Rivista il mulino

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Un ricordo di Piero S. Graglia (dal n. 6/2010 della rivista)
Altiero Spinelli
rubrica
  • Memoria /memorie

A tre anni dall’avvio delle celebrazioni per il centenario della nascita di Altiero Spinelli (nato a Roma il 31 agosto 1907), si può provare a fare un bilancio non tanto delle manifestazioni, quanto piuttosto dell’impatto che queste hanno avuto sull’insieme della pubblica opinione e dei media.

Celebrare una figura tutto sommato poco nota al grande pubblico dovrebbe portare inevitabilmente ad accrescerne la notorietà. Eppure la figura di Spinelli, finalmente celebrata e ricordata, è ancora poco conosciuta. Con il suo carattere, egli non avrebbe tratto particolare motivo di cruccio da questa scarsa notorietà; ma sicuramente avrebbe avuto in uggia una celebrazione di maniera unicamente incentrata sul valore istituzionale del federalismo, dimentica di quei contenuti «politici» che lui, invece, aveva portato avanti per tutta la sua esistenza.

Nel corso della sua azione, Spinelli ha avuto spesso accanto, come compagna, la sconfitta. Non è un caso che la sua frase preferita, spesso posta come epigrafe ai suoi scritti e alle sue riflessioni, fosse di Paolo di Tarso: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia». Nell’apparente inutilità dell’azione politica che può non produrre risultati immediati, ma con la coscienza di una incisività e perseveranza che supera quegli stessi risultati mancati, sta la chiave caratteriale per comprendere l’uomo politico, l’intellettuale e il militante.

Arrestato nel giugno 1927, a neppure vent’anni (li compirà in carcere), per la sua attività all’interno del Partito comunista clandestino, Spinelli rivela subito le qualità del militante coerente e intransigente, soprattutto con se stesso. Insulta il Tribunale fascista che lo sta giudicando e che lo condannerà a diciotto anni e sei mesi di carcerazione; sconvolge la famiglia negando anche solo il ricordo del ragazzo volonteroso a scuola, dolce e remissivo in casa, e restituendo invece l’immagine di un freddo rivoluzionario che intende il carcere come l’unica vera università che conti in quella fase storica; tronca di fatto i rapporti col padre autoritario, dal quale pure ha appreso i rudimenti dell’idea socialista, limitandosi da quel momento in poi a pochi – ma fondamentali – scambi epistolari sul senso della scelta comunista e sui primi dubbi del giovane rivoluzionario.

In carcere studia, con metodo: filosofia, storia, economia, lingue; ma legge anche romanzi, racconti di avventura, testi di entomologia – sua passione adolescenziale. Nel giro di alcuni anni sarà trasferito in cinque carceri – San Vittore a Milano, Regina Coeli a Roma, Lucca, Viterbo, Civitavecchia – e in quello stesso periodo maturerà, lentamente ma con decisione, il distacco dall’idea comunista.

Vi aveva aderito, confesserà in seguito, attirato dalla coerenza antifascista di quel partito; vi era entrato come si entra in un ordine religioso, e la sua ambizione era stata sin dall’inizio quella non di far parte semplicemente dei fedeli, bensì di entrare nel ristretto cerchio episcopale.

Lo studio in carcere e la crescente adesione ai valori maturi della libertà e dell’indipendenza, rispetto a quelli adolescenziali della rivolta e della fede cieca e assoluta, provocano una crisi che si fa evidente già al termine della prima fase della sua carcerazione. A Viterbo (1931-1932) e poi soprattutto a Civitavecchia (1932-1937) Spinelli è sempre più isolato nel partito, sempre meno disposto a osservare e accettare le direttive e le posizioni che il collettivo dei carcerati comunisti decide per il gruppo. Da fuori giungono affievolite, ma non troppo deformate, le istruzioni del movimento comunista internazionale per i detenuti nelle carceri fasciste: Stalin impone le sue «svolte» politiche ai partiti «fratelli», con repentini cambi di atteggiamento nei confronti della socialdemocrazia e delle altre componenti antifasciste. Spinelli non ci sta, respinge la condanna nei confronti del «socialfascismo» democratico (così venivano definiti i socialisti democratici e i movimenti come Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli ed Emilio Lussu), contesta l’espulsione di Trotskij e soprattutto critica il dominio del partito comunista russo sul partito italiano, giungendo ad affermare che proprio l’esperienza del fascismo dovrebbe insegnare ai comunisti il valore di un «governo non dittatoriale». Nega quindi la necessità della dittatura del proletariato e parla piuttosto di libertà proletaria e di contaminazione del movimento comunista con le altre forze politiche antifasciste. Una posizione latamente eretica che viene tollerata dal collettivo comunista del carcere solo per le «speciali condizioni» nelle quali si trova un compagno preparato, studioso, visibilmente confuso ma distaccato dalla realtà della lotta sul campo. Quando si tornerà liberi, scrivono dal carcere i capi del collettivo ai dirigenti ancora in libertà, Spinelli sarà sempre uno dei migliori.

Il dissenso invece non rientra. Gli anni di carcerazione a Civitavecchia sono anche quelli durante i quali le notizie sulla dissidenza di Spinelli si moltiplicano e arrivano a noi attraverso le memorie dei suoi compagni di galera: tutti, da Terracini a Valiani a Pajetta, ricordano che il giovane entrato in carcere nel 1927 da comunista, nel 1937 si colloca su posizioni diverse e ormai non più liquidabili come semplici sbandamenti passeggeri. Ad allontanare definitivamente Spinelli dal partito l’ennesima svolta staliniana: l’alleanza con le democrazie borghesi in funzione antinazista (una piroetta politica che ribalta con disinvoltura la condanna dell’eresia socialfascista del 1931) e la vicenda delle purghe staliniane. Sui processi di Mosca Spinelli è irremovibile: impossibile considerare nemici del popolo rivoluzionari come Zinov’ev e Kamenev, ma soprattutto lo disturba l’opportunismo di Stalin, il suo ambiguo riconoscimento dei valori democratici, l’opportunismo di alleanze non sincere.

Non si tratta di una battaglia del tutto solitaria; tra i giovani comunisti in carcere l’ascendente di Spinelli è alto: in particolare Leo Valiani e Carlo Alpi riconoscono in lui un solido punto di riferimento. Manca però a Spinelli anche solo l’intenzione di organizzare il suo dissenso come forma politica autonoma: la sua riflessione è solitaria, non cerca alleati. L’abbandono del partito non avrà il senso di un fallimento personale: la sua espulsione – a Ponza, durante il confino – è un atto per lui assolutamente logico e conseguente, accettato (quasi ricercato) come coronamento di un lungo periodo di studio durante il quale i valori della filosofia della libertà hanno sostituito i principi della lotta comunista e la relativa fede. [L'articolo completo è acquistabile qui]