Rivista il mulino

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SICUREZZA
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Mauro Barberis, 13 March 2017

Mancano due giorni alle elezioni olandesi, e poco più di un mese a quelle francesi. Se si aggiornasse il Dizionario dei luoghi comuni di Flaubert, dunque, conterrebbe una voce così concepita: «Populismo: tuonare contro». Con un piccolo problema, però: su una scena politica affollata di populismi, che cosa significa ancora la parola «populismo»? Che cosa indica ancora un termine che può applicarsi indifferentemente a Geert Wilders come a Marine Le Pen, a Donald Trump così come a Vladimir Putin, a Beppe Grillo o a Matteo Renzi?

Un minimo di onestà intellettuale imporrebbe di definire «populismo» secondo i seguenti estremi: «termine spregiativo usato nel XXI secolo per indicare tutti i fenomeni politici che non ci piacciono, non capiamo e/o ci fanno paura». Ad esempio: chi è il più populista del reame, il sindaco napoletano De Magistris, che cerca di togliere al leader leghista Salvini il suo sacrosanto diritto di manifestare, oppure lo stesso leader leghista, che organizza la sua adunata di camicie verdi a Fuorigrotta, dove il casino è assicurato?

Tutto consiglierebbe dunque di espellere «populismo» dal nostro vocabolario, come «strega» o «unicorno». Personalmente, farei anche un pensierino alla parola «popolo», che userei il meno possibile, e solo con una precisazione liberal-pluralista. La sovranità appartiene al popolo solo nel senso – non certo che il popolo comandi, cosa mai capitata al mondo, bensì – che nessuno comanda. Nessun autocrate, né leader democratico né unto del signore, cioè, può mai confiscare la sovranità del popolo, presentandosi come suo unico rappresentante.

L’unica eccezione che sono disposto a concedere al bando totale di «populismo» è il suo uso qualificato, seguito da un aggettivo. Penso in particolare a «populismo penale», espressione usata da penalisti e criminologi per indicare una politica del diritto penale curiosa, benché insospettabilmente diffusa: la politica della paura.

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Antonio Mutti, 03 January 2017

La biografia di Anis Amri, l’autore della strage di Berlino, pone il problema del fallimento dei sistemi di intelligence nei confronti di una persona sorvegliata perché già colpevole di vari reati. E, a maggior ragione, di quanto sia difficile prevenire gli attentati di potenziali terroristi non ancora identificati.

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Dopo un terremoto non si dovrebbe parlare di ricostruzione senza interrogarsi sui mutamenti del tessuto sociale ed economico
Giuseppe Berta, 29 August 2016

«Ricostruire» è la parola d’ordine che risuona dopo ogni terremoto e ogni catastrofe naturale. Declinata come un imperativo, questa parola diventa uno slogan che risponde

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La stessa sfida si pone dopo ogni terremoto
Alessandro Cavalli, 26 August 2016

I terremoti sono come le guerre. Lasciano dietro di sé cumuli di macerie. E lanciano una sfida che, come le guerre, si può perdere o vincere, la sfida della ricostruzione.

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Mauro Barberis, 01 August 2016

La strage di Monaco è stata rapidamente ascritta alla classe dei massacri adolescenziali: come quello compiuto da Anders Breivik, l’eroe dell’attentatore, in Norvegia, lo stesso 22 luglio, ma del 2011, con 77 vittime. O come quello compiuto da Tim Kretshmer, il diciassettenne che nel 2009, vicino a Stoccarda, uccise 15 liceali con un fucile mitragliatore. Per non parlare di tutti gli episodi simili capitati negli Stati Uniti: dove le armi, possibilmente da guerra, sono molto più facili da ottenere che in Europa.

Se proprio volessimo rassicurarci, si potrebbe aggiungere che a Monaco l’emergenza è stata gestita professionalmente da forze dell’ordine già allenate a sventare in silenzio, come si dovrebbe fare, minacce simili. Anche gli errori commessi – bloccare i trasporti per ore e in un’intera regione, così amplificando inutilmente un crimine poi rivelatosi isolato – potranno essere corretti in futuro, quando si formeranno protocolli per l’emergenza migliori degli odierni.

Ma in realtà c’è ben poco di rassicurante in tutto questo. La verità è che stiamo lentamente imparando a convivere con il terrore: e lo facciamo per tentativi ed errori, come certi Paesi – per tutti Israele, sin dalla nascita – hanno fatto prima di noi. Günther Wallraff, l’autore di Faccia da turco (1985), osserva che «a mettere un’intera città in ginocchio» non è stato il diciottenne Ali Sonboly, poi suicidatosi, ma «un’isteria collettiva, di popolazione e social media»,

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