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Lezioni dal Covid

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Lezioni «a futura memoria» le ha definite Giuseppe Conte nella sua lectio all’Università di Firenze. Ma l’azione dell’emergenza sanitaria, a tratti anche pedagogica, qualche insegnamento lo ha già trasmesso, a patto che si abbia l’onestà intellettuale di accoglierlo e che ci si metta d’impegno per cambiare, da subito, in attesa che la «dimensione dilatata della storia» ci conduca a valutazioni più ponderate. A oggi possiamo dire che un anno di Covid-19 ci ha sicuramente trasmesso almeno tre capisaldi.

Primo: Estote parati, state pronti. Ormai, i precedenti di grandi epidemie li abbiamo avuti – e una certa generazione è stata capace di sfiorarne due, vedi il paziente grande anziano di 101 anni nato in piena Spagnola e contagiato dal Covid-19. Tanto più che l’arrivo dall’Asia di un virus della famiglia dei Coronavirus simile alla Sars era stato messo in conto dagli scienziati e, tra gli altri, preventivato dal Robert Koch Institut, che nel gennaio 2013 aveva sottoposto al Parlamento tedesco un documento molto dettagliato di simulazione e di analisi del rischio di un virus sorprendentemente affine al Sars-CoV-2.

Siamo stati il primo Paese occidentale pesantemente contagiato dal nuovo Coronavirus. L’esempio della Cina lo abbiamo avuto sotto gli occhi, con in più il «vantaggio» di una trasposizione temporale che, se sfruttata, avrebbe potuto farci giocare d’anticipo. In quest'anno difficile, ci siamo trovati a rincorrere il virus, di fatto non abbiamo saputo prevenirlo. La sensazione, ancora oggi, è quella di trovarci sulla scacchiera di Lewis Carroll, quella che descrive nel 1871 in Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò.

Sulla scacchiera Alice si mette a correre con la Regina Rossa per raggiungere un’altra posizione. Alice corre, ma non riesce quasi a stare al passo con la Regina, che continua a dirle di correre sempre più veloce. E, correndo a perdifiato, si accorge che gli alberi e tutte le cose attorno restano sempre fermi allo stesso posto. Quando chiede spiegazioni alla Regina Rossa, riferendo che nel suo Paese, quando si corre così forte e a lungo, si arriva da qualche altra parte, la Regina risponde: «Ma che Paese lento! Qui, invece, ti tocca correre più forte che puoi per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte, devi correre almeno due volte più forte».

Ecco, di fronte al dilagare a ondate dei contagi, abbiamo imparato che dobbiamo correre due volte più forte. Lo stiamo facendo? Il Covid-19 ha bruciato l’illusione che la scienza e le tecnologie moderne possano proteggerci da ogni rischio. Ma progredire nella modellizzazione delle epidemie e nella valutazione statistica dei rischi non significa possedere la capacità di immaginare le conseguenze dei casi in cui quelle tecnologie non hanno successo o si rivelano insufficienti.

Quest'emergenza sanitaria ci insegna che, invece di misurare il futuro in termini probabilistici, dovremmo coltivare attivamente «un’immaginazione pandemica» e riadottare stili di pensiero di lunga durata e oltremodo più flessibili.

Secondo: Passare dal «fordismo sanitario alla pratica della sostenibilità». Nel caso le tecnologie falliscano, dunque, serve un paracadute d’emergenza. Che non riusciremo ad aprire se non avremo anzitutto il coraggio di ottimizzare la gestione e l’organizzazione del nostro Servizio sanitario nazionale. L’emergenza Covid-19 ha graffiato l’immagine dell’Italia quale migliore sanità al mondo. Il podio era stato conquistato, secondo diversi istituti di ricerca, per l’eccellente correlazione tra aspettativa di vita (dopo il Giappone) e costo del sistema sanitario nazionale, nonché per i tassi bassissimi di mortalità materna e infantile. Tuttavia, se virtuosi, potremo cogliere occasione dallo stravolgimento della pandemia per inserire migliorie nel sistema.

Si potrebbe cominciare dalla messa in atto di un coordinamento e di indirizzi forti da parte del ministero della Salute e dei suoi organismi, quali Istituto superiore di sanità (Iss), Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) in condivisione con gli organismi regionali, finalmente in una strategia unitaria e con una definizione chiara delle competenze.

Ancora, sarà necessaria una strategia di forte integrazione tra territorio e ospedale, per affidare al primo la presa in carico dei pazienti con patologie croniche, lasciando il secondo a gestire le grandi emergenze e i casi acuti. Si rende più che mai urgente la costruzione di «reti» tra centri ospedalieri, secondo il modello «Hub and Spoke», e tra rete ospedaliera e servizi territoriali, tramite l’adozione di linee guida per la gestione integrata dei Percorsi diagnostico terapeutici assistenziali (Pdta) e dei Protocolli di dimissione protetta per i pazienti in fase post acuta.

E ancora. Il Covid-19 ci ha insegnato l’importanza di razionalizzare e ottimizzare il nostro sistema assistenziale. Il processo di digitalizzazione della sanità, iniziato con l’entrata in campo di strumenti come la ricetta elettronica (ePrescription), il Fascicolo sanitario elettronico e altri strumenti di telemedicina, ha subìto un processo di accelerazione. Non siamo certo ai livelli della Gran Bretagna, dove sistemi di sanità digitale permettono di interrogare un medico virtuale ventiquattr’ore su ventiquattro. Ma sicuramente strumenti più avanzati di telemedicina favoriranno il rapporto costi-qualità dei servizi sanitari, limitando gli sprechi, riducendo le differenze tra territori e migliorando la percezione del cittadino nei confronti di un servizio di qualità tramite le relazioni di front-end. In parte lo abbiamo già visto. Il ricorso obbligato alla telemedicina e agli strumenti offerti dal web in tempo di grave emergenza ha avuto l’effetto, tra gli altri, di delineare la fattibilità di economie di scala, guarendo in teoria la cosiddetta «malattia dei costi» enunciata a suo tempo da William Baumol.

Terzo: Adottare modelli di equità delle cure e dei vaccini. Accade spesso che ci si ricordi dell’importanza di una cura o di un vaccino quando essi ci mancano. Il Covid-19 ha rilanciato un tema che troppo spesso viene «criminosamente» dimenticato, quello della condivisione e dell’accesso equo a cure e vaccini.

La nostra società – come anche quest’esperienza ha dimostrato – è percorsa da forti tendenze antiscientifiche, con una continua messa in discussione della fiducia e delle aspettative nella scienza. Questo si deve in parte a una specifica tipologia di rappresentanti del mondo scientifico, i quali liberamente enunciano assiomi assoluti, dimentichi delle parole che, nell’Apologia di Socrate, Platone fa pronunciare al grande filosofo poco prima della sua condanna a morte. La docta ignorantia è stata assoggettata al desiderio di visibilità mediatica (la cosiddetta «fase post-accademica» degli esperti) in una sorta di «anelito» faustiano che ha portato a dichiarazioni contraddittorie, la maggior parte delle quali non basate su dati scientifici. Parliamo di enunciazioni forti, dal virus diventato più attenuato a farmaci miracolosi rivelatisi poi tossici, ad allarmismi pericolosi nei confronti dei vaccini in arrivo. Tutto questo ha contribuito, ancora una volta, a disorientare ulteriormente l’opinione pubblica e generalmente a far abbassare la guardia. Dei vaccini anti-Sars-CoV-2 abbiamo bisogno tutti quanti, in ogni Paese del mondo. Ma l’Oms ci conferma ancora che ogni anno, nel mondo, 1 bambino su 5 non riceve le vaccinazioni più elementari.

In piena pandemia abbiamo capito come la nostra sicurezza e la nostra salute dipendano anche da Paesi lontanissimi da noi, con cui apparentemente poco abbiamo in comune (vedi: dai casi di spillover a quelli di moltiplicazione delle varianti del Covid: sudafricana, brasiliana, inglese…). Ma il discorso è trasversale. Presi dall’emergenza non dobbiamo dimenticare che le altre patologie croniche proseguono autonomamente il loro cammino: da quelle cardiovascolari a quelle oncologiche. Prevenire, riconoscere e trattare queste patologie è la sfida parallela che stiamo affrontando e su cui pure non dobbiamo abbassare la guardia.

Allo stesso modo, se l’emergenza continuerà o se si attenuerà, non dovremo solo concentrarci a recuperare gli screening o le visite lasciate addietro, ma ricordarci e concentrarci anche sui guariti dal Covid-19, su quel «Long-Covid» di cui conosciamo ancora molto poco.

Torna utile anche in questo caso la «veduta lunga», consci che, sempre e comunque, l’obiettivo sarà quello della massima condivisione dei dati e delle conoscenze, della ricerca scientifica e di quella di base e clinica tra centri e tra Paesi del mondo, in una strategia lucida che per forza dovrà diventare più la normalità che l'eccezione. Se saremo così lungimiranti da coltivare attivamente questa «immaginazione pandemica», non ci sarà bisogno di attendere l’azione della «dimensione dilatata della storia». Non rischiamo che la nostra era venga definita, come direbbe Amitav Ghosh, «l’epoca della Grande Cecità». Interveniamo oggi. Cambiamo adesso.