Rivista il mulino

EUROPA
Gianfranco Viesti, 14 March 2011

Non pochi, anche per giustificare le manovre finanziarie (Tremonti) e legislative (Gelmini) sull’università, sostengono con sempre maggiore convinzione che all’Italia tanti laureati, in fondo, non servono. Guardiamo i numeri e confrontiamoci a livello regionale con l’Europa. Partiamo dal dato che fotografa la storia più lontana e indica la necessità di recupero nel tempo lungo: la quota dei laureati sulla popolazione fra i 25 e i 64 anni. Vale a dire l’effetto delle scelte e dei risultati educativi degli ultimi quattro decenni. La media europea è del 24,3%; quindi un europeo “adulto” su quattro è laureato. Le regioni europee dove questo valore è massimo, il che non sorprende, sono quelle del Nord. In particolare quelle britanniche (la prima in assoluto in graduatoria è Londra, con il 48,3%), e quelle di Olanda, Belgio, Danimarca e Paesi scandinavi. Ma ci sono molte delle regioni delle capitali europee. Inoltre, cosa interessante, si trovano anche regioni spagnole: i Paesi baschi, Madrid, la Navarra sono molto in alto in graduatoria. Le regioni italiane non sono messe bene: la prima è il Lazio (ma 178ma su 267 regioni) con il 19,6% di laureati sulla popolazione “adulta”; un valore che è metà di quello di Madrid. Fra le prime regioni italiane c’è anche l’Abruzzo, che ha una percentuale più alta di quasi tutte le regioni del Nord (e non a caso è una regione che è cresciuta molto).

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Marc Lazar, 20 December 2010

Le violenze che hanno infiammato il centro di Roma il 14 dicembre scorso, lo stesso giorno in cui Silvio Berlusconi è riuscito a salvare il proprio governo, hanno colpito l’opinione pubblica italiana, alimentato sospetti su eventuali provocazioni della polizia e fatto riapparire lo spettro degli anni di piombo. Eventi che devono essere inseriti in un contesto europeo. Ovunque i governi di destra (in Francia, in Gran Bretagna, in Italia o in Germania, nonostante, in quest’ultimo caso, le notevoli performance economiche) e di sinistra (in Grecia, in Spagna e in Portogallo) hanno adottato preoccupanti programmi di rigore e austerità. Per sanare i conti pubblici, si tagliano le spese dello Stato, comprese quelle legate all’educazione e, più in generale, al Welfare. Che si tratti di settori particolarmente cari agli europei, poiché costituiscono due dei pilastri della loro comune identità, è fuori di dubbio. Ma allo stesso tempo è irrilevante. Per gli europei, già fortemente destabilizzati dalla crisi finanziaria del 2008, tali misure restrittive hanno rappresentato un vero e proprio shock. Poiché stanno sobbarcandosi il costo della crisi, in molti è forte la percezione di un profondo sentimento di ingiustizia, soprattutto a fronte degli elevati salari e delle grandi indennità che banchieri e trader continuano a percepire.

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Romano Prodi, 19 December 2010

Non occorre certo spiegare agli amici del Mulino chi era Tommaso Padoa-Schioppa. Abbiamo infatti avuto il privilegio e anche il piacere intellettuale di ascoltarlo e di discutere con lui nelle riunioni dell’Associazione, di assistere alla sua Lettura in Santa Lucia, di meditare sui suoi saggi (in grande parte pubblicati dalla nostra casa editrice) e di leggere le sue riflessioni di politica e di economia sulla stampa italiana.

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Redazione, 24 November 2010

Non si può avere una politica monetaria senza un minimo di coordinamento della politica economica. Parola di Romano Prodi. In rete l'intervista rilasciata questa mattina a Radio Popolare sulla crisi dell'Europa (e dell'euro), a partire dai casi di Grecia e Irlanda.

Qui l'intervista completa

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1990-2010: Speciale Lettere internazionali
Gabriele D'Ottavio, 01 October 2010

La «potenza civile» tedesca in cammino verso la «normalità». All’indomani della caduta del muro di Berlino, furono in molti a evocare il timore che una Germania nuovamente riunificata e potenzialmente egemone sul continente sarebbe potuta ricadere nella tentazione di intraprendere una nuova «via speciale» (Sonderweg). Affrancandosi dalle obbligazioni europee e atlantiche che erano state contratte nel secondo dopoguerra e, addirittura, dando adito a nuovi impulsi egemonici neo-nazionalistici.

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