Rivista il mulino

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Meherzia Labidi

rubrica

Con Meherzia Labidi, venuta a mancare prematuramente il 22 gennaio scorso, se ne va una delle protagoniste della rivoluzione tunisina e una figura emblematica della transizione democratica tuttora in corso. Vice-presidente dell’Assemblea nazionale costituente e successivamente membro del Parlamento tunisino nel gruppo di Ennahdha fino alla sua scomparsa, Meherzia Labidi è una delle «madri fondatrici della Costituzione tunisina del 2014» (Rania Ben Slimane, «Tunisie numérique», 24.01.2014), l’equivalente delle nostre «madri della Costituzione» – le Nilde Iotti e Lina Merlin, le Nadia Spano e Angela Gotelli. Come molte donne dell’antifascismo italiano, anche Meherzia Labidi viene dai ranghi dell’opposizione al regime di Ben Ali e da quelli dell’esilio in Francia. Come molte donne è stata reclutata da Ennahdha – tipico partito di massa – nell’ambito della società civile. Si era fatta le ossa – in una Francia nella quale stava montando l’islamofobia – nello spazio associativo del dialogo interreligioso e dell’impegno internazionale per la pace del Global Women of Faith Network. Rientrata in Tunisia dopo la caduta di Ben Ali – lasciando in Francia un marito e tre figli adolescenti – ha fatto sentire la sua voce autorevole e se necessario «tonitruante» («Leaders», 22.01.2021) sia nelle assemblee elettive sia in quelle del suo partito in almeno tre occasioni di portata storica.

La prima è stata quella della redazione della nuova Costituzione adottata il 26 gennaio 2014. A essa ha contribuito non solo nei contenuti – in particolare quella «costituzionalizzazione dei diritti della donna» da lei rivendicata con orgoglio – ma anche guidando in aula un dibattito spesso tempestoso e facilitando non poco il suo approdo finale in un clima di autentica conciliazione nazionale.

La seconda si iscrive nella svolta di Ennahdha sulla separazione tra la politica e il religioso ufficializzata in occasione del decimo congresso del partito (Hammamet, maggio 2016). Per Meherzia Labidi questa svolta – assai dibattuta e sofferta tra i militanti  ̶ non era altro che la presa d’atto della trasformazione positiva del contesto tunisino dopo la rivoluzione. «Sotto Ben Ali il nostro partito era fuorilegge, i suoi militanti perseguitati così come erano perseguitate una serie di pratiche religiose. Usavamo le moschee perché non avevamo altro. Oggi siamo in democrazia e non ce n’è più bisogno» mi spiegava nel corso di una intervista che le ho fatto in quella occasione.

La terza è legata alle prime elezioni municipali svoltesi in Tunisia il 6 maggio 2018. Per quanto Meherzia Labidi abbia svolto un ruolo importante in diverse commissioni parlamentari, la convinzione con la quale ha sostenuto, nella Commissione affari locali, la necessità di implementare senza ulteriori ritardi le norme costituzionali sul decentramento riflette un’altra delle sue ferme convinzioni: quella sul ruolo indispensabile delle assemblee elettive comunali per consolidare l’ancora fragile democrazia tunisina facendo largo spazio in esse a donne e giovani.

Peraltro, con il suo temperamento caldo e generoso Meherzia Labidi è stata un punto di riferimento per tante giovani donne del suo partito, da Imen ben Mohamed, la più giovane deputata dell’Assemblea Costituente eletta nella circoscrizione italiana, a Sayida Ounissi, giovanissimo astro nascente di Ennahdha di cui appoggiò con forza l’inclusione nelle liste elettorali della circoscrizione francese. Ma anche Majdi Karbai, neoeletto deputato per il partito Attayar nella circoscrizione italiana, alla sua prima esperienza parlamentare, ricorda con emozione il «caloroso benvenuto» che gli diede in aula quest'instancabile tessitrice di relazioni tra forze politiche di schieramenti opposti.

Dato il suo ruolo negli ultimi dieci anni, non sorprende che quanto si è scritto su Meherzia Labidi in occasione della sua scomparsa si concentri sulla sua carriera politica. Poco invece ancora è stato detto sul pensiero di questa donna coltissima, traduttrice, esperta di letteratura inglese e teatro. Magari qualcuno ricorda sbrigativamente che era contraria al «velo integrale» (dimenticando che ciononostante avesse definito la legge francese in materia una «legge liberticida»). Ma se si vanno a leggere gli articoli che pubblicava sul sito dei musulmani francesi «Saphirnews» nel 2010, alla vigilia della rivoluzione tunisina che l’ha catapultata nella politica, si trovano interventi straordinari non solo per la loro attualità e perspicacia, ma anche per uno stile impregnato di un umorismo corrosivo lontano tanto dal letteralismo pietistico quanto dal modernismo compiacente che oggi pervade tanta parte della subcultura islamica della diaspora. Come nell’articolo Quels musulmans voulons-nous être? nel quale, dopo una disamina al vetriolo delle pratiche politiche e mediatiche francesi sul tema dell’islam, si rivolge ai suoi correligionari chiedendosi come mai abbiano dato «vacanze a tempo indeterminato e rinnovabile al proprio cervello» pur richiamandosi a una fede «il cui Libro santo trabocca di richiami alla riflessione e alla mediazione» – e giù un’altra serie di vignette relative alla «corsa alla fatwa», meglio se «emessa da uno sheikh che in Francia non ha mai messo piede». Forse anche del pensiero di questa «madre fondatrice» della Repubblica democratica tunisina, come di tante della nostra Repubblica, sappiamo ancora troppo poco.