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Troppo grandi per fallire
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Tbtf o Sifi: due acronimi sui quali si gioca il futuro della finanza e che hanno affaticato, più della battaglia tra le valute, i leader nel summit di Seul appena concluso. Sono due acronimi sui quali si gioca non solo il futuro delle regole della finanza, ma, per certi versi, il futuro della finanza stessa, intesa nel senso più generale, e cioè anche quella che sta nei nostri portafogli. Significano, rispettivamente, Too big to fail e Systemically important financial institutions e rappresentano l’autentico rompicapo sul quale da tempo governi, regolatori, banche e supervisori sono impegnati. In sostanza, e riassumendo, ci sono banche troppo grosse il cui fallimento può avere effetti disastrosi a catena su tutti i mercati e le economie, e quindi gli Stati le devono necessariamente salvare.
Questo finisce con lo scaricare i costi sulla collettività e può favorire, altro termine entrato nel linguaggio comune, il moral hazard, perché se uno sa che, comunque le cose vadano, non fallisce e se la cava, è portato ad avere comportamenti più dissennati e quindi più rischiosi.
Ci si chiede allora quali regole siano necessarie per scongiurare questo pericolo, ma anche se non sia il caso di adottare misure che penalizzino la grande dimensione. La questione è complicata perché occorre districarsi tra una serie di indicazioni spesso contraddittorie.
E' assolutamente innegabile il pericolo del Too big to fail, ma il dato empirico dimostra come i problemi nascono spesso da banche molto più piccole: se si guarda al passato, la crisi americana degli anni Trenta fu innanzitutto una crisi di piccole banche; guardando all’attualità, mentre  i grandi operatori hanno già restituito gli aiuti statali, i morosi sono proprio gli intermediari locali e regionali.
Insomma, il virus forse non è tanto nella dimensione ma nella interconnessione, ed è così che si è aggiunta la nuova specificazione utilizzata dal Financial Stability Board di Sifi.
In effetti, possono esserci intermediari cross border con attività diversificate, potenziali trasmettitori di crisi in tutto il mondo, ma bisogna stare attenti a non pregiudicare le piattaforme di offerta di servizi  internazionali che servono a tutti, soprattutto a chi deve crescere per non rimanere isolato nel gioco della globalizzazione. E i banchieri centrali si trovano di fronte all’esigenza di evitare che i guai di pochi grandi attori possano incidere sulle fortune del mondo intero, salvo poi chiedergli aiuto quando c’è da fare qualche intervento di salvataggio di banche più piccole in difficoltà.
Materia molto complessa, quindi da affrontare senza facili semplificazioni demagogiche.
Il Financial Stabilty Forum ci sta provando con alcune misure: la previsione di procedure speciali di gestione delle crisi; più elevati livelli di capitale; rafforzamento della vigilanza; definizione di adeguate infrastrutture di mercato per garantire trasparenza alle attività più opache e rischiose (ad esempio i derivati); verifica costante attraverso il peer review di come (e se) i singoli Paesi attuano gli standard internazionali.
Al summit di Seul era però inevitabile che venisse fuori l’altro spinoso problema, elegantemente riassunto in una espressione di moda: burden sharing. Se vanno in default operatori presenti in tutto il mondo, spesso attraverso società controllate, è difficile stabilire la giurisdizione che si deve far carico dei salvataggi (in altri termini chi deve tirare fuori i soldi), con il pericolo di uno scaricabarile poco commendevole, ma inevitabile. Si parla, opportunamente, della necessità di un coordinamento internazionale su questa spinosa materia, ma è rimasta famosa l’affermazione di un banchiere centrale secondo il quale le banche nascono internazionali, ma muoiono tutte nazionali.
Forse la proposta ripresa dalla Cancelliera tedesca di creare  fondi privati alimentati dalle stesse banche può essere una buona strada, ma non tanto sul piano delle risorse (è improbabile che nell’ipotesi di un grande default internazionale questi fondi siano sufficienti), ma su quello della prudenza e della stabilità; tirare fuori di tasca propria i soldi per i salvataggi rappresenta il miglior incentivo verso comportamenti virtuosi e un solido presidio per prevenire le crisi.

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