Rivista il mulino

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MEZZOGIORNO
Vittorio Mete, 06 November 2012

Il 9 ottobre scorso il Consiglio dei ministri ha sciolto il Comune di Reggio Calabria per presunte infiltrazioni mafiose. La decisione era nell’aria e chiude il capitolo delle indiscrezioni, delle prese di posizione, delle contrapposte petizioni, degli scenari possibili e dei retroscena improbabili che hanno monopolizzato per mesi il dibattito pubblico cittadino. Si apre ora un altro capitolo,

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Carlo Trigilia, 23 July 2012

Nei giorni scorsi si è diffusa la preoccupazione per un rischio di default della Regione Sicilia. Si tratta di un problema particolare o siamo di fronte a un fenomeno ben più vasto? In realtà la questione va ben al di là del caso Sicilia. Se infatti non si tiene solo conto del debito regionale in senso stretto, ma dei trasferimenti netti a favore delle regioni e degli enti locali del Sud, siamo in presenza di un deficit strutturale del Mezzogiorno stimato dalla Banca d’Italia in circa 60 miliardi all’anno (lo Stato incassa molto meno di quello che spende). Valori simili riguardano i trasferimenti realizzati nell’ultimo sessantennio.

Certo, questi trasferimenti servono per garantire l’accesso ai servizi fondamentali dei cittadini meridionali secondo il dettato della nostra Costituzione, e servono per promuovere lo sviluppo economico. Ma dopo sessant’anni è evidente che essi alimentano un’offerta di servizi e infrastrutture gravemente inefficiente, e non sono stati in grado di innescare uno sviluppo economico autonomo nel Sud, mentre gravano pesantemente sulle finanze pubbliche. È altrettanto chiaro che i vincoli posti dalla globalizzazione dell’economia e dall’integrazione europea non consentono più di continuare su questa strada, come le vicende della crisi in corso mostrano ampiamente. Una svolta è indispensabile.

La Sicilia, come Regione statuto speciale, ha avuto più trasferimenti e più autonomia nell’impiego delle risorse. Avrebbe dovuto crescere di più, e invece ha speso di più e si è sviluppata meno delle stesse regioni meridionali.

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Carlo Trigilia, 26 March 2012

Dopo l’intervento sulle pensioni il governo ha posto al centro della sua agenda il problema della crescita dell’economia italiana. L’attenzione si è finora concentrata soprattutto su liberalizzazioni e regolazione dei rapporti di lavoro. Sono certo aspetti importanti, insieme ad altri dei quali si parla, come la sempre invocata semplificazione amministrativa e l’efficienza della giustizia civile. Colpisce però l’assenza dalla scena del problema del Mezzogiorno. Eppure, è impossibile immaginare una crescita solida e un’Italia più civile se non si affermerà in quest’area del Paese uno sviluppo autonomo capace di autosostenersi.

Su quest’assenza pesano certo i fallimenti del passato e i timori di aprire un fronte che comporti nuove spese. Ma è proprio questo legame tra sviluppo delle regioni meridionali e maggiore spesa che andrebbe rimesso in discussione: da un lato, una strategia efficace per il Sud non dovrebbe essere vista necessariamente come foriera di nuova spesa; dall’altro un Sud che imboccasse la strada di uno sviluppo autonomo libererebbe risorse decisive per la crescita di tutto il Paese.

La pressione fiscale e contributiva sulle imprese e sul lavoro è particolarmente alta, ed è ulteriormente cresciuta per far fronte alle tensioni finanziarie (il carico sui redditi d’impresa è il più alto in Europa e raggiunge il 68%; il «cuneo fiscale» è tra i più elevati).

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