Rivista il mulino

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Cartolina da Goro
La paura dell’invasione che non c’è
rubrica

In questi giorni è questione all’attenzione di tutti. Ma, a futura memoria, sarà bene ricordare il fatto che ha portato al centro del dibattito Goro, meno di 4.000 abitanti in provincia di Ferrara, isolato quanto basta, paese di gente che ha sempre lottato con il grande fiume Po, tra acqua dolce e acqua salata, e che col fiume lavora ancora oggi. La notte del 25 ottobre scorso, nella frazione di Gorino, 600 anime, in molti, 150 persone, sono scesi in strada e hanno eretto fisicamente delle barricate per impedire l’arrivo di un pullman con 12 donne migranti, di cui una incinta, e 8 bambini (in realtà si scoprirà che solo delle prime si trattava). La loro protesta ha ottenuto l’effetto desiderato e, con grande scandalo delle istituzioni e grande soddisfazioni della destra forcaiola, ancora oggi nessun migrante è ospitato in comune di Goro.

Ora, non è tanto da capire se i cittadini di Goro che sono scesi in strada e hanno costruito barricate per non accogliere donne e bambini in fuga dalla guerra e dalla miseria siano o meno razzisti. Loro – come sempre accade: «razzista io? è lui che è negro» – sostengono che razzisti non sono proprio. Ma che è una questione di rispetto. «Nessuno, nemmeno il prefetto, può permettersi di imporre l’arrivo di 12 donne e 8 minori, per di più nell’Ostello che è l’unica “risorsa” turistica del paese». E poi si sa come vanno a finire queste cose: dalla porta entrano le donne e i bambini, e poco dopo dalla finestra cominciano ad arrivare gli uomini. Tanti e pericolosi.

Non è tanto il caso di parlare di razzismo allo stato puro. Quanto di provare a capire perché un paese della civilissima Emilia non ospiti neppure un migrante.

Il caso è giustamente balzato sulle pagine nazionali, anche se non è detto che ci resti per molto, e rappresenta un precedente pericoloso in un’Italia che da un lato mantiene vivissime le strumentalizzazioni di stampo leghista, padane o non che siano, come ha dimostrato la cavalcata imperiosa del leghista di turno proprio a Goro. È la stessa Italia non certo immune dai sentimenti nazional-populisti che si allargano a macchia d’olio in gran parte d’Europa. Con buona pace dei tanti che ogni giorno, in Emilia-Romagna e altrove, si adoperano per accogliere e integrare chi cerca riparo.

Fomentata per anni, la paura alla fine è arrivata e, non gestita, si è trasformata poco alla volta in odio. Che si tratti di votare per un candidato che basa la propria campagna elettorale sulla costruzione di nuovi muri e nuove barriere (in Austria, in Germania, in Ungheria o in qualsiasi altro Paese dell’Unione) o di opporsi con tutte le forze all’arrivo di un pullman con 12 donne e 8 minori, a prevalere è quella paura che è sempre più merce preziosa nel mercato del consenso. Fa impressione guardare il video nel quale un ufficiale dei carabinieri tenta, inutilmente, di spiegare ai goresi i motivi della decisione del prefetto. Il singolo si sente forte nel gruppo, e poco contano la debole mediazione di un sindaco in evidente difficoltà, l’autorità di un carabiniere con le stellette o quella di un prefetto. Tutto sfugge di mano, come in un film d’altri tempi, quando davanti al saloon lo sceriffo cercava inutilmente di riportare la calma tra i cittadini che altro non chiedevano se non la forca.

I fatti di Goro sono un precedente pericolosissimo, perché fomentati da politici locali piccoli e irresponsabili che anche altrove, alla prossima occasione, diranno che a Goro le barricate sono servite. E che quindi, a casa loro, quella gente lì non la vogliono. Prefetto o non prefetto. Nulla conta da dove «quella gente lì» viene, da dove fugge, di che cosa ha bisogno.

Chissà se tra i goresi che hanno fatto le barricate contro l’arrivo di una ventina di donne e bambini c’è qualcuno che, nel settembre di un anno fa, ha pianto su Facebook la morte di Aylan Kurdi, il piccolo ritrovato morto riverso su una spiaggia turca mentre cercava di venire in Europa. Chissà se, tra quei goresi, c’è qualcuno figlio dei profughi che dopo la terribile alluvione del ’58 dovette lasciare il Polesine per cercare rifugio e ospitalità altrove.