Rivista il mulino

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Obituary
Marco Pannella
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  • Memoria /memorie
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Quando eravamo piccoli Pannella veniva chiamato: «Panella», con una enne sola e una punta di disprezzo. «Cosa vuole quel Panella lì?». Non si capiva nell’Italia divisa tra le due chiese, democristiana e comunista, cosa volesse quel Pannella lì. Io, poi, anche se molto piccolo, seguivo la politica nel modo in cui seguivo il Giro d’Italia: tifando, appuntando su un quadernetto i risultati elettorali, i microspostamenti di una parte del mondo bloccato dalla Guerra fredda. Mio padre votava Pci e aveva una sorta di cautela estetica, ancor prima che politica, verso Pannella che associava a Strehler e Dario Fo. La dolcevita nera non rientrava nei suoi canoni di eleganza. Il passo dopo era il borsello.

Perciò ci ho messo parecchi anni per apprezzare alcune doti di Pannella, mescolate ai difetti di un narcisista assoluto. Divorzio, aborto, alcune candidature (Tortora) e altre no (Toni Negri), le battaglie per i diritti individuali e per quelli delle minoranze. E insieme l’ostensione del proprio corpo - era alto, bello, pieno di fascino - come strumento di lotta. Negli anni Sessanta era stato un giornalista di enorme coraggio, anche fisico. Fu uno dei primissimi esempi di uomo liberato, pure nelle scelte sessuali. Difficile da comprendere nei decenni scorsi. Osservavamo tutti quei giovani segretari del Partito radicale ed era facile pensar male. Considerava il partito cosa sua e, anche di recente, fu troppo ruvido con la Bonino. Fu il Kingmaker dell’elezione di Scalfaro nel 1992 e di fondo garantì la continuità del sistema negli anni di Tangentopoli e del primo Berlusconi (con cui si alleò nel 1999, mi pare). In positivo si potrebbe dire che aveva comunque un senso profondo delle istituzioni. Ascoltavo i suoi duetti con Bordin a Radio Radicale in cui, tra mille digressioni, riprendeva poi sempre il filo del discorso.

Negli ultimi anni avrei voluto intervistarlo, chiesi anche il numero a un amico che lavorava a Radio Radicale. Mi diede il cellulare, ma non ci fu mai una vera occasione. Avrei voluto farlo parlare di alcuni dei miei eroi: Ernesto Rossi, forse Olivetti, la tradizione di Salvemini di cui alla fine fu miglior custode rispetto a Scalfari, corruttore del nostro laicismo.

Lo ricordo in Largo Argentina che salutava tutti con l’aria di un santone indiano. Un santone della politica, che come ricorda Rino Formica, «è sangue e merda».

Ciao Giacinto Pannella, con due enne, detto Marco.