Rivista il mulino

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La Repubblica degli appelli
rubrica

Il fior fiore della cultura italiana (filosofi, storici, pedagogisti, 600 professori universitari) sottoscrive una lettera che chiede l’intervento urgente di governo e Parlamento per affrontare la grave carenza di comprensione e scrittura dell’italiano che si registra ormai nelle università. E chiede di ripartire dalla grammatica, dall’ortografia, dalla comprensione del testo.

Viene da chiedersi dove sono stati questi docenti negli ultimi dieci-quindici anni, quando le crescenti difficoltà «linguistiche» degli studenti universitari erano già più che evidenti, ma quando soprattutto nelle facoltà umanistiche il tasso di promozioni con voti altissimi continuava a crescere e le tesi mostravano carenze sempre più marcate innanzitutto nella scrittura e uso dell’italiano. Non ci si poteva pensare un po’ prima?

La denuncia di oggi è caratterizzata dalla convinzione che tutti i mali – su questo tema – derivino dall’abbandono di una scuola di impronta gentiliana (e/o crociana), oppure, come si comincia a fare con un congruo anticipo (si veda l’articolo di Cotroneo sull’ultimo numero di «Sette»), dal famigerato Sessantotto, che avrebbe aperto la diga della superficialità, dell’ignoranza, del sei politico, del «tutti promossi» e così via recriminando.

Sul Sessantotto ci sarà modo di tornare, anche se sembra di capire che saranno i toni sguaiati e apodittici da talk show a farla da padrone. Sull’italiano mi permetterei sommessamente di suggerire un approccio diverso, per cercare di capire come mai siamo giunti a questo livello e cosa possiamo fare per trovarvi rimedio.

  1. Continuiamo a magnificare la grandezza della scuola gentiliana, del liceo dei tempi in cui abbiamo studiato, dimenticando che la critica alla scuola e all’università che veniva crescendo negli anni Sessanta (e in parte anche prima) si appuntava proprio sull’impianto gentiliano, sul carattere gerarchico, sull’apprendimento puramente passivo e ripetitivo di cui eravamo vittime noi studenti; e che era soprattutto nella cultura appresa fuori di scuola che trovavamo l’antidoto per non soccombere del tutto ai nostri professori. Punti diversi di riferimento pedagogico esistevano: e sarebbe bastato prendere sul serio gli approcci più innovativi di inizio Novecento (faccio solo due nomi: Dewey e Montessori), per non parlare di quelli della metà del secolo (il grande dibattito tra costruttivismo e comportamentismo in pedagogia, da noi in gran parte ignorato o dimenticato) per scrollarsi di dosso l’italica cultura idealista successiva, che oggi appare a molti il toccasana anche per il futuro.
  2. Il problema dell’italiano, di saperlo comprendere, leggere e scrivere, non può essere ridotto all’insegnamento dei «fondamentali» nella scuola elementare, ma deve costituire un impegno che riguarda ogni ordine di studi e anche – forse soprattutto – il mondo fuori della scuola, quel mondo di comunicazione pubblica e interpersonale che è diventato il cuore della cultura e identità delle nuove generazioni. Non c’è una facile ricetta e nessuno ha la bacchetta magica: ma non ci può illudere che basti tornare al dettato o al riassunto – e alla bocciatura per l’uso errato del condizionale o del congiuntivo – per risolvere il problema. La logica della cultura mandarina (il tramandarsi delle stesse complesse e difficili regole e conoscenze generazione dopo generazione, base dei concorsi per accedere nei ranghi dello Stato) sembra ancora troppo forte: e i professori che oggi hanno sessant’anni rimpiangono il tipo d’insegnamento che hanno ricevuto quando avevano vent’anni da insegnanti sessantenni che avevano studiato negli anni tra le due guerre.
  3. Gli anni Settanta sono stati nella scuola – di tutti i livelli – anni di grande innovazione, sperimentazione, partecipazione, anche se certamente non in modo capillare e diffuso, ma a isole e in modo discontinuo e spesso minoritario. Quelle esperienze però (il Reggio Emilia Approach per le scuole dell’infanzia, oggi copiato in tutto il mondo, si mette a punto proprio negli anni Settanta) sono state sacrificate alla logica di concertazione consociativa tra Stato, sindacati e partiti, quella che ha maggiormente distrutto ogni possibilità di riforma nella scuola.
  4. Se seicento professori universitari non riescono a proporre altro, per risolvere l’arretratezza linguistica delle giovani generazioni, che accusare il governo presente e quelli passati di avere «a lungo svalutato sul piano didattico il tema della correttezza ortografica e grammaticale» e individuare l’introduzione di «verifiche nazionali periodiche» come dettato, riassunto e analisi grammaticale come strumento per risolvere queste gravi lacune, beh forse bisognerebbe ripensare meglio anche all’università, dove sono questi professori che da anni formano i maestri e i professori che non sono capaci d’insegnare l’italiano agli studenti. Ma è certo più semplice – per adeguarsi alla vulgata populista imperante – dare la colpa alla politica e al governo, e rimpiangere con nostalgia il bel tempo in cui si è studiato da giovani (si guardi la media di età dei firmatari). Invece di impegnarsi a trovare e proporre soluzioni che non siano scorciatoie ma percorsi complessi e difficili per rispondere a un problema che non è certo solo del nostro Paese.