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Luisa Leonini, 06 November 2017

Pochi giorni fa gli avvocati di Facebook, Twitter e Google sono stati interrogati dal Senato degli Stati Uniti per spiegare come abbiano potuto non accorgersi della presenza sulle loro piattaforme di propaganda politica occulta. Quella, in particolare, che sembra essere stata finanziata da account russi durante la campagna per le elezioni presidenziali del 2016 che, giusto un anno fa, ha portato alla vittoria di Donald Trump.

Un nuovo capitolo del cosiddetto «Russiagate» si è così aperto. Facebook, infatti, avrebbe ricavato una cifra superiore ai 100.000 dollari dalla vendita di spazi pubblicitari ad account fake legati a server russi. Il periodo interessato è quello che va dalla discesa in campo di Trump (maggio 2015) al maggio di quest’anno. Gli account coinvolti avrebbero pubblicato post che, pur non riferendosi in maniera esplicita al voto, trattavano, orientando l’opinione del lettore, contenuti oggetto della campagna elettorale: omofobia, xenofobia e politiche migratorie, diritto a possedere armi per difendersi da sé.

Stando a quanto pubblicato dal “New York Times”, oltre 3.000 spazi pubblicitari sulle bacheche degli utenti di Facebook sarebbero stati acquistati da account fake legati alla Russia, raggiungendo 126 milioni di utenti del social di Mark Zuckerberg. A questi andrebbero aggiunti oltre 131.000 messaggi su Twitter e più di 1.000 video caricati su YouTube. Dietro questa vera e propria campagna si celerebbero organizzazioni riconducibili alla Internet Research Agency di San Pietroburgo.

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Un caso studio a partire dall’analisi di una settimana su Twitter
Manuela Malchiodi, 29 July 2016

Il fenomeno della radicalizzazione e del terrorismo islamico esercita effetti preoccupanti sulla percezione dell’islam e sulle relazioni con i cittadini di religione islamica residenti o

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Tra conformismo gregario, ostracismo ed esclusione sociale
Loredana Sciolla, 03 June 2013

La lettera scarlatta, opera di Nathaniel Hawthorne pubblicata con grande successo nel 1850, inizia con una scena sconvolgente. Hester, la giovane donna protagonista del romanzo, viene mostrata al popolo di Boston su un patibolo. Qual è la sua colpa? Aver dato alla luce una bambina, commettendo adulterio per amore di un uomo di cui non vuole rivelare il nome. Hester finirà per subire l’ostracismo sociale, isolata ed emarginata dalla sua comunità, portando cucito sul petto il marchio della vergogna: una "A", scarlatta, come "adultera". Intorno a lei si formerà così un vuoto fatto di parole e di discorsi denigratori: le chiacchiere delle comari, per le quali l’ostracismo non è una pena sufficiente e vorrebbero che Hester venisse uccisa o indotta al suicidio.

L’io narrante, che ritrova i documenti e le testimonianze di questa storia, dice che quando toccò la "A" ricamata, nascosta tra le carte, provò "un calore bruciante... come se la lettera non fosse di panno rosso, ma di ferro arroventato fino a diventare rosso". Che cosa c’entrano il bigottismo e la rigidità di una comunità puritana del Seicento con il nostro oggi permissivo, sessualmente emancipato, individualizzato nelle scelte morali e affettive? C’entrano eccome.

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Francesco Locane, 29 April 2011

Sono entrato attivamente nel social network più diffuso nel mondo solo di recente, per motivi di lavoro. Dopo avere sentito parlare (da tutti e in ogni modo) di Facebook, ho cercato, mentre lo usavo come mezzo di diffusione di alcuni contenuti che producevo, di osservare quello che accadeva tra profili, bacheche, nuove amicizie e tutto il resto del materiale che circola tra le pagine della piattaforma ideata da Zuckerberg nel 2004.

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Giuseppe Riva, 16 November 2010

Il numero di settembre di «Wired» - il noto magazine statunitense - annunciava in copertina la morte del web e l’editoriale del direttore illustrava come la tradizionale funzione informativa stesse ormai cedendo il passo all’intrattenimento. Una recente ricerca della Nielsen Wire (ottobre 2010) non solo ha confermato questo dato, ma ha incoronato i social network come nuovi re del web.

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