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>> viaggio in Italia
Taranto
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Del diamante caro a Pasolini son rimasti solo i frantumi. Taranto è oggi ben lontana dalla descrizione che ne fece il poeta durante il suo viaggio nel 1959. Sulla Lunga strada di sabbia, percorsa attraversando l’Italia a bordo di una Fiat 1100, il poeta raggiungeva la città dei due mari alla vigilia della nascita del quarto centro siderurgico. Ancor più lontana è Taranto dalle parole di Guido Piovene nel suo Viaggio del 1956. La definizione di «città di mare tersa e lieve», dall’«aria cantabile», stride guardando il disastro ambientale odierno: aria, mare, suolo avvelenati in nome del «ricatto occupazionale» totalizzante generato dalla triangolazione acciaio, petrolio, cemento.

A Taranto è rimasto il ricatto ed è scomparsa l’occupazione. Un ricatto che oggi produce paura o rabbia. La Camera di commercio nel rapporto pubblicato durante la Giornata dell’Economia del 2016, spiega che, quello tarantino è «un modello di sviluppo che non funziona più» perché induce «a voler fare cose nuove con strumenti vecchi».Nell’arco di quattro anni, dal 2012 al 2016, l’Italia ha scoperto la «città malata»: dal più 27 per cento di decessi per tutte le cause di malattia rispetto alla media nazionale, denunciato dall’Associazione italiana di epidemiologia, ai 18 mila nuovi casi di neoplasie certificati dall’Asl nel Registro tumori. Dati emersi nel 2016, riferiti al periodo 2009-2011. Con prospettive poco incoraggianti.

È ancora la Camera di commercio a parlare di questo: l’idea di Taranto risulta compromessa a livello «nazionale e internazionale». Emblematica la singolare raccolta fondi ispirata dalla popolare trasmissione televisiva «Le Iene» e realizzata da soggetti locali al quartiere Tamburi, dove la polvere minerale dei parchi siderurgici Ilva ricopre balconi e strade nei giorni di vento di tramontana. In un rione dove alto è il tasso di disoccupati (a Taranto, sempre secondo i dati 2016 della Camera di commercio, il 18,9% della popolazione attiva è senza lavoro; il 60,8% dei giovani fra i 15 e i 24 anni), i cittadini acquistano una maglietta-brand al ragguardevole costo di 10 euro. Di euro ne sono stati raccolti oltre 337 mila per dotare la sanità pubblica tarantina di due pediatri oncologici.

>> Taranto e la provincia: i principali dati socio-demografici

La vicenda conferma la sfiducia dei tarantini nelle istituzioni, nella loro capacità di garantire, tra gli altri, il diritto alla salute; la «città malata» si è autotassata, con un’imposta sulla malattia (e sulla povertà), per accedere a servizi che le risorse pubbliche avrebbero dovuto garantire da tempo, così come promesso dal governo con  dieci decreti che rischiano di non salvare né Taranto né l’Ilva (uno studio epidemiologico commissionato dalla Regione Puglia nel 2016 ha confermato l’ipotesi di un eccesso di malattie tumorali nei bambini di Taranto del 30% in più rispetto alla media nazionale). La «maglietta della salute», paradossale e amara ironia, chiude il cerchio sull’«effetto slogan», sigillo della crisi tarantina da almeno quattro anni. Più il mainstream mediatico accentua quell’«effetto» e più scopre la debolezza del sistema di relazioni tra Stato, enti locali e una comunità profondamente sfiduciata. Se in tre mesi – da dicembre 2016 a marzo 2017 – è stata possibile la raccolta, non altrettanta rapidità si riscontra negli investimenti pubblici.

La Camera di commercio, radiografando l’economia tarantina, sottolineava questo punto: gli 870 milioni del Contratto istituzionale di sviluppo languivano dal 2015, col rischio di diventare «potenzialmente revocabili» (un amaro déjà vu); quattro anni di immobilismo, invece, si registravano sull’attuazione dell’accordo di programma per la riconversione e riqualificazione industriale, mai decollato. Il governo rassicura: 660 degli 870 milioni (nel frattempo saliti a 880) sono già avviati a spesa o cantierizzati, con particolare riguardo alle opere portuali (molo polisettoriale) e alle bonifiche; questo, però, non attenua la sensazione di sfiducia verso le istituzioni e di deriva economica e sociale, culturale, psicologica, antropologica. La sensazione della «città malata» è il terminale di quel sentiment frutto della mutazione di un virus, contratto anzitempo, nel 2006, quando il Comune di Taranto ha dichiarato bancarotta per 920 milioni di euro. Il dissesto è ancora in agguato col contenzioso in Cassazione per l'emissione dei Boc (Buoni obbligazionari del Comune).  Se volgesse a sfavore dell’amministrazione comunale tarantina la costringerebbe a restituire all’ex Banca Opi fino a 460 milioni di euro (il prestito originario era di 250 milioni).

La sindrome da dissesto è ancora viva in città. Sempre nel rapporto della Camera di commercio per la Giornata dell’economia 2016, il dissesto fa ancora parlare di sé tra i fattori della debole crescita per i suoi «perduranti e negativi riflessi» su «imprese, professionisti e famiglie», intrecciandosi alla crisi industriale. La città di Taranto (201.100 abitanti secondo l’ultimo censimento Istat del 2015, che arrivano a sfiorare i 600.000 considerando l’intera provincia) da quasi nove anni è in balia delle onde di un mare in tempesta che ha squassato anche il suo porto. Seicento metri di banchina al molo polisettoriale sono completati ma serve il collaudo bloccato da pastoie tecnico-burocratiche. I ritardi congeniti nello sviluppo della struttura hanno lasciato il segno. La multinazionale del traffico container Evergreen ha lasciato Taranto per il più vantaggioso e competitivo scalo del Pireo in Grecia, dopo 13 anni di attività. Il fallimento del sogno coltivato nel 1996 dal governo Prodi: la «terza Taranto», votata al transhipment come una Rotterdam del Mediterraneo. Nei pressi del molo polisettoriale, è sorto l’hotspot destinato ad accogliere, periodicamente, seguendo il flusso degli sbarchi, fino 400 migranti. La favola del porto hub trasformata nel drammatico racconto della logistica degli ultimi e il razzismo cresciuto in città.

Acciaio, infrastrutture (aeroporto chiuso, autostrada a oltre venti chilometri dal capoluogo, treni col contagocce), ambiente (come sintesi fra habitat e salute pubblica), sono i punti (deboli) di una specie di «triangolo delle Bermude» dentro il quale non è scomparso solo il sogno della città industriale, ma la città stessa. Sul ceppo delle difficoltà sorte, in una prima fase, con la tempesta finanziaria del 2008, riverberatasi nell’economia reale a suon di rallentamenti produttivi, esuberi, ammortizzatori sociali, chiusure di effimeri tentativi di diversificazione produttiva, si è innestata la vicenda della crisi siderurgica (disastro ambientale, processo penale, contrazione produttiva).

Nel 2016 l’Ilva, dopo anni di pesanti perdite, ha contenuto la flessione del margine operativo lordo (da meno 557 milioni del 2015 a meno 220 milioni del 2016), aumentando produzione (5,8 milioni di tonnellate nel 2016, con una crescita del 23% rispetto al 2015) e fatturato (da 2,1 miliardi di euro del 2015 a 2,2 del 2016) ma è evidente che i conti non tornano. Perché dopo il raddoppio dello stabilimento siderurgico negli anni Settanta, il complesso industriale ha vissuto e continua a vivere una contraddizione insanabile: produce utili se produce al massimo (dagli otto milioni di tonnellate in su), ma per far questo, al momento e senza un vero, radicale, costoso, piano di ristrutturazione ecologica che non si limiti all’attuale Autorizzazione integrata ambientale (l’Aia imposta per decreto dal governo), sarebbe costretta a tornare ai livelli di inquinamento del disastro ambientale.

L’incertezza regna sovrana e lo dimostrano i ritardi accumulati dal governo nella scelta dell’acquirente tra le due cordate che si contendono l’Ilva, capeggiate dai colossi indiani Arcelor Mittal e Jindal e i continui rimandi in fabbrica alle emergenze: prima di tutte quella della manutenzione impiantistica. All’incertezza si mescola il quasi totale disinteresse della città verso il derby che deciderà le sorti di Taranto per un buon pezzo di futuro accentuato dal fatto che i sindacati, la politica locale, siano tagliati fuori da ogni informazione sulla trattativa.

Cosa potrebbe far riemergere il rugginoso e sdrucito vascello tarantino? Fra mille contraddizioni, un’altra triangolazione ai cui estremi risultassero la città vecchia, la cultura del mare e l’università. Molti sforzi sono stati compiuti e qualche aiuto da Roma è giunto perché, ad esempio, il Museo nazionale (oggi MArTA) tornasse a rappresentare un polo di attrazione culturale e turistico. Agli «ori» magnogreci si è affiancato il Castello aragonese aperto al pubblico. Manca, ed è una costante, l’abitudine a fare rete.

L’Università ha contribuito a riaccendere le luci nell’isola, la parte antica di Taranto, tornando a far battere quel «cuore giovane» che il poeta Giuseppe Ungaretti attribuiva alla «città vecchia». Ma non basta per sconfiggere l’isolamento e il supermarket a cielo aperto della droga che coinvolge anche i minorenni e sul quale ha lanciato un grido d’allarme l’arcivescovo Santoro. Perché quel cuore torni davvero ad essere motore di crescita serve sciogliere il nodo che lega i giovani, gli spazi a loro disposizione per liberare creatività e progettualità, il mare.

Per troppi anni Taranto vecchia è stata epicentro di speculazioni. Ancora oggi si bandiscono eccellenti concorsi di idee, ma non è stato ancora realizzato il piano di recupero edilizio varato nel 1971 (addirittura) dall’architetto Franco Blandino, il vero punto di svolta e di rilancio dell’isola. La recente chiusura della Torre dell’orologio a piazza Fontana, disposta dal Comune per realizzare lavori di ristrutturazione, appare emblema della fatica immane fatta dai giovani in cerca di spazi d’espressione. Come un riflesso condizionato, gioca un suo ruolo anche l’estenuante risiko della sdemanializzazione delle servitù militari, altro fattore di ostacolo alla crescita. Nella Torre operava l’associazione «Le Sciaje», un gruppo di giovani guidati da Angelo Cannata. Il gruppo aveva rivitalizzato il sito aprendo un piccolo «museo del mare», punto d’attrazione turistico e culturale. La mancanza di garanzie circa il ritorno dell’associazione nella sede ormai «naturale», dopo i lavori, esprime una doppia negazione: degli spazi della città vecchia e della cultura del mare. Due fattori di resistenza culturale al declino e di vero cambiamento, nel ritorno al mare: il «variabile azzurro», caro al dimenticato poeta Raffaele Carrieri,  sottratto alla vista e alla disponibilità dei cittadini pezzo dopo pezzo: dall’Arsenale alle idrovore dell’Ilva, alla base navale.

Serve una nuova idea del mare, una vecchia idea di Taranto che rigeneri la stupefatta meraviglia di Cesare Brandi nel guardare l’isola e definirla tra i più bei borghi antichi del Mediterraneo. Un’idea radicale di memoria e futuro. Perché il futuro, a Taranto, può avere ancora un’idea.

 

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