Rivista il mulino

POLITICA
Bruno Simili, 02 January 2012

Quando a scuola, da bambini, si cominciavano a conoscere i primi principi dell’ordinamento costituzionale, ci si convinceva presto che l’Italia era un Paese dove il Presidente della Repubblica poteva fare e decidere poco. Si formava così l’idea che da noi, a differenza di quanto accadeva altrove, il Presidente ricoprisse una carica poco più che simbolica. Un’idea ancora oggi presente in molti italiani adulti.

In realtà le diverse presidenze nella storia della nostra Repubblica hanno messo in luce come la prima carica dello Stato sia determinante anche per gli equilibri politici, pur se con molte varianti e diverse interpretazioni di ruolo di settennato in settennato. I discorsi di fine anno con cui i diversi Presidenti si sono rivolti ai cittadini sono assai significativi: rileggerli, ascoltarli e, quando possibile, riguardarli nei filmati Rai aiuta a comprendere l’evoluzione stessa del ruolo del Capo dello Stato, che procede di pari passo con i cambiamenti che si sono succeduti, a velocità anche molto diverse tra loro, in più di sessant’anni di storia repubblicana. Si chiamano “discorsi di fine anno”. Anche quello pronunciato sabato sera da Giorgio Napolitano non fa eccezione e, già disponibile sul sito della presidenza della Repubblica, ha questo titolo. Eppure, per molti versi, va letto più che altro sotto forma di discorso d'inizio anno, rivolto com’è a quanto, e tanto, il Paese dovrà fare in questo 2012 appena iniziato. Nelle parole di Napolitano la retorica svolge la sua funzione solo per rendere più incisivi i principi fondanti dell’azione istituzionale e politica di questa presidenza. Le interpretazioni violente venute dal solito schieramento, che del suo becero antinazionalismo continua a fare bandiera, meriterebbero di essere ignorate. Se non fosse per la palese piena appartenenza della Lega alla classe politica italiana, e non certo padana, di governo nazionale sino all’altro ieri, con ben scarsa identità peraltro; di opposizione giacobina oggi, tanto da mettere i panni un tempo indossati dai partiti di ispirazione comunista che si ergevano a difensori del lavoro e dei lavoratori.

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Marc Lazar, 27 December 2011

Le ultime settimane dell'anno che l’Italia ha attraversato hanno suscitato e suscitano lo stupore degli osservatori stranieri. Fino a ottobre, la maggior parte delle grandi capitali dell'Unione europea considerava il Paese come uno dei malati del continente, a causa delle pessime performance economiche, dello stato delle finanze pubbliche e di un presidente del Consiglio dalla credibilità sempre più fragile. Ma poi, grazie a uno dei “miracoli” cui ci ha abituati, Silvio Berlusconi ha ceduto il posto a Mario Monti e alla sua squadra di professori ed esperti.

Così, ora, l'Italia raccoglie elogi. Angela Merkel ha smesso di considerarla come il peggiore scolaro dell'Eurozona. A Nicolas Sarkozy è venuto in mente che Roma potrebbe giocare un ruolo nei progetti europei della Francia. Insomma, è bastato qualche giorno affinché l'Italia ritrovasse un'aura scomparsa da molto tempo, anche se al prezzo di una manovra particolarmente dura. Tuttavia questo repentino capovolgimento di immagine non può certo rimuovere molti e seri motivi di perplessità.

L'insediamento del governo Monti ha confermato un'insolita disposizione da parte della Repubblica italiana. Da tempo le élite hanno iniziato a disconoscersi reciprocamente; e solo quando il Paese si è trovato sul bordo del precipizio si sono rivelate capaci  di inventarsi meccanismi di mediazione da “grande coalizione” di unità nazionale, senza però esplicitarla né tanto meno prevederne le conseguenze.

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Giuseppe Lovato, 22 December 2011

Una tentazione che andrebbe sempre evitata di fronte a un’opera d’arte, tentazione particolarmente deprecabile quando si tratta di un grande classico, è quella di disegnare dei parallelismi fra figure, avvenimenti, situazioni create dall’ingegno umano e la piatta banalità della cronaca quotidiana.

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Piero Ignazi, 19 December 2011

Il governo Monti era stato salutato con entusiasmo dall’opinione pubblica. Quasi tre quarti dei cittadini vedevano con favore la sua nascita: un record.  Dopo quattro settimane la percentuale è scesa a meno della metà. I provvedimenti economici, inevitabilmente, scontentano varie fasce di elettorato, da coloro che assaporavano l’imminente pensione a proprietari di immobili e soprattutto di seconde case, da pensionati con 1500 euro al mese a “scudati” anonimi, e così via. Tassisti e farmacisti invece tirano un bel sospiro di sollievo.

Su quanto sia rigorosa, equa e pro-crescita questa manovra sospendiamo il giudizio, in questa sede. Qui ci interessa soprattutto un altro punto: quanto questo governo si caratterizzi come alternativa a quello che ci ha preceduto e alla maggioranza che ci ha (mal)governato per 8 anni su 10 . Il sospiro generale di sollievo che ha accolto Mario Monti a Palazzo Chigi comprendeva anche la “liberazione” da un periodo di mistificazioni e falsità - “ tutto va bene”, “abbiamo i conti in ordine”, “stiamo meglio degli altri Paesi” - propalate fino all’estate scorsa. E infatti una operazione-verità c’è stata quando è stato ripetuto più volte che stavamo per finire come la Grecia.

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Paolo Bosi, 06 December 2011

Coniugare rigore, equità e crescita. Questo l’insopportabile refrain ripetuto da politici sempre più afasici. Tre obiettivi dunque. Ma chiunque insegni politica economica sa che per raggiungere tre obiettivi ci vogliono, quasi sempre, tre cartucce (oltre a buona mira…).

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