Rivista il mulino

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Cartolina da Napoli
Una città prigioniera dei propri stereotipi
rubrica

Una fila di uomini e donne di età diverse risale il vico d’Afflitto inerpicandosi verso via Speranzella, l’asse mediano superiore dei Quartieri Spagnoli, un dedalo di viuzze strette e sovraffollate. Le facce sono stranite e divertite; gli sguardi, pur attratti dalle tante particolarità folkloristiche, fanno attenzione a non perdere di vista l’ombrello viola tenuto sollevato da una ragazza bionda che funge da capocordata. Tutti hanno pagato una certa cifra per «trascorrere un venerdì sera diverso e conoscere una Napoli “nuova” fatta di vicoli e vicarielli, arte contemporanea, murales e… prostituzione! Passeggiare nei famosissimi Quartieri Spagnoli e scoprire chi li costruì, chi ci visse e perché sono ancora oggi un grande attrattore della nostra città».

Nel giro di mezz’ora la visita guidata li porterà alla scoperta di luoghi per loro inusuali. Ammireranno gli interventi artistici che negli ultimi anni hanno provato a raccontare i Quartieri dalla prospettiva di chi li attraversa e abita quotidianamente. Infine, «il tour terminerà presso un caratteristico “basso”, dove sarà servita una folkloristica cena partenopea! A suon di karaoke, vino e tanta tanta allegria potrai vivere un’esperienza indimenticabile all’interno di un basso ex casa di tolleranza! Divertiti a suon di inciuci all’interno di un vero basso napoletano in un’atmosfera tipicamente nostrana e assaggia piatti tipici della tradizione magistralmente cucinati davanti ai tuoi occhi: primo, secondo, contorno, vino, caffè e limoncello!!!».

Il «vero basso napoletano» in questione affaccia sull’asse mediano inferiore dei Quartieri, una strada che per secoli ha ospitato postriboli, bordelli e cantine, popolati da marginali come da borghesi e intellettuali, e tutt’oggi ospita una comunità di transessuali decisamente agée. Chi ancora fa la vita, la fa di notte lontano da qui.

Fino a un paio d’anni fa il basso fungeva da parcheggio per un paio di ciclomotori. In un paio di giornate di lavoro si è trasformato in un «tipico basso» locale, con pareti tinte di rosso e addobbate da madonne, molti San Gennaro, Maradona, Mario Merola e altre icone neotradizionali; il pavimento di maioliche colorate è in parte ricoperto da tappeti in stile persiano. Davanti alla porta d’ingresso, a livello strada, è stato costruito un gradino per scongiurare il parcheggio selvaggio di auto o motorini.

La fila di turisti arriva un po’ spossata ma tuttavia con animo rallegrato dall’accoglienza offerta da alcune donne incontrate sull’uscio di altri «veri bassi», indaffarate a stendere il bucato lavato a mano sulla pubblica via, oppure impegnate a cucinare pizze fritte in improvvisate friggitrici alimentate da bombole a gas (pur in presenza, nelle rispettive abitazioni, di modernissime lavatrici e cucine alimentate da gas metano). Nelle orecchie, oltre al frastuono del vociare continuo dei vicoli, della musica neomelodica sparata a tutto volume, del ronzio dei motorini e del dialetto accentuato – seppure in versione comprensibile a un forestiero – delle casalinghe popolane, hanno anche le melodie scordate di una banda di suonatori di una paranza della Madonna dell’Arco, in piena attività nonostante il fuori stagione. Tra la banda e le popolane ci scappa anche un giro di tarantella.

L’esperienza dell’immersione nel vero popolo è quasi consumata del tutto, manca il finale travolgente: la cena con annessa tombola recitata da un femminiello agghindato per l’occasione. E così si entra nel «vero basso», si prende posto, si riceve un bicchiere (di plastica) ripieno di vino rosso di Gragnano bello frizzante, si mangia un piatto di pasta alla genovese seguito da una porzione di salsicce e friarielli. Si compra una cartella della tombola con tanto di fagioli secchi e, mentre l’estrazione procede di pari passo con la narrazione dei significati evocati da ogni cifra, si degustano una sfogliatella e un bicchierino (sempre di plastica) di limoncello… Sulla soglia, una piccola folla di residenti osserva e commenta sagacemente la scena.

Il tour dei Quartieri può essere declinato in forme diversificate a seconda della composizione dei gruppi di turisti, un tipo di offerta che potremmo definire «esperienziale», un’immersione nel ventre di Napoli, da sempre temuto, oscuro e inavvicinabile. Si allestiscono esperienze rendendole oggetti di consumo corrente, offrendo tre servizi essenziali: «social eating, pranzi o brunch con le signore “chef vasciaiole”, pernottamento nei bassi e visite guidate nei luoghi non contemplati dai classici itinerari turistici».

All’improvviso la realtà non fa più paura, il margine diventa un potenziale moltiplicatore economico, un’opportunità da sfruttare da diversi punti di vista. È l’incoming personalizzato, l’accoglienza creativa che prova a monetizzare un cliché agendo sugli appetiti più che legittimi di una parte della popolazione che ben si presta al gioco in cambio di un’integrazione a un reddito che spesso è già costruito in quella zona grigia di produzione di beni e servizi a cavallo tra formale e informale. Come dire? Una riproposizione turbo-capitalista dell’economia del vicolo.

Walter Benjamin nel 1931 così introduceva una trasmissione radiofonica dedicata alla città: «Per la generazione dei nostri genitori Napoli era soprattutto un luogo romantico, particolarmente adatto per i pittori, che vi cercavano strane prospettive di tortuosi e ripidi vicoli a serpentina, raffinati effetti di luce ed edifici fatiscenti, impreziosendo i loro quadretti con figure di mendicanti cenciosi, pescatori, donne con il mandolino. È la Napoli del “dolce far niente”, un’invenzione dell’industria turistica, vera e insieme falsa come possono esserlo tutti i cliché di tal genere. In contrasto con quest’immagine del passato, noi invece cercheremo di indagare il vivo gioco delle forze della storia e soprattutto della vita popolare che, nella bellezza selvaggia e barbarica della città, ha lasciato la sua impronta in modo involontario e con artistica regolarità».

Ecco, sembra che oggi i quadretti dei «tortuosi e ripidi vicoli a serpentina», impreziositi «con figure di mendicanti cenciosi, pescatori, donne con il mandolino» vengano realizzati nel mondo reale provando a cristallizzare un panorama sociale che nella sua quotidianità assume tonalità ben diverse, testimoniando rapporti di forza che segnano una struttura sociale iniqua, segnata da una forte sproporzione di reddito, opportunità e prospettive. Una realtà molto lontana dalla narrazione stereotipata che operazioni del genere contribuiscono ad alimentare con la complicità spontanea di attori reclutati a recitare la maschera di se stessi.

La questione è se simili idee “innovative” contribuiscono a costruire una struttura professionale duratura, in grado di porre le basi per un modello di sviluppo incentrato sul potenziamento dell’industria turistica che prevede un sostanziale miglioramento delle competenze di coloro che ne sono coinvolti, oppure, al contrario, continuano ad alimentare un’arte di arrangiarsi che insegue il miraggio di guadagni estemporanei e precari. Gli «operatori» delle visite rispettano degli standard di sicurezza e di qualità dei prodotti serviti attraverso un contratto di responsabilità legale con la cooperativa che organizza i tour, le cui visite hanno un prezzo medio-alto, tariffa all inclusive.

Un folklore inventato. Perché la vita quotidiana nei bassi di Napoli non è stata e di certo non è quella spensierata di cui si organizza la visione, le condizioni abitative non sono quelle offerte dalle sistemazioni b&b in «veri bassi» napoletani dotati di tutti i comfort (wi-fi, riscaldamento, tv al plasma ecc.) prenotabili online a partire da 80 euro a notte. Nei Quartieri Spagnoli (e Avvocata, Stella, Sanità, Montesanto) i bassi sono per lo più abitati da famiglie di immigrazione recente provenienti da Sri Lanka, Pakistan, America Latina, o da famiglie di napoletani segnate da un forte disagio.

La storica convivenza tra sottoproletariato e media borghesia ha rappresentato finora un argine virtuoso a una gentrificazione di modello classico evitando azioni speculative e fenomeni di spostamento coatto della popolazione; le briglie sciolte all’industria del turismo rischiano, invece, di fossilizzare una condizione e, al contempo, trasformare il tutto in un parco a tema di una Napoli immaginata, prigioniera dei propri stereotipi. Gli stessi indirizzi amministrativi attuali sembrano agevolare una mercificazione dell’identità e una trasformazione dei vicoli in una sequenza di antiche trattorie e bar ristrutturati in stile shabby-chic e popolati da maschere senz’anima.