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Una nuova fiducia tra le banche
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La settimana appena trascorsa verrà ricordata come il periodo nel quale le regole  della finanza  sono entrate d’imperio nella  vita di tutti i giorni, conquistando gli spazi dei media come mai era successo. E’ una delle tante conseguenze della crisi; fino a qualche tempo fa queste regole erano considerate dall’opinione pubblica astruse e incomprensibili, terreno riservato ai tecnici, ed anche i legislatori, consci dello scarso appeeling sugli elettori,  se ne occupavano con poco entusiasmo. Dopo il terremoto sui mercati e i conseguenti dolorosissimi salassi per le tasche di mezzo mondo, lo scenario è cambiato e la sera a cena seguiamo con attenzione i telegiornali che ci parlano dei banchieri centrali intenti a trovare accordi per cambiare i criteri di valutazione e di misurazione delle soglie di capitale delle banche. E facciamo bene a occuparcene perché, al di là dei necessari tecnicismi, si sta tentando di risolvere un problema, in realtà molto semplice, che ci riguarda tutti da vicino. Quello che è successo due anni fa (proprio in questi giorni si celebra il secondo anniversario dell’ormai storico default della banca d’investimento americana Lehman Brothers, travolta da massicci investimenti nei titoli legati ai subprime) ha generato la consapevolezza che, sui mercati finanziari, da un momento all’altro possono scatenarsi scenari del tutto imprevisti e sconvolgenti.

La prima cosa da fare per le banche, banale principio di buon senso, è quella di avere un po’ di fieno in cascina per superare i tempi di vacche magre; mettere farina nel sacco quando le cose vanno bene, per averne a sufficienza quando le potenziali perdite diventano reali. Sono, così, entrati nel linguaggio comune termini inglesi come cuschion o buffer che danno bene il senso di creare uno spazio di sicurezza patrimoniale per resistere anche ai colpi peggiori. Bisogna, quindi, aumentare il capitale e cambiare il vecchio assetto regolamentare basato su un accordo, che prende il nome di Basilea, città svizzera dove i summenzionati banchieri hanno l’abitudine di incontrasi. L’obiettivo è la revisione dei vecchi vincoli che già imponevano l’obbligo di mantenere un determinato livello di patrimonio in relazione ai rischi assunti. Aumentare le soglie di capitale richiesto, modificare la “ponderazione” in base alla quale i rischi vengono pesati e migliorare la qualità degli strumenti finanziari utili per il calcolo del capitale, includendo soltanto quelli più sicuri per assorbire le perdite. A questo si aggiunge la definizione di una soglia massima di indebitamento; il tutto facendo attenzione alla prociclicità, e cioè al rischio che questi vincoli possano avere effetti di amplificazione delle fluttuazioni del ciclo economico. Bisogna, inoltre, controllare meglio i livelli di liquidità; anche qui, per semplificare, si tratta in fin dei conti di creare un cuscinetto di sicurezza mettendo a riserva una buona quantità di mezzi liquidi che coprano improvvisi deflussi di cassa e che garantiscano un periodo di sopravvivenza minimo. Questi i criteri sui quali si sono messi d’accordo i banchieri centrali e i supervisori, criteri che aspettano adesso la ratifica politica nel prossimo vertice internazionale di novembre.

E’però scoppiata la polemica: aumentare il capitale disponibile e i mezzi di liquidità significa infondere fiducia ai mercati sulla solidità delle banche, ma per trovare le risorse da mettere in cascina bisogna necessariamente risparmiare da qualche altra parte e quindi chiudere i rubinetti del credito. Le banche dicono che la coperta rischia di essere troppo corta. Alcune ricerche di fonte bancaria, come il rapporto dell’Institute Of International Finance, disegnano foschi scenari per il futuro, altre, più indipendenti come quella condotta dal Brooking Insitute, prevedono un effetto decisamente più modesto sul costo del credito, ma è comunque sentita la minaccia della riduzione dei flussi di finanziamento con un impatto sulla crescita quando l’ossessione collettiva è, notoriamente, quella della ripresa. 

Non è facile districarsi tra tante diverse esigenze: a Basilea si è cercato di raggiungere un difficile equilibrio, prevedendo la gradualità nell’applicazione delle nuove regole, e facendo attenzione all’impatto macroeconomico del nuovo regime. Ma con l’occhio rivolto al futuro, le banche si devono rassegnare a mettere da parte sempre più capitale, dimenticando i livelli di redditività del passato. Come anche riporta un recente rapporto della Banca dei Regolamenti Internazionali: l’aumento del patrimonio, più che pregiudicare l’agognata ripresa, ne è condizione essenziale: senza una maggiore solidità patrimoniale chi si fiderà di banche sopravvissute grazie agli aiuti pubblici e con ancora in pancia milioni di titoli sui quali nutrire un dubbio è puro eufemismo? Come faranno a raccogliere risorse sul mercato per poi impiegarle? Chi le darà? Qualcuno, forse, ha dimenticato troppo in fretta che all’origine della crisi c’è stata, non tanto la mancanza di fiducia nelle, ma tra le banche, e la differenza conta. E’ quella fiducia che adesso, con fatica, bisogna ricostruire

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Comments
riccardo poli, 22-09-2010, 19:59
Perché voi giornalisti e i tecnici non scrivete chiaramente che il problema è l'uso del debito, pubblico o privato, come denaro?
Perché non scrivete che il vero problema è una cultura del debito sedimentata su antiche usanze e accordi fra uno Stato ed una banca centrale, per cui lo Stato si finanzia creando CARTA-(moneta)?
Molti banchieri, anche di altissimo livello, non conoscono i meccanismi dei nostri sistemi per la creazione di una VALUTA CORRENTE. Perché non ne sapete molto più dell'uomo della strada, di noi semplici esseri, in balia di dirigenti incompetenti, irresponsabili ed egoisti.