Rivista il mulino

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speciale otto marzo / 5. Le rappresentazioni
Monia Azzalini, 08 March 2018

Otto marzo 2018: siamo a due anni dall’obiettivo stabilito dal più ampio e longevo progetto di ricerca e advocacy sulle donne nei mezzi d’informazione

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Gianfranco Pellegrino, 07 March 2017

La Corte d'Appello di Trento ha recentemente deciso che due gemelli, nati da fecondazione eterologa e con gravidanza per altri

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Chiara Saraceno, 13 February 2017

Quando le mie figlie avevano cinque anni mi chiesero di aiutarle a scrivere una lettera alla Rai perché si erano accorte che «al telegiornale parlano solo uomini e nei cartoni le donne o sono cattive o devono essere salvate da un uomo». A quasi quarant’anni di distanza le cose non sembrano cambiate di molto, nonostante oggi ci siano molte più giornaliste, anche nei telegiornali. L’ultimo esempio viene dall’iniziativa di un grande giornale nazionale.

Per festeggiare i propri 150 anni «La Stampa» ha chiesto a 51 «personalità di rilievo internazionale» di scrivere come vedono il futuro.

La prima cosa che balza all’occhio è che tra questi magnifici 51 solo quattro sono donne: le «ovvie» Angela Merkel e Hillary Clinton più Lindsey Vonn e Bebe Vio, due politiche e due sportive. Punto. Nessuna giornalista, scrittrice, economista, filosofa, scienziata, imprenditrice.

È normale che la scelta di chi selezionare per questo compito sia largamente discrezionale e guidata da criteri di notorietà. Meno normale è che ancora nel 2017, quando si individua tra «le personalità» cui vale la pena dar voce su come va o dovrebbe andare il mondo, si «vedano» pressoché solo uomini.

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Raffaella Baritono, 23 May 2016

Sexual politics: è questo il terreno di scontro politico su cui in modo più evidente si misurano le incertezze, le ansie, le paure di una società americana profondamente divisa. Era questo il titolo del libro di Kate Millett che, nel 1970, svelava come il rapporto di dominio fra i sessi dovesse essere considerato elemento fondativo dell’ordine politico, ancor più della classe e della razza. A 46 anni di distanza, la «politica del sesso», riveduta e corretta per tener conto delle identità di genere e della necessità di intrecciarla con le differenze di razza, classe ed etnia, domina il dibattito statunitense (e non solo).

La riflessione femminista ha da tempo messo in luce come attorno alle questioni del corpo, dei diritti riproduttivi, delle identità di genere si misurano i confini dell’ordine politico e il modo in cui si dispiegano i diritti di cittadinanza. Non è casuale, quindi, che nel mezzo di una delle più aspre e imprevedibili campagne elettorali, la «sexual politics» giochi un ruolo significativo a livello comunicativo, nel tipo di linguaggio usato (da Donald Trump ma non soltanto da lui), nel modo in cui vengono veicolati stereotipi e rappresentazioni che alimentano le ansie di chi teme «il disordine» dei ruoli sessuali e di genere e la messa in discussione di rassicuranti visioni di ciò che appare o viene ritenuto «naturale». Ma lo scontro si sviluppa anche su materiali e concreti spazi di agibilità politica e ampliamento dei diritti delle donne e della comunità Lgbtq.

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Per evitare di essere considerate complici di razzismi e discriminazioni, le donne fanno sempre un passo indietro
Valeria Ottonelli, 25 January 2016

Sono passati quasi vent’anni da quando Susan Moller Okin pubblicava, sulla «Boston Review», Is Multiculturalism Bad for Women?. Con questo articolo l’autrice si proponeva di denunciare una verità spinosa. Le minoranze etniche e religiose presenti nelle nostre società sono discriminate e mal tollerate, e per questo chiedono riconoscimento e tutele. Ma le loro culture sono spesso intrise di misoginia e improntate a una concezione patriarcale della famiglia e del mondo. Accomodare, tutelare e accettare indiscriminatamente queste minoranze e loro culture significa rinchiudere per sempre le donne appartenenti a quei gruppi in un mondo fatto di prevaricazione, abusi, sottomissione e violenza.

L’articolo di Okin portava ancora una volta alla coscienza un dato che si ripete costantemente nella storia del femminismo e dei movimenti per i diritti delle donne: nonostante le donne appartengano al novero dei gruppi oppressi che combattono per una giusta causa, non è detto che le loro battaglie vadano sempre a favore delle altre giuste cause e degli altri gruppi ingiustamente oppressi. E viceversa.

I fatti di Colonia possono essere letti come l’ennesimo episodio di questa storia che si ripete. Ma lo stesso copione si ritrova, in queste settimane, nelle discussioni intorno all’appello lanciato in Italia da Senonoraquando Libere contro la pratica della maternità surrogata, entrato in collisione con le battaglie per il riconoscimento delle coppie omosessuali e le unioni civili.

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