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Catanzaro
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Mi capita sovente di tornare a Catanzaro, la città dove sono nato, e dove ha sede la fondazione regionale dell’Imes, l’Istituto Meridionale di Storia e Scienze Sociali, di cui sono presidente nazionale, e di osservarla con una duplicità di sguardo.

Quello dell’ex cittadino che vi ha vissuto sino alle soglie della giovinezza, che ha legami sentimentali profondi con i fratelli e le sorelle che vi abitano e con i tanti amici di antica data, con i luoghi dove ha giocato bambino, e insieme lo sguardo dello storico e dello studioso che non ha mai smesso di osservare le trasformazioni che la città ha subito nel corso del tempo. Metamorfosi che tento ancora di interpretare ogni vota che vi faccio ritorno.

Catanzaro, una città medio-piccola (conta circa 90.000 abitanti) capoluogo della Calabria, riflette con fedeltà quasi assoluta, ma in forme estreme e perfino grottesche, le vicende e le trasformazioni che investono l’intera società nazionale. Se ne potrebbe tentare una rapida scansione storica. Negli anni Sessanta la città rappresentava forse il centro politicamente e intellettualmente più vivace della Calabria. La lotta politica anche radicale che investiva allora l’Italia intera trovava a Catanzaro equivalenti di un certo rilievo. Merito soprattutto di un Partito comunista ben strutturato e attivo, i cui quadri dirigenti si erano per lo più formati nelle lotte contadine del dopoguerra; una Dc molto popolare, anche se priva di leader significativi, un piccolo partito socialista, gruppi vivaci di giovani cattolici e giovani comunisti resi ancor più combattivi dal passaggio vivificante del Sessantotto. Al fermento giovanile di quegli anni diede anche un contributo straordinario, per tanti versi difficile da decifrare nella sua apparente casualità, la presenza del Liceo Classico Galluppi. Una vecchia istituzione destinata alla formazione della élite cittadina, che in quegli anni vide uscire dai suoi banchi un numero sorprendente di figure intellettuali, alcune delle quali destinate a fama nazionale e internazionale, ma che in più gran numero, anche se con minore notorietà, sarebbero andate a infoltire le schiere della docenza in varie Università d’Italia.

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Il fermento intellettuale e politico, che si consolidò nel decennio successivo con un maggiore protagonismo dei partiti politici, con la nascita della Regione e il decentramento amministrativo che ne conseguì, mascherò tuttavia una sotterranea tendenza economica e strutturale che si sarebbe rivelata fatale per Catanzaro e per gran parte della regione. La città, un centro amministrativo che vantava l’insediamento di una Corte d’Appello, e quindi la presenza di un folto ceto forense, i vari uffici pubblici legati al suo ruolo di capoluogo di provincia, cui si aggiungeva quello di regione (Catasto, Ufficio delle entrate, Provincia, Prefettura, Camera di Commercio, Assessorati regionali ecc.) era andata crescendo sui trasferimenti ordinari dello Stato, cui si aggiungevano quelli dell’intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno. Ma nessuna nuova economia si era nel frattempo formata, anzi si era ridotta e comunque sempre più svalutata l’economia del piccolo artigianato e soprattutto quella agricola dei suoi dintorni, che a lungo aveva costituito un supporto all’autoconsumo e al piccolo commercio. E giova ricordare che Catanzaro ancora oggi è un comune agricolo significativo, soprattutto per la presenza diffusa di uliveti. La quasi unica forma di intrapresa che invece non aveva conosciuto flessioni era la solita, vecchia, sicura, edilizia. Costruire case è stata per decenni l’unica vera passione dell’imprenditoria cittadina e della sua provincia: una industria con pochissimi rischi, grazie alla fame di case di quei decenni, all’abbondante presenza di mano d’opera a basso costo, al tipo di impresa, realizzabile con scarsi investimenti e nessun bisogno di innovazione tecnologica, in grado di sfruttare a prezzi di favore politico la materia prima allora abbondante: il territorio. Sennonché, questo corso economico che ha investito allora pressoché tutte le città italiane, a Catanzaro ha assunto forme paradossali e alla lunga disastrose per il destino della città. I nuovi edifici, le famose palazzine che rappresentavano le nuove forme di edificazione residenziale di allora, non si espansero verso Sud, come sarebbe stato logico e necessario: vale a dire, verso la valle della Fiumarella e del Corace e dunque verso la pianura e verso il mare. Cosi è accaduto per quasi tutti gli antichi centri interni, più o meno arroccati e bisognosi di nuovi spazi. Catanzaro si è espansa invece in direzione contraria, anziché verso il mare si è mossa verso la montagna, ha occupato nuovi spazi a Nord, sulle colline impervie dove alcuni maggiorenti possedevano terreni di scarso pregio agricolo da valorizzare. Si è creato così una ulteriore via di traffico che attraversa la città verso nord negli spazi angusti delle colline. Tale tendenza è stata in parte corretta negli anni successivi, ad esempio con la nascita di un aggregato residenziale a Corvo, una piccola valle tra la città e il suo Lido. Ma essa è stata nel frattempo accompagnata da un processo di edificazione selvaggia, sia a Est che a Ovest, con la disseminazione di palazzi su tutte le pendici intorno ai colli su cui è storicamente sorta la città. Una proliferazione caotica di edifici anche su crinali e dirupi, purché raggiungibili, che sarebbe errato definire a macchia d’olio. L’olio si espande con una sua rotondità e contorni netti. Qui si siamo in presenza di uno sprawl, un accampamento casuale di case. Un tempo Francois Lenormant, storico della Magna Grecia, definiva Catanzaro una «città vertiginosa», un nido d’aquile circondata da dirupi digradanti versi il mare Jonio. Oggi quei dirupi sono gremiti di edifici simili a capre al pascolo. Rispecchiano con avvilente fedeltà l’immagine di una classe dirigente cittadina il cui connotato progettuale più saliente è il disordinato e misero appetito predatorio del suo territorio e del suo paesaggio.

Forse gli anni peggiori di dissennatezza sono stati quelli del decennio Ottanta: la fase della riscoperta del «privato», dell’«edonismo reaganiano», del nuovo corso del Partito socialista guidato da Craxi. Tornavo anche allora spesso a Catanzaro e vi scorgevo non solo nuove violenze sul territorio ma un mutamento antropologico palpabile e per tanti aspetti sconvolgente. La comunità cittadina di un tempo, quella dello struscio serale sul corso, dei tanti caffè del centro storico, delle chiassose comunità studentesche , dei circoli culturali, si era come dissolta. La sera un silenzio da coprifuoco si stendeva per strade e piazze. Le famiglie erano state risucchiate nelle loro case davanti a un televisore. I cinema erano stati tutti chiusi, tranne il Masciari, un bellissimo locale Liberty dei primi del Novecento, che proiettava solo film a luci rosse.

La città è riemersa molto lentamente da questo tracollo civile e culturale. L’Imes, che teneva i suoi convegni nei pressi della città, con studiosi italiani e stranieri di varie discipline, già sul finire del decennio trasferiva in forme di dialogo didattico le proprie ricerche tra gli insegnanti dei licei cittadini. Nascevano circoli culturali, il Masciari, grazie all’iniziativa di un gruppo di giovani riprendeva la cinematografia di qualità, la città conosceva un po’ di vita economica ma quasi esclusivamente per l’espansione degli esercizi commerciali. Non si spezzava lo schema antico di una domanda alimentata dai trasferimenti pubblici, che sosteneva un consumismo crescente, surrogato illusorio di una modernizzazione fondata su una mera redistribuzione amministrativa di ricchezza.

Così nel nuovo millennio la città ha conosciuto una nuova pagina di vivacità culturale e civile e perfino urbanistica. Grazie ai programmi europei Urban, il comune ha realizzato un’ampia opera di rifacimento del decoro urbano, con un apprezzabile ristrutturazione del corso principale, intitolato a Mazzini, e di alcuni quartieri del centro storico, come il rione di Sant’Angelo. Purtroppo si tratta di un’opera oggi deturpata dal traffico, e dalle auto parcheggiate perfino sui marciapiedi, perché le amministrazioni sono incapaci di conservare 150 metri di isola pedonale. Catanzaro è infatti forse l’unico centro urbano d’Italia privo di un’area esclusa al traffico. In quegli anni la trasformazione dell’antico carcere di San Giovanni, diventato un elegante presidio culturale nel cuore della città, ha dato impulso a importanti mostre e a iniziative culturali di rilievo. Nel frattempo, il Progetto Gutenberg, un festival del libro avviato all’interno del Liceo Galluppi da Armando Vitale, un ex alunno degli anni Sessanta, è diventato un evento culturale che investe la città per diversi periodi dell’anno e ora anche l’intera regione.

Ma si tratta di una vivacità culturale, che viene dal mondo della scuola e di poche professioni, che al fondo maschera assetti strutturali immodificati e per tanti versi peggiorati. Negli ultimi anni l’iniziativa economica dei gruppi dirigenti cittadini si è indirizzata verso la costruzione di centri commerciali ovunque il territorio lo consentiva. Poli commerciali enormi che hanno messo in crisi il piccolo commercio del centro storico e che generano crescente traffico automobilistico. Nel frattempo a Germaneto, nella periferia Ovest, sono state trasferite alcune facoltà universitarie prima disseminate nel centro. Una espansione urbanistica degli ultimi decenni che ha sconvolto il paesaggio agricolo di una vasta area. La città si dilata su un più vasto territorio senza un disegno visibile, mentre il centro storico si va svuotando. Di recente in questa area è stata terminata la sede della Regione, un edificio gigantesco, che fa impallidire per solennità il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Ad osservarlo, pensando alle prove che hanno dato i governi regionali negli ultimi quarant’anni, si rimane senza parole. Per quali meriti una così imponente autocelebrazione? Non saprei come interpretarla, visto il bilancio politico che oggi si può trarre, se non come monumento alla capacità dei gruppi dominanti calabresi di distruggere il proprio territorio.

 

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