Rivista il mulino

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La scuola al via
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Accingendosi a scrivere della scuola italiana mentre comincia l’anno scolastico, il titolo dovrebbe essere «La scuola italiana, un istituto gravemente screditato». Servirebbe poi un sottotitolo, che potrebbe suonare più o meno così «Comincia l’anno scolastico, ma nessuno sa dove andrà a finire». Non sarebbe una battuta, purtroppo, tale e tanta è la confusione sotto il cielo. Intanto, nel miglior stile made in Italy, a dispetto di norme e regolamenti scolpiti sulla pietra l’incertezza regna sovrana. La ministra Mariastella Gelmini ci ha tenuto molto a sottolineare che «per la prima volta dal 1923 [Riforma Gentile, N.d.R.] le nuove indicazioni nazionali riformano organicamente i contenuti dell’istruzione liceale». Ci sarebbe da esserne lieti. Se non fosse che non è invece la prima volta (forse neppure la seconda, né la terza) che le famiglie italiane si sentono dire che c'è la «Riforma», cercano di capirci qualcosa (faticosamente) e si vedono arrivare poco dopo una «Contro-riforma».{C}Ma che cosa resta alla fine di tutti questi lodevoli processi riformatori? Resta «un istituto gravemente screditato» [cfr. «il Mulino», n. 1/1951]. Punto. E le conseguenze (tante e gravi) di tale scredito. Passata la moda delle tre «i», i problemi restano, seri o, spesso, molto seri: perché, guarda un po', se i problemi non si affrontano con progetti e investimenti difficilmente si risolvono da sé e anzi si acuiscono. Ma dei problemi della scuola il governo in carica sembra averne individuato soprattutto uno: il costo complessivo. Perché sì, la scuola costa. Eppure l’alibi secondo cui non è possibile investire dal momento che il «97% per cento del bilancio serve a pagare gli stipendi» non regge. Soprattutto se la strategia d’investimento nell’istruzione scolastica va di pari passo con la politica, che chiede a tutti (o forse non proprio a tutti?), tagli e sacrifici. Ma tagliare 8 miliardi di euro alla scuola pubblica osservandone con disgusto i bilanci significa muoversi come un (cattivo) imprenditore di fronte a un’azienda in difficoltà, soprattutto se si tratta di tagli indifferenziati.
A tale proposito, è interessante considerare le indicazioni contenute nella strategia Ue 2020, da cui il nostro Paese si discosta grandemente (si pensi ai dati sull’abbandono scolastico: 4% in più della media Ue e 9% in più rispetto a quanto stabilito dalla Strategia di Lisbona). O scorrere l’ultimo rapporto Ocse sull’educazione, da cui emerge con chiarezza quanto poco l’Italia investa in istruzione (il 9% della spesa pubblica contro una media del 13,3%). Nuovi dati, che si aggiungono a quelli allarmanti con cui lo stesso Ocse, con le indagini del progetto Pisa, ha dato conto negli anni scorsi dello scarso rendimento degli studenti italiani (pur con una grande variabilità su base regionale).
Dove sono gli investimenti, dov’è l’attenzione per la scuola, indicata da questo e dai governi precedenti come «una priorità»?
Nel corso degli anni, mentre il dibattito si fossilizzava sul confronto scuola pubblica/scuola privata, il divario tra il nostro sistema scolastico e quello degli altri Paesi avanzati aumentava. E con esso le incertezze degli studenti e delle loro famiglie. La pessima qualità media dell’istruzione tecnico-professionale non trovava soluzioni possibili e la corsa disordinata delle famiglie verso i Licei proseguiva. Oggi, mentre si inaugura il nuovo anno scolastico, la scuola rischia di apparire come il miglior specchio del Paese e delle sue diseguaglianze. Di reddito, innanzitutto, ma anche territoriali e di classe sociale. Chi parte svantaggiato molto difficilmente riesce a recuperare il proprio ritardo iniziale durante gli anni di scuola. Spesso anzi abbandona (negli ultimi quindici anni uno studente su tre dell’ultimo quinquennio non è arrivato al diploma; nell’ultimo anno il 20% ha lasciato il liceo che stava frequentando e il 44% l’istituto professionale). Ma se la scuola deve continuare ad essere una delle principali agenzie di socializzazione il prezzo da pagare cadrà non solo sui diretti interessati e sulle loro famiglie ma sull’intera società. E sarà un prezzo molto alto.

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