Rivista il mulino

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DEMOCRAZIA
Marc Lazar, 20 June 2011

La maggior parte dei commentatori, italiani e stranieri, sta celebrando il miracolo di un Paese che, improvvisamente, pare uscito dal torpore televisivo nel quale era immerso. Un Paese che, ridestatosi, si preparerebbe a relegare un indebolito Silvio Berlusconi nel dimenticatoio della storia. In breve, in Italia sarebbe in corso una di quelle svolte di cui la storia italiana trabocca, un nuovo episodio della versatilità per cui è noto il suo popolo. Non si tratta che di cliché, nient’altro che di cliché che fanno pensare ad altre idee preconfezionate assai diffuse, secondo cui gli italiani, tutti fascisti, nell’estate del 1943 decisero tutti da un giorno all’altro di passare dall’altra parte. In effetti, viene da pensare che un miracolo si sia repentinamente prodotto, se si considera che l’Italia dal 1994 è diventata un regime, una telecrazia che stabilisce un totalitarismo sottile, una tirannia della maggioranza, e che Berlusconi rappresenta alla perfezione lo stato d’animo immutevole degli italiani: poco istruiti, senza senso civico, ottenebrati dalla televisione, preoccupati unicamente di soddisfare i propri interessi e quelli delle loro famiglie. A dispetto delle due sconfitte subite da Berlusconi, sino a pochissimo tempo fa siffatte analisi erano molto diffuse, tanto diffuse da alimentare la favola di una maledizione strutturale della democrazia italiana.

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Jean-Pierre Filiu, 18 March 2011

L'insurrezione democratica che attraversa il mondo arabo non è che all’inizio e, come tutti i grandi rivolgimenti storici, conoscerà sconfitte, battute d’arresto, tradimenti e rotture. Non ci sarà un effetto domino tra movimenti che sono profondamente radicati nel proprio contesto specifico.

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Piero Ignazi, 31 January 2011

L’imperativo della sicurezza post-11 settembre ha appiattito la politica occidentale verso i Paesi musulmani sulla lotta al terrorismo. Questa distorsione ottica, oltre ad avere impoverito la nostra conoscenza dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ha reso i governi occidentali corresponsabili della sopravvivenza di regimi autoritari, sostenuti senza troppi patemi per contenere il fondamentalismo islamico.

E' stato commesso, sostanzialmente, lo stesso errore di Realpolitik di bassa lega degli anni Sessanta-Settanta, quando gli Stati Uniti e, con minore o maggiore riluttanza, i suoi alleati appoggiavano feroci dittature militari al solo scopo di arginare il comunismo. Quella scelta è costata moltissimo in termini di credibilità: i valori sbandierati dai Paesi occidentali non venivano presi sul serio e prevaleva l’immagine “reazionaria” e amica dei dittatori. Solo con la presidenza di Jimmy Carter, alla fine degli anni Settanta, e l’affermarsi di governi socialisti in molti Paesi europei – in particolare in Germania con Willy Brandt e Helmut Schmidt e in Francia con François Mitterrand – si sono in qualche modo riequilibrate le dichiarazioni di principio con le scelte di politica internazionale.

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Bruno Simili, 26 October 2009

Forse, a questo punto, converrà mettere da parte i soliti pessimismi e trovare, nei banchetti che hanno raccolto i voti delle primarie, un bicchiere mezzo pieno. Anche da destra, infatti, non dovrebbero esserci dubbi (abbiamo detto “dovrebbero”), sul fatto che il voto di ieri che ha eletto Pierluigi Bersani nuovo segretario del Partito democratico rappresenta una buona cosa per tutti. Non solo, evidentemente, per il partito stesso, ma anche e vorremmo dire soprattutto per la democrazia italiana. Quella stessa democrazia che da parecchio tempo lancia non pochi segnali di malessere (secondo alcuni di grave malessere).

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