La popolarità del governo Gentiloni sembra leggermente in crescita, ma il suo futuro continua a essere oscuro. Tutti i retroscenisti, ma anche troppi commentatori orfani di Renzi, sondano le intenzioni dell’ex capo del governo, che aveva annunciato il suo ritiro dalla politica se avesse perso il referendum. Invece, adesso, preannuncia il suo ritorno, lasciando che in maniera quasi rassegnata i suoi collaboratori sostengano che elezioni anticipate il prima possibile sono l’unica soluzione ai mali prodotti da coloro che hanno votato «no». In un Paese decente, giornalisti, autorità, parlamentari dovrebbero attenersi ai fatti e alle regole del gioco.

Prima fondamentale regola: il governo, qualsiasi governo, rimane in carica non ad libitum di qualcuno, neppure a piacimento del segretario di un partito (roba, direbbero molti, spregiativamente, «da Prima Repubblica»), ma fintantoché quel governo è operativo. Comunque, nessun segretario di partito, non nella Prima Repubblica, tantomeno nella «Seconda», gode della prerogativa autonoma di imporre lo scioglimento anticipato al presidente della Repubblica, il quale è l’unico ad avere il potere costituzionale di deciderlo. In caso di crisi di governo, il presidente della Repubblica ha sempre il dovere costituzionale di «sentire» i presidenti di entrambe le Camere per sapere se esiste la possibilità di dare vita a un altro governo, purché non sia un governo qualsiasi, ma prometta di funzionare, di fare «cose», e molte sono le cose domestiche ed europee che il governo italiano deve fare. Altrimenti, sarà il capo dello Stato a tenere le consultazioni con i capi dei partiti. Non bisognerà mai più assistere a raccapriccianti consultazioni parallele come quelle ostentatamente fatte da Ronzi nel dicembre 2016 – e che, purtroppo, nessuno gli ha dura(tura)mente rimproverato. Un altro governo potrebbe anche diventare, alla prova dei fatti, quello che conduce il Paese alle elezioni, meglio se alla scadenza naturale del Parlamento: febbraio-marzo 2018 (data più volte indicata dallo stesso Renzi).

L’ostacolo ora e, presumibilmente, anche dopo l'attesissima sentenza della Corte costituzionale è l’inesistenza di una legge elettorale immediatamente utilizzabile, ma, anche se esistesse la legge per la Camera, Consultellum o mini Italicum, bisognerebbe pure scrivere quella per il Senato, prematuramente e colpevolmente già dato per defunto dagli improvvidi riformatori costituzionali. Quindi, qualsiasi discussione sul ritorno alle urne appare contare su tempi che non sono né scontati né prevedibili. Allora perché se ne discute fin dal giorno stesso in cui venne creato il governo Gentiloni? L’unica interpretazione possibile, certamente quella con più solide basi, è che l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi non stia sereno. Senta che più il tempo passa meno è probabile che l’elettorato lo premi per non si sa quali meriti pregressi e che il suo partito tragga vantaggi da un qualche sussulto post-referendario. Il segretario del Partito democratico è palesemente meno interessato alla capacità del governo, nel quale lui stesso ha imposto la re-immissione di tutti i suoi ministri e ha addirittura premiato chi aveva contribuito alle riforme bocciate (Maria Elena Boschi e Anna Finocchiaro, la presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato), di risolvere i molti problemi lasciati aperti dal suo malposto attivismo.

Il segretario del Partito democratico non desidera alcun miglioramento nell’economia, nella società, nel sistema politico il cui merito finisca per essere attribuito al suo successore Paolo Gentiloni. Renzi guarda esclusivamente al suo interesse personale di rappresaglia/vendetta politica e di riconquista del governo. Tempo fa, Michele Salvati consigliò a Renzi di non prestare attenzione ai critici delle sue audaci attività invitandolo a insistere (in altri tempi si sarebbe detto a «tirare diritto»): «Stick to your guns». Oggi il suggerimento, che tenga anche conto della [referendaria] «responsabilità repubblicana», tanto cara a Massimo Cacciari, dovrebbe essere, al contrario, quello di non ostacolare il governo Gentiloni, di sostenerne l’opera, di non minacciarlo con gravi conseguenze per l’Italia. Insomma, per il bene del sistema politico, della patria repubblicana: «Renzi, drop your guns».

 

[Qui la replica di Michele Salvati]