Rivista il mulino

RIFORME
Bruno Simili, 17 September 2012

C’è un nemico del progresso tra noi. Si aggira per l’Italia nascondendosi dietro la Grande Crisi. È l’alibi della mancanza di risorse, che come d’incanto viene tirato fuori ogni qualvolta un progetto di riforma, o almeno di cambiamento, sbuca nel deserto delle idee che contraddistingue la cultura politica italiana. A fargli da compari, sul palcoscenico di un Paese impoverito e allo stremo delle forze, fanno capolino di volta in volta l’inefficienza del sistema, l’assenza di meritocrazia, l’ingordigia delle corporazioni. Caratteri purtroppo reali, che tenendosi bordone l’un l’altro hanno sinora impedito la messa in pratica di qualsivoglia progetto di lungo periodo di crescita e di sviluppo. Se si aggiungono la conclamata incapacità della classe politica italiana di rinnovarsi e i danni derivati dalla cultura di potere che ha segnato la gran parte del periodo successivo a Tangentopoli, la scena è completa.

Nonostante la dimostrata centralità, nel bene e nel male, del sistema formativo di un Paese per il suo benessere, l’alibi della crisi si è applicato a più riprese anche alla scuola. Evidente in teoria, ma assai poco nella pratica italiana, l’assunto lo hanno compreso bene i Paesi europei che hanno saputo valorizzare, con politiche e investimenti adeguati, il loro sistema di istruzione, facendosi trovare preparati ad affrontare, grazie anche a una buona capacità di sviluppo scientifico e tecnologico, le fasi di normalizzazione e declino che hanno segnato il panorama mondiale sin dagli anni Settanta. Anni cruciali, trascorsi a riformulare l’idea stessa di scuola per tutti, adeguandola ai nuovi bisogni e alle trasformazioni rapide e violente che di lì a poco la tanto conclamata globalizzazione avrebbe imposto. Mentre una parte rilevante e piuttosto trasversale delle élite politiche italiane, ma anche culturali ed economiche, preferiva accontentarsi dei risultati raggiunti (“i migliori asili d’Europa, un’ottima scuola elementare, centri di studio di assoluta eccellenza”, e via di questo passo), chiudendosi di fatto in se stessa, ignorando la realtà e soprattutto ignorandone gli effetti. 

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Piero Ignazi, 27 August 2012

Alla vigilia di una nuova riforma elettorale anche i politici con solida esperienza accademica sembra abbiano abbandonato il loro sapere per adattarlo alle opportunità politiche. È davvero un peccato, perché senza un intervento dettato dalla conoscenza dei sistemi elettorali e dei loro effetti sui sistemi partitici viene lasciata mano libera agli apprendisti stregoni. E infatti quello che sta per arrivare in Parlamento è un ennesimo mostriciattolo. I punti fermi su cui sarebbe stato – ed è – opportuno puntare i piedi e alzare la voce sono almeno tre.
Punto primo. Il premio di maggioranza. È una aberrazione che distorce ogni principio di rappresentatività. Per questa ragione ha una applicazione limitatissima: l’esempio più vicino, nel tempo e nello spazio, è quello greco (sic!). Ritornare su questa strada vuol dire insistere sull’errore di considerare i sistemi elettorali degli escomotage, degli artifizi, che impediscono ai cittadini di esprimere le loro volontà e che servono solo a confezionare maggioranze fittizie. Che poi si sfasciano perché manca il reale consenso popolare alla base.
Punto secondo. Le preferenze. Anche qui sembra che tutti abbiano mangiato quintali di fiori di loto. Si è azzerata la memoria del frazionismo interno, delle spese folli, della corruzione, delle “corse” individuali o di cordate dei candidati, delle pressioni dei gruppi organizzati o dei clan criminali. Per i curiosi e gli increduli si consiglia di leggere le conclusioni della Giunta per le elezioni della Camera nel 1987 per capire come funzionava il sistema delle preferenze nel collegio di Napoli-Caserta.

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Claudia Astarita, 29 March 2012

Nel blu dipinto di blu. Mentre il Paese cerca (con scarso successo) un modo per affrontare i problemi della crisi economica e per combattere una corruzione che si è ormai infiltrata in ogni angolo della nazione, e mentre riflette sulla pesante sconfitta elettorale

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Ignazio Visco, 21 October 2011

Nel 1993 il 16 per cento degli italiani aveva 65 anni o più, circa il 4 per cento 80 o più. Queste quote, oggi, sono salite rispettivamente al 20 e al 6 per cento e, secondo le ultime proiezioni demografiche dell’Istat, raggiungeranno il 33 e il 13,5 per cento nel 2050. L’invecchiamento della popolazione, che riflette il calo delle nascite e l’allungamento della vita media, ha implicazioni importanti per l’economia. Senza scendere in dettagli, per mantenere l’equilibrio macroeconomico occorre quindi lavorare più a lungo e in più persone, a meno di poter contare su un sufficiente aumento della produttività per ora di lavoro [i].

Il prevedibile calo dell’offerta di lavoro potrà essere compensato solo con un prolungamento della vita lavorativa, salvo ipotizzare un’insostenibile accelerazione dei flussi migratori. Le stime dell’Istat già incorporano un afflusso netto di immigrati di oltre 170.000 unità all’anno nei prossimi quarant’anni. Nel 2050 gli stranieri residenti supererebbero i 10,5 milioni, oltre il 17 per cento della popolazione totale. Si stima che, comprendendo anche le seconde generazioni, circa il 37 per cento delle persone di età compresa tra i 15 e i 54 anni sarà nato all’estero o in Italia da genitori immigrati.

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Mauro Barberis, 26 September 2011

Viviamo ormai in una specie d’incubo: il passato non passa, la fine non si decide a finire. Ma se l’agonia del berlusconismo si prolunga interminabilmente, non è solo perché vent’anni sono più che sufficienti per mettere radici. Il fatto è che Silvio Berlusconi ha finito per identificarsi così profondamente con la politica, l’economia, il costume, l’immagine stessa del nostro Paese, che l’idea di una sua improvvisa scomparsa provoca nei più una sorta di vertigine: oddio, e che succederà mai, dopo? Peggio ancora, è come se facesse comodo a tutti indugiare sulla soglia del futuro, giusto il tempo per autoconvincersi che un ventennio di scandali e di declino ha un solo responsabile: lui, naturalmente, e chi altro?

Così, a ogni ulteriore gradino sceso nella considerazione internazionale e nella nostra stessa autostima, invece di cercare di uscire dall’incubo ci consoliamo con l’idea che toccato il fondo non è ancora finita, c’è ancora terra dove cominciare a scavare. Ci sono economisti così fascinati dal baratro da impegnarsi a calcolare – compiendo confronti con Paesi come il nostro, però dotati di un governo – quanto costi all’Italia ogni giorno di ulteriore permanenza al potere del premier. Ma anche questa idea che un uomo solo possa tenere in ostaggio un intero Paese, non è essa stessa incomprensibile, prima ancora che insopportabile? Come lo spiegheremo ai nostri nipoti, se mai ce lo chiederanno?

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