Rivista il mulino

Content Section

Central Section

Send to Kindle
Il comparto formativo tedesco è quasi del tutto orientato in funzione del lavoro
Germania: se l’università rinuncia alla cultura
rubrica

L’università è un animale strano. Istituzione quasi millenaria nel cuore della cultura europea, sta conoscendo delle trasformazioni così profonde che ne mutano il codice genetico. Ogni tanto, tra colleghi e colleghe se ne parla, ma quasi con rassegnazione come se fosse oramai impossibile fare qualcosa per fermare la macchina e mettere a punto una ricalibrazione del processo in atto. Della libertas dell’accademia dei saperi non rimane che qualche flebile traccia e una retorica diffusa che cerca di rimuovere la realtà. Lo sappiamo tutti, ma continuiamo a vivere e lavorare come se così non fosse. In molti modi e per varie ragioni l’università europea non è più padrona del suo destino, non decide più di sé, ma si trova invischiata in una congiuntura che la fa essere sempre di più una macchina etero-diretta: non ha più la mano sulla barra del timone che decide del suo corso. Intorno a questo è calato un grande silenzio, come se si trattasse di un fato tanto implacabile quanto del tutto coerente alla logica dei tempi. E, quindi, cosa su cui non vale la pena di spendere una parola.

Circoscrivo queste mie riflessioni a un luogo e a un tema solo. Il luogo è il mondo universitario tedesco, perché è quello in cui mi sono formato e che meglio conosco dall’interno. Il tema è quello di una quasi ossessiva orientazione esclusiva al lavoro, almeno qui in Germania, di tutto il comparto formativo: iniziando dal liceo e passando poi attraverso l’università. Da qui la scelta di ridurre di un anno gli studi liceali, anticipando la maturità, per consentire un più rapido inserimento nelle attività lavorative. E, conseguentemente, una visione degli studi universitari in chiave prettamente funzionale alla loro applicabilità immediata nel lavoro futuro, che incombe imminente con la sua aura allettante di una promessa di successo e benessere economico inesauribile. Tutto questo con ricadute di cui scarichiamo i costi esistenziali sulle generazioni future. Tra il processo di Bologna, che ha trasformato l’architettura degli studi universitari in una sorta di prolungamento del modello liceale, e questa pressione ossessiva verso l’attività lavorativa, l’università tedesca sta sostanzialmente rinunciando alla cultura come perno intorno a cui articolare le proprie varie attività. La cultura, questo essere indefinibile, sfuggente, ma così prezioso per la formazione dell’umano all’avventura di vivere, paga il prezzo della sua non immediata fruibilità; perdendosi nei meandri curricolari ossessivamente orientati alla loro spendibilità remunerativa nel lavoro che verrà.

L’impoverimento dell’umano che ne consegue lo vedi ogni giorno che entri in aula e cerchi di scrollare i ragazzi dal torpore funzionale prodotto dalla macchina attraverso cui devono passare per accedere alla terra promessa del lavoro. Non che manchi loro qualche aspirazione più alta, il desiderio di apprendere un pensiero autonomo e di più ampio respiro; è che non hanno la possibilità di dare forma a questo desiderio per qualcosa che non si consuma immediatamente e che, proprio perché non è spendibile, dura nel tempo e accompagna una vita. Costretti a rimbalzare da un’aula all’altra per tutta la giornata, la macchina universitaria stessa preclude loro la possibilità coltivare questa aspirazione che una volta chiamavamo cultura. Ma questo non è il solo scotto che pagano. La trasformazione dei saperi in tecniche e dell’accademia in scuola di avviamento al lavoro sta bruciando un’intera età della vita nelle generazioni più giovani. L’età dedicata alla formazione dell’umano, quella in cui apprendono a governare e orientare il futuro come opera delle loro mani e della loro mente, per non essere semplici ingranaggi di un sistema che già da sempre ha deciso della loro sorte. Un tempo inutile, perché non crea guadagni immediati e non è monetizzabile; ma decisivo, perché dà spessore che tiene nel tempo e si riversa nel più ampio corpo sociale dell’umana coesistenza aiutando a generare la dignità di quei legami di cui esso ha bisogno come dell’aria che respiriamo.

È possibile, come avviene in ogni fase di transizione, che la cultura e la sua coltivazione si stiano ridislocando all’interno dei processi indotti dall’avanzamento delle tecniche nella nostra società. Rimane però il fatto che, in questo momento, essa non solo sta diventando apolide nella città degli uomini e delle donne, ma è anche sottomessa a un’evanescenza forzata che ci sta sfuggendo di mano. Forse, anche solo per questo motivo, varrebbe la pena di spendere qualche parola e pensiero degni di questo nome su quell’istituzione della cultura che è stata per secoli l’università europea.