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Ventimiglia
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Western Liguria, la definisce Diego Rossi, in arte Jack in the Green, guida naturalistica che del territorio di Ventimiglia conosce ogni traccia, urbana e non. In realtà il West End è Olivetta San Michele, un paese più a Nord. Due luoghi che possono essere visti come l’apricu (aperto) e l’ubagu (opaco), la polarità ligure che esprime l’idea delle differenze di cui sono impregnati anche gli scritti di Italo Calvino, cresciuto nella vicina Sanremo. L’uno caratterizza la costa, l’altro l’entroterra. Anche a Ventimiglia si trova l’ubagu; basta andare a Torri o a Calvo, due delle tante frazioni nell’interno.

XXmiglia – così com’è scritto sull’asfalto stradale venendo da Cuneo (dopo la val Roya, Vallée de Merveilles) e poco prima di un’immagine del Corsaro nero, personaggio di Salgari signore di Ventimiglia e avventuriero nei Caraibi – pare voler evocare già nel nome il dover essere in relazione. Un abbaglio, in realtà, poiché l’etimo è un altro: città capoluogo dei liguri intemeli. Però è come se il piano simbolico svelasse una vocazione profonda: quella di essere «porta d’Italia». Caratteristica che ha rischiato di perdere nel primissimo dopoguerra, quando i francesi tentarono di impossessarsi dell’area sino a Bordighera. Un’annessione riuscita con le località di Tende e La Brigue (belle paesaggisticamente, ma soprattutto dotate di centrali idroelettriche) tramite referendum ancor oggi criticati.

Il o la Roya, il fiume che sfocia nel mare, è un altro limen della città. Da un lato la parte medievale arroccata sopra il Forte dell’Annunziata, fatta di carruggi e terrazze che guardano al mare, progressivamente riportata a splendore; dall’altra la parte ottocentesca in pianura. Più avanti, nell’area dei Balzi Rossi, quella bellissima parte di costa raggiungibile solo se arrivi così vicino quasi da vedere gli occhi dei frontalieri, ci sono le tracce (scarsamente visitate perché poco promosse) dei predecessori dei liguri intemeli, tra i più antichi abitanti d’Europa.

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Ecco la vocazione di quest’area: una terra di attraversamenti (conflitti, matrimoni e commerci: passava da qui, del resto, la Via del sale) e di scambi legali e illegali, connessi allo stare intorno a un confine. Terra di passeur in entrambe le direzioni per contrabbando di beni – cosa che ha permesso ai suoi abitanti di sopravvivere durante e dopo la guerra –, ma anche terra di passaggio di persone. Emblematico il caso degli ebrei in fuga sulle stesse piste che oggi, con meno fortuna, cercano di solcare i migranti che hanno fatto balzare Ventimiglia alle cronache nazionali. Un caso, questo, gestito non senza difficoltà e contraddizioni dalla Prefettura e dall’attuale giunta Pd (eletta dopo che la precedente era stata sciolta per mafia: vicenda chiusa dall’assoluzione in Cassazione degli allora sindaco e city manager). Una situazione che la città si è trovata ad affrontare con scarsi e ambivalenti supporti nazionali, mentre l’Europa si dimostrava incapace e lontana. Una scena sulla quale si muovono tante figure, come il francese Cédric Herrou di Breil, così simile a quei passeur che con gratuità e senso etico aiutavano a scappare i berlinesi intrappolati nella dittatura della Ddr. Un connazionale dei gendarmes legittimati a sconfinare e respingere anche i minori, senza rispetto della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia. Un dramma, quello dei migranti, che molti attori politici cercano di sfruttare per motivi di visibilità, a differenza di quanti (singoli e associazioni come Amnesty, Caritas, Cri, Intersos, Unhcr, oltre all’ormai famosa parrocchia di Roverino) tentano di tamponare.

Sul territorio, del resto, molte e vive sono le associazioni presenti. Basti pensare a strutture come la Casa famiglia per disabili Spes e all’ecovillaggio di Torri Superiore, che insieme ad altri soggetti hanno costituito un coordinamento chiamato «Le Terre di Confine» e hanno dato vita alla rivista gratuita “Vivere sostenibile - Liguria Ponente”. Oppure a esperienze come quelle promosse da Ortinsieme, associazione nata con lo scopo di riabilitare terreni e serre incolti, da coltivare con metodi naturali.

La situazione legata alla gestione dei migranti crea non poche difficoltà all’assetto economico locale, anche perché gli investimenti turistici hanno un posizionamento tradizionale, con uso e abuso delle coste, e il commercio, che costituisce uno dei principali bastioni (come dimostra l’invasione di francesi ogni venerdì di mercato), è in progressiva crisi, orientandosi sempre più verso settori merceologici fragili. Scarsi sono i tentativi di intercettare un turismo che sappia valorizzare il rapporto speciale tra montagna e ambiente marino proprio di questo territorio. Un rapporto che, promosso in modo adeguato sui mercati internazionali, assicurerebbe lavoro tutto l’anno e di cui si sono accorti alcuni operatori stranieri insediatisi nell’entroterra.

La presenza straniera in quest’area non ha nulla da invidiare al cosiddetto Chiantishire, anzi si presenta molto più variegata. In alcuni casi si tratta di un vero e proprio trasferimento di residenza. Più spesso è solo una presenza temporanea con ricadute limitate ai consumi, poiché le case sono occupate solo in alcuni periodi dell’anno. L’insediamento è avvenuto da tempo, tanto che si potrebbe dire che qui l’Europa dei popoli si sia realizzata nei fatti (ora con maggiore integrazione, ora in termini di Little Holland, Little Sweden ecc.), tanto che talora si autofinanziano interventi per alcune necessità collettive o si organizzano cineforum in lingua o feste di carattere nazionale. Scarso è però il riconoscimento istituzionale di tale presenza: qualora avvenisse, consentirebbe un salto di qualità all’intero territorio.

Gran parte dell’imprenditoria turistica è invece adagiata su modelli che hanno largamente deturpato la costa ligure; basti vedere la quantità di porti, di cui molto si sono occupate le indagini giudiziarie. Anche Ventimiglia, dopo un consistente investimento economico e anni di polemiche e «inceppi» per corruzione (così come Imperia), avrà il suo porto, e sarà gestito da Monaco. All’interno della conurbazione coi comuni di Camporosso-Vallecrosia-Bordighera a Ventimiglia tocca il ruolo di centro commerciale e a Bordighera quello di salotto verso il quale da secoli si dirigono le élite europee, inglesi in particolare. Ciò ha fatto sì che l’area presenti una tradizione culturale diversificata anche dal punto di vista religioso: nel tempo vi è stata un’attiva chiesa anglicana, sommatasi a quella valdese e a una discreta comunità ebraica, andata avanti fino al fascismo. Diversificazione culturale cui si aggiunge una consistente presenza delle varie massonerie, a volte con intrecci mafiosi. Non si capisce nulla di ciò che avviene nell’area se non si tengono ben presenti le massonerie, tant’è che il Grande Oriente e la Gran Loggia si sono incontrate per la prima volta proprio a Sanremo nel 2016 e 2017. In questo composito quadro culturale, l’amministrazione provinciale è presieduta da un socialista, un retaggio forse dovuto all’eredità di Pertini, mentre il grosso del Psi è confluito in Forza Italia, insieme all’ex ministro Claudio Scajola. Quest’ultimo è stato, e in gran parte ancora è, il dominus dell’area, in cui negli ultimi anni vi sono state in prevalenza amministrazioni di centrodestra.

In queste zone, l’unificazione commerciale europea ha portato una crisi economica profonda poiché è mancato un accompagnamento al processo di trasformazione. Insieme alla drastica riduzione del settore floro-vivaistico, schiacciato dalla concorrenza olandese, spagnola e di Paesi del Sud del mondo più «spietati» nell’uso di pesticidi e nel mancato rispetto dei diritti dei lavoratori, il venir meno della frontiera ha ridotto drasticamente i posti di lavoro: moltissimi operavano in attività connesse direttamente o indirettamente alla dogana, come per esempio i cambiavalute. Il tutto si è concluso nel 2012 con la chiusura dell’autoporto.

Lo scambio culturale con i francesi è invece piuttosto limitato. Certo, la storia dell’amicizia e della rivalità tra cugini è davvero lunga. Un intrico di sentimenti e scambi messo ben in luce dal film La legge è legge, con Totò e Fernandel, ambientato da queste parti. Le iniziative culturali in città sono poco rilevanti: anche questa funzione tende a essere delegata a Bordighera. Questa ha una fiera del libro, ma anche un’attività musicale e teatrale significativa, ad esempio quella del Teatro della Tosse, che da decenni trova accoglienza anche nel paese di Apricale. A Ventimiglia solo di recente si vede qualche segno di rilancio: una certa ripresa dell’unico cinema-teatro sopravvissuto e qualche iniziativa estiva.

Eppure la città sarebbe lo spazio ideale per proposte volte a rafforzare le connessioni italo-francesi. Tutti, sia di qui sia di là dei confini, conoscono entrambe le lingue. Da sempre, infatti, molti italiani lavorano oltre confine. Già nel dopoguerra partivano autobus dall’entroterra per scaricare manodopera a basso costo, proveniente da Ventimiglia e dalle aree rurali, nella più ricca Costa Azzurra o a Montecarlo. Arrivavano per lo più da zone nelle quali l’olivo (tradizionalmente considerato l’albero della fame) era la produzione principale insieme alla lavanda, la cui commercializzazione è stata stroncata dall’avvento dei profumi di sintesi. Ora qualcuno, anche grazie a sovvenzioni europee, sta cercando di rivitalizzarne la coltivazione. Lo sbocco lavorativo oltre confine è ancor oggi la principale speranza, in particolare dei giovani. Tuttavia è sempre più difficile inserirsi in un mercato che si va contraendo e che mantiene una certa diffidenza nei confronti degli italiani che vanno a lavorare in Francia, per stipendi che qui si possono solo sognare, pur continuando a vivere in Italia, dove il costo della vita è inferiore. Zona dell’Italia questa dove, comunque, la vita non è certo facile, dal momento che la provincia di Imperia nel 2014 (e la situazione non è certo cambiata oggi) risultava la terza più povera del Paese per potere d’acquisto.

Comunque anche Ventimiglia ha luoghi di valore: oltre a località di pregio come La Mortola e Grimaldi, vi sono realtà che attendono di essere promosse nel giusto modo. Basti pensare ai Giardini Hanbury, dal nome del creatore, oggi proprietà dell’Ateneo genovese. Genova allunga le dita dell’università su questo prezioso scorcio di terra, ma resta una realtà per la quale valgono le parole di Paolo Conte «Genova per noi che stiamo in fondo…». Quaggiù ci si sente davvero in fondo rispetto al capoluogo. È così distante (come del resto lo è Imperia) che il riferimento sono Nizza (dotata di un vero aeroporto internazionale) e Monaco. Genova è distante anche per le scarse infrastrutture di collegamento, nonostante l’autostrada. Dopo anni di attesa, il recente raddoppio di una parte della ferrovia è soltanto una goccia nel mare, anche perché tracciata in modo che le stazioni si trovino lontane dal centro delle città che tocca.

Insomma, una città, quella di Ventimiglia, dalle molte potenzialità ma schiacciata talvolta da decisioni nazionali, come quella di mandare persone con storie malavitose al confino ai confini in mezzo a due casinò (Montecarlo e Sanremo, e prima la stessa Ventimiglia): luogo ideale per rafforzare traffici illeciti. Ovviamente, l'arrivo di famiglie dal Sud è stato un fenomeno molto più ampio, non certamente riducibile all’invio al confino di alcune persone. Tuttavia il fenomeno migratorio non ha prodotto un mélange
per così dire interculturale. Si sono create enclave separate, come avviene in città alta, che sembra avere vita e cultura a sé. Una situazione rafforzata anche dal fatto che si è conservata lassù una scuola elementare che accentua gli elementi di separazione sin dall’infanzia. Forse avrebbe aiutato un processo di cooperazione generativa istituire delle scuole che favorissero l’incontro tra le differenze, nello spirito che in fondo simbolicamente anima questa città fin dal suo nome.

 

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