Rivista il mulino

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ITALIA
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Al di là delle identità preconfezionate e monolitiche
Ugo Rossi, 20 March 2017

Per ragioni che possono ritenersi di origine anzitutto storico-geografica, la «questione urbana» di Napoli sfugge a schemi interpretativi consolidati e monodirezionali.

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Paolo Segatti, Stefano Camatarri, 14 March 2017

L’eurofilia degli italiani è finita da un pezzo. Come da tempo è finito il disinteresse per le istituzioni europee, e le due cose sono associate. Facile pensare bene di una istituzione della quale si sa poco

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Al di là del mito delle riforme strutturali, per crescere occorre recuperare una visione più pragmatica
Gianfranco Viesti, 06 March 2017

Si registra un certo consenso, fra i pochi che si occupano delle caratteristiche strutturali dell’economia italiana, riguardo al fatto che una parte significativa delle nostre debolezze dipenda dal numero molto limitato di grandi imprese, e in generale dalla modestia dei fenomeni di crescita dimensionale. Nessuno sogna di diventare come la Germania o gli Stati Uniti; il tema è rafforzare alcune delle caratteristiche del nostro capitalismo, come ad esempio ben argomentano nel loro recentissimo libro il direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, e Anna Giunta.

Perché è cambiato il mondo. La dimensione serve per radicarsi in mercati grandi, nuovi, lontani, difficili; per dar vita e controllare catene internazionali di fornitori; per utilizzare al meglio le grandi possibilità offerte dalle nuove tecnologie; per finanziare ricerca, innovazione, marketing, design, che sono armi competitive imprescindibili specie da quando non è più disponibile la svalutazione; perché la crescita delle imprese migliori aiuta la riallocazione di capitale e lavoro. Ma vi è di più: imprese medie e grandi servono al Paese. Favoriscono lo sviluppo delle piccole; assumono giovani laureati qualificati; diffondono buone pratiche manageriali; incubano al loro interno quadri e dirigenti che divengono nuovi imprenditori. Purtroppo, i cambiamenti dell’economia italiana sono di segno opposto: si assottiglia sempre più il plotone delle nostre più grandi imprese; e la crisi ha ridotto numericamente anche il gruppo delle medie. Nell’abbigliamento, Benetton fattura un miliardo, Zara e H&M nel complesso più di venti.

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Mauro Piras, 21 February 2017

L’appello «Contro il declino dell’italiano a scuola» lanciato dal Gruppo di Firenze, e sottoscritto da 600 docenti universitari, ha aperto una importante discussione, a volte segnata da toni polemici. Questo perché solleva un problema reale.

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Chiara Saraceno, 13 February 2017

Quando le mie figlie avevano cinque anni mi chiesero di aiutarle a scrivere una lettera alla Rai perché si erano accorte che «al telegiornale parlano solo uomini e nei cartoni le donne o sono cattive o devono essere salvate da un uomo». A quasi quarant’anni di distanza le cose non sembrano cambiate di molto, nonostante oggi ci siano molte più giornaliste, anche nei telegiornali. L’ultimo esempio viene dall’iniziativa di un grande giornale nazionale.

Per festeggiare i propri 150 anni «La Stampa» ha chiesto a 51 «personalità di rilievo internazionale» di scrivere come vedono il futuro.

La prima cosa che balza all’occhio è che tra questi magnifici 51 solo quattro sono donne: le «ovvie» Angela Merkel e Hillary Clinton più Lindsey Vonn e Bebe Vio, due politiche e due sportive. Punto. Nessuna giornalista, scrittrice, economista, filosofa, scienziata, imprenditrice.

È normale che la scelta di chi selezionare per questo compito sia largamente discrezionale e guidata da criteri di notorietà. Meno normale è che ancora nel 2017, quando si individua tra «le personalità» cui vale la pena dar voce su come va o dovrebbe andare il mondo, si «vedano» pressoché solo uomini.

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