricca di idee e di discussioni sulle idee ma, al tempo stesso, povera di realizzazioni pratiche rilevanti? Le cause profonde che dobbiamo prendere in considerazione sono almeno due.

La prima è che a Venezia, per la conformazione storica della città, vivere e lavorare costa più che altrove. La differenza di costo è dovuta a tante cose, facilmente intuibili: costa di più trasportare, muoversi, costruire, abitare, fabbricare, vendere, fornire servizi, ritirare i rifiuti urbani. E, in generale, è quasi impossibile modificare l’esistente (iper-vincolato in ragione del suo valore storico e artistico), in tempi e con costi contenuti. Questo fa del contesto storico veneziano un ambiente «fuori norma», e – per molti settori non turistici - «fuori mercato» rispetto a quanto accade e si fa altrove, in altre città ma anche nella terraferma veneziana.

Viene poi il problema dell’extra-costo, che caratterizza quanto si fa in città, è stato di fatto affrontato e «risolto» per la via più facile e diretta: sfruttando la rendita turistica. L’eredità storica assolutamente unica che caratterizza Venezia consente infatti di avere un grande afflusso di visitatori disposti a pagare un premium price per tutto ciò che consente di fare esperienza dell’ambiente veneziano. La rendita così percepita dagli attuali abitanti non ha richiesto il loro impegno in investimenti e innovazioni rilevanti, è stata sufficiente la fruizione di quanto ereditato dagli «antenati» della Serenissima.

Sommando queste due circostanze (gli extra costi della città insulare e la rendita turistica che li copre), si capisce come la Venezia di oggi sia, alla fine, prigioniera della sua storia. Le innovazioni possibili – per risultare sostenibili – devono infatti essere abbastanza ricche da «pagare» gli extra costi della manutenzione urbana e del vivere in laguna. Una condizione di partenza scoraggiante, che favorisce la continuità, invece dell’innovazione.

Per rompere questo equilibrio conservatore servono iniziative che possano generare abbastanza valore da pagare gli extra-costi della città lagunare, utilizzando – certo – le risorse tratte dalla storia veneziana, ma in modo nuovo. Muovendosi in almeno tre direzioni.

Innanzitutto, creare una città metropolitana ampia (ad esempio Pa-Tre-Ve), integrando i diversi nuclei urbani, grazie a una logistica veloce (ad esempio una metropolitana che colleghi i diversi centri), una rete digitale che connette i servizi domandati e offerti nel sistema metropolitano ampio, un sistema istituzionale integrato di norme e servizi pubblici, da fornire a scala metropolitana. Questa è la condizione necessaria per attrarre e valorizzare i servizi «rari» e i talenti più creativi nel sistema locale, dando alla Venezia insulare la funzione di centro storico – specializzato in certe attività – al servizio di una popolazione di un milione di abitanti e non solo di 50.000 residenti (più una popolazione turistica fluttuante).

In secondo luogo, riqualificare il turismo, facendo leva sulla domanda di nuove esperienze coinvolgenti. Ad esempio si potrebbero valorizzare aspetti e zone meno note della città storica, creare percorsi interessanti nella laguna, mettere a rete attrazioni turistiche di una area vasta, che comprende Padova, Treviso e altre località del Veneto. Inoltre, si potrebbe rendere accogliente la città, dal punto di vista delle famiglie che la visitano, creando attività divertenti per i bambini (un parco giochi, magari in terraferma, spettacoli a loro destinati ecc.).

Infine, sviluppare attività residenziali di qualità, in modo da attrarre non solo turisti, ma persone che vengono a Venezia per passare sei mesi o un anno lavorando con altri, e col mondo, nella cornice (attrattiva) della città storica. In essa esistono pre-esistenze di valore internazionale nel campo della ricerca, della formazione universitaria, dell’apprendimento musicale e artistico, delle sperimentazioni creative. Su questa base, si potrebbe pensare di sviluppare una serie di joint ventures con scuole internazionali di formazione manageriale, artistica, cinematografica, musicale ecc., organizzando in loco stages, percorsi formativi o sperimentali durevoli. In questo modo si potrebbero portare in città centinaia di persone che utilizzerebbero Venezia per sviluppare la loro creatività e le loro relazioni, non solo per visitare i monumenti del passato.

Non sono cose nuove, se ne parla da tempo. Ma finora i progetti di innovazione sono rimasti sulla carta perché – per immettere la città in una nuova rete di relazioni - occorre fare leva non solo sui veneziani, ma anche su altri attori, da coinvolgere in progetti di innovazione condivisi: i mestrini, i padovani e trevigiani di un possibile sistema metropolitano; i tour operator più innovativi che non si accontentano del turismo standard; le istituzioni territoriali; le scuole e il mondo della cultura a scala globale.

Last but not least: questa è una prospettiva che dovrebbe coinvolgere anche le imprese del Nord-Est. Queste imprese hanno oggi bisogno di una rete logistica dotata di un porto e un aeroporto ben collegati. E sono sempre più alla ricerca di nomi e identità riconoscibili a cui agganciare i significati, i marchi, i servizi proposti ai clienti. Venezia ha tutte le caratteristiche utili per proporsi come traino in questa funzione.

 

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