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Varese
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Ancora agli inizi degli anni Ottanta Varese era al centro della provincia più industrializzata del Paese, nonostante la fase di caduta del tasso di industrializzazione (occupati industriali per popolazione residente) fosse già iniziata.

Già «città giardino» tra fine Ottocento e inizio Novecento, quando, luogo privilegiato di villeggiatura della borghesia milanese, si costruiscono le grandi ville e i due Grand Hotel liberty, Varese si è progressivamente trasformata in città industriale, accanto a due aree di relativamente antica e intensa industrializzazione (la Valle Olona e l’area di Busto Arsizio-Gallarate) divenendo uno di centri della finanza lombarda, favorita dalla vicina frontiera.

Varese diventa città capoluogo della nuova provincia del Nord Ovest della Lombardia nel 1927, perché il fascismo la preferisce a Busto Arsizio, allora più grande ma operaia. Ciò favorisce ulteriormente il ruolo terziario di una piccola-media città (che diventa tale aggregando le precedenti castellanze, municipalità autonome precedentemente esistenti) che nei decenni a cavallo della Seconda guerra mondiale diviene anche una rilevante città industriale. Dopo la fase della presenza di cartiere e di concerie, successivamente l’attività industriale si è sempre più indirizzata all’attività meccanica (avionica, elettrodomestici e meccanica strumentale) e ai prodotti della plastica e della gomma, con l’emergere di alcune imprese leader del settore.

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Varese è non solo la prima città italiana liberata negli anni del Risorgimento con la vittoria di Garibaldi nella battaglia di Biumo ma è anche una delle prime a esprimere capacità di progetto di sviluppo territoriale, con il finanziamento di grandi progetti infrastrutturali da parte della comunità locale. È sufficiente ricordare la mobilitazione di risorse finanziarie locali (pubbliche e private) per il raccordo con la rete ferroviaria nazionale e internazionale dell’Asse Sempione e per la prima autostrada (Milano-Varese) del nostro Paese nel 1923.

Città industriale ma anche città della solidarietà, con una rilevante presenza non solo del terzo settore (circa 100 associazioni in città, quasi 500 in provincia), ma anche con una intensa rete di strutture di cura e ricovero per malati e anziani.

Città tra le più internazionalizzate del nostro Paese, a Varese esiste l’unica Scuola europea ufficiale, la cui istituzione è legata alla presenza di istituzioni di ricerca europea a partire dall’Euratom per poi continuare con i Centri europei di ricerca (Jrc) di Ispra (con oltre 800 dottori di ricerca). Vi è, inoltre, la presenza sul territorio di un numero cospicuo di multinazionali. Il Centro direzionale di Whirpool Europe è ancora localizzato sul territorio, nonostante la recente decisione di trasferimento nell’area ex Expo di Milano. La presenza della Scuola europea rappresenta un fattore di grande attrattività nei riguardi della scelta residenziale di un numero rilevante di manager di imprese multinazionali che operano nell’area milanese, interessati a garantire continuità didattica e il pieno riconoscimento internazionale delle attività scolastiche dei figli.

La città di Varese negli anni Novanta entra in una fase di transizione come tutto il nostro Paese, seguendo una dinamica e un cambiamento strutturale sostanzialmente analogo alla media nazionale (soltanto lievemente migliore, specie per il settore meccanico), dando luogo a una progressiva riduzione dell’occupazione industriale. In questa fase si registrano alcune novità significative, a cominciare dal progressivo sviluppo delle attività universitarie sino alla fondazione, nel 1998, dell’Ateneo dell’Insubria (cui confluiscono le cinque precedenti facoltà localizzate a Varese e Como, precedentemente avviate dalle Università di Pavia e Milano). Lentamente ma progressivamente, la presenza dell’Università ha iniziato a modificare i modi di vita della città, ora più viva e aperta. Sembra, tuttavia, che Varese (ma anche il territorio che le sta intorno) non abbia pienamente colto la sfida del cambiamento, restando piuttosto arroccata sulle precedenti funzioni e sui precedenti equilibri di potere.

L’Ateneo ha comunque fornito l’opportunità di aprire una riflessione sistematica e di organizzare ricerche su tematiche di interesse anche per le imprese e il territorio, anche grazie alla presenza di numerosi scienziati e studiosi stranieri (con l’organizzazione di convegni e il lancio di ricerche internazionali). La nuova Università, che ha quindi consentito di aprire una ulteriore «finestra sul mondo», ha molto puntato, in particolare nei primi anni, a sostenere la «terza missione», impegnandosi sui temi dello sviluppo economico e sociale del territorio. Ciò ha facilitato l’apertura di una discussione pubblica con tecnici ed esperti, garantendo anche un confronto internazionale su temi di interesse per gli stakeholders del territorio. Consentendo, tra l’altro, che Varese fosse assieme a Torino la prima città italiana a organizzare un progetto di pianificazione strategica, con una forte partecipazione di enti pubblici e associazioni private.

Varese, tuttavia, ha mancato l’occasione di sviluppare una cultura del federalismo à la Cattaneo, con una diffusa mobilitazione di attori e di risorse per lo sviluppo, non riuscendo a sviluppare un’abitudine di sistematica riflessione sui problemi specifici da risolvere, non consentendo di avere una visione condivisa del futuro da costruire e di avviare un cammino autonomo di sviluppo territoriale. La città è piuttosto restata prigioniera di una visione di rivendicazione astratta e apparentemente contrapposta al governo centrale. In questo senso si può parlare di difficoltà a rigenerare il sistema socio-istituzionale locale in direzione della valorizzazione delle opportunità e delle risorse esistenti.

Sarebbe stato possibile seguire una via diversa, ma la città e il territorio avrebbero dovuto liberarsi da un’illusione politica (la cosiddetta diversità politica dei primi anni Novanta), mobilitando le forze economiche e sociali in una grande operazione di ristrutturazione del sistema produttivo, integrando dinamicamente ricerca e industria, formazione e fabbisogni delle nuova domanda di lavoro, favorendo l’alternanza scuola-lavoro e facilitando il reclutamento dei giovani e la creazione di nuovo lavoro, nonostante l’introduzione di precoci sperimentazioni su questi temi sul territorio nella seconda parte degli stessi anni Novanta. Il sistema socio-economico del territorio non è stato capace di svincolarsi da una oggettiva pigrizia e da un attendismo che facilitavano l’adozione di atteggiamenti sostanzialmente conservatori e che sottolineava la mancanza di coraggio nel riguardi delle sfide e delle opportunità.

Il sistema industriale, ancora relativamente forte, ha perso tuttavia la capacità di guidare il processo di trasformazione economica. L’autonomia decisionale dei gruppi imprenditoriali maggiori aveva già iniziato a diminuire fortemente da alcuni decenni – a partire dalla cessione della Ignis alla Philips – continuando con la crisi dei grandi gruppi tessili (e con l’uscita dall’agone economico-produttivo delle famiglie che li controllavano). Ha avuto il segnale forse più robusto con l’uscita delle famiglie che controllavano il Calzaturificio di Varese (che per prima aveva introdotto in Italia l’utilizzo di negozi monomarca), con la cessione della maggioranza al gruppo Benetton, e con la perdita di autonomia delle banche locali (Credito Varesino e Banca Popolate di Luino e Varese). Negli ultimi anni molto numerose sono state le defezioni dell’imprenditoria locale, che ha preferito ritirarsi dalla responsabilità della guida diretta (e del controllo proprietario) delle imprese. A fronte di ciò c’è ancora una massa ingente di risorse finanziarie (18 miliardi di euro appartenenti a 12.000 famiglie con patrimonio finanziario medio-alto), senza che vi sia alcuna capacità di indirizzarle verso nuovi investimenti produttivi e nuove imprese capaci di cogliere le opportunità dei nuovi mercati.

Un ulteriore segnale dell’indebolimento delle capacità di valorizzazione delle risorse locali è dato dalla consistente localizzazione di imprese industriali italiane e lombarde (che usano imprenditorialità, lavoratori transfrontalieri e risorse finanziarie italiane) nel Canton Ticino, con la conseguente progressiva desertificazione economica dell’area di frontiera per la crescente competitività delle imprese ticinesi sul mercato del lavoro locale. È sintomatico che nel territorio si proponga e si discuta la costituzione di un’area franca, quando il successo del Ticino e della Svizzera è legato soprattutto a una politica di alti salari e, quindi, a una strategia di posizionamento sui mercati completamente opposta.

Le reazioni delle imprese sono, forse, il segnale più significativo della situazione che si è creata nel territorio di Varese; non solo è venuta meno la munificenza imprenditoriale dei tempi eroici dell’industrializzazione e dello sviluppo (dai Molina a Giovanni Borghi) ma si è preferita la via del «non apparire», di non assumere il rischio di fronte ai grandi cambiamenti, di non svolgere pienamente il ruolo di leader e di classe dirigente. A Varese e nel suo territorio vi sono alcuni eccellenti imprenditori, vi sono ancora molti buoni «capitani» industriali, ma non appaiono più attori determinanti che si facciano carico del processo di sviluppo e trasformazione.

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