Rivista il mulino

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Berlino, 14/2/2017
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  • lettere internazionali

Un nuovo Bundespräsident. Al di fuori della Germania pochi sanno il nome di chi ricopre la carica di presidente della Repubblica Federale. Il Kanzler (oggi la Kanzlerin) sono più noti perché la Costituzione riserva loro maggiore potere e visibilità. In tempi normali il Bundespräsident è una figura prevalentemente rappresentativa, in tempi di crisi, con le dovute cautele costituzionali, può dichiarare lo stato di emergenza, ma finora nella storia del dopoguerra non si è mai dato il caso che dovesse ricorrere a questa facoltà.

Da domenica 12 la Germania ha un nuovo presidente: Frank-Walter Steinmeier, socialdemocratico, fino a poco tempo fa ministro degli Esteri del governo di Angela Merkel. È stato eletto con una maggioranza di quasi il 75% da un’assemblea di 1252 membri, composta dai parlamentari federali e da un pari numero di delegati eletti dalle assemblee dei Länder tra politici ma anche tra personalità della cultura, dello sport e dello spettacolo. La sua nomina era scontata dopo che la cancelliera non era riuscita a trovare nel suo partito una personalità che riscuotesse ampi consensi e non apparisse come il sigillo della grande coalizione anche per il futuro. Era riuscita a sconfiggere Steinmeier quando questi era stato candidato suo rivale alle ultime elezioni federali e aver accettato ora la sua candidatura alla presidenza era un modo per riconoscerne le virtù.

Probabilmente il compito del presidente Steinmeier sarà meno semplice di quello dei suoi predecessori. Ne è consapevole. Nel breve discorso dopo l’investitura ha parlato di «tempi turbolenti» (stürmische Zeiten), di necessità di tener saldi i valori dell’Occidente e della democrazia, facendo riferimento, senza ovviamente nominarlo, al nuovo presidente americano e alla svolta che questi sembra voler imprimere al suo Paese e al resto del mondo. Pur con una retorica sobria e misurata, ha usato spesso la parola «coraggio», una virtù da contrapporre agli imprenditori della paura e la parola «speranza», riferita a coloro che nel mondo guardano alla Germania come a un’ancora stabile di prosperità. Ha fatto cenno all’Europa e ai rischi che corre.

È probabile che il sessantunenne nuovo capo dello Stato oggettivamente più forte del continente abbia voluto dare coraggio ai suoi concittadini ma pure darsi coraggio. La Germania federale si avvia quest’anno alle elezioni e la proverbiale stabilità del suo sistema politico non è più data così scontata come in passato. È incerto in che misura il nuovo partito di destra (l’AfD) sarà in grado di erodere i consensi ai democristiani di Angela Merkel, è incerto se il candidato socialdemocratico, Martin Schulz, riuscirà effettivamente a ribaltare il trend negativo del suo partito nelle ultime competizioni elettorali (come i sondaggi sembrano indicare), è incerta la tenuta dei Verdi e della sinistra ed è incerto se i liberali riusciranno questa volta a superare la soglia di sbarramento per l’ingresso in Parlamento. Il sistema politico tedesco è ormai certamente pentapartitico e forse addirittura esapartitico (non considerando i partitini non rappresentati in parlamento) e quindi i giochi possibili si ampliano: la soluzione più probabile resta ancora la Grosse Koalition, ma non sono da escludere né una coalizione nero-verde (democristiani e verdi), né una rosso-verde (socialdemocratici e verdi) e neppure una rosso-rosso-verde (socialdemocratici, Verdi e Linke) e le opzioni si amplierebbero ulteriormente se ritornassero in gioco i liberali. Sono tutte soluzioni in parte già applicate, attualmente o in passato nei governi regionali, e quindi non sono un vero e proprio «salto nel buio», però la proverbiale stabilità politica della repubblica di Bonn prima e di Berlino poi potrebbe esser messa in discussione. Certamente Steinmeier non se lo augura, ma non se lo augurano neppure gli altri partner europei i cui destini sono, volenti o nolenti, strettamente legati a quelli della Germania.