Rivista il mulino

immagine
  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle

La valle oscura

rubrica
  • Bookshelf

È tutto fighissimo e, visto da qui, per certi versi lunare. Eppure, se quel che Anna Wiener mette insieme nel suo memoir – appena entrato nella top ten del “New York Times” dei libri dell’anno che sta per finire – è il racconto di un mondo distante anni luce da noi, è anche il racconto di quel che noi siamo diventati, qui, alla periferia dell’impero. Un racconto del nostro esserci trovati – senza scegliere – invischiati nell’epoca della tecnologia dominante, illusi – molti ancora oggi, qualcuno sino a poco fa – che tutta questa enorme quantità di tech sia al nostro servizio. Così, poco alla volta, siamo passati dallo scoprire le magnifiche sorti e progressive di un portatile al preoccuparci, qualche volta, del tempo quotidiano trascorso davanti a uno schermo. Preoccupazione, anche questa, per la quale subito ci è stata messa a disposizione una “app”, ovviamente: “questa settimana hai trascorso il 19% in più davanti al tuo dispositivo”.

La “valle oscura” del titolo è, ovviamente, la Silicon Valley, con i suoi stipendi d’oro, i benefit fuori scala, gli orari di lavoro flessibili per non dire formalmente inesistenti, il lavoro da remoto pre-Covid, la condivisione con i colleghi non solo di ogni spazio professionale ma anche di gran parte degli spazi di vita. Un mondo lunare, appunto, dove l’intelligenza dei protagonisti sembra impedire la negazione dell' artificiosità del modello ma dove tutto, però, appare giustificato da un immediato e forte guadagno. Per chi, come me, si occupa da oltre trent’anni di editoria, la prospettiva di Wiener è particolarmente utile per avvicinarsi a un mondo così diverso dal nostro. Prima di trasferirsi a Ovest per trovare un impiego – per cinque anni – nella Silicon Valley, l’autrice ha infatti svolto un lavoro editoriale tradizionale, nella costa opposta, a New York (“mi trattenni dal chiedere se fra ‘data’ e ‘driven’ non ci volesse il trattino” è una delle mie battute preferite). Non sembra però faticare troppo nell’adattarsi ai nuovi stili di vita e di consumo, per quanto sottotraccia i residui del lavoro precedente siano evidenti. La sua prospettiva risulta particolarmente adatta per aiutarci a comprendere il crollo del valore di mercato dei prodotti culturali nell’epoca della distribuzione digitale e, al tempo stesso, per cogliere la centralità del controllo e della sorveglianza dei dati (i nostri).

Il libro è buono di per sé, ma è da consigliarne la lettura in abbinamento al volumone di Shoshana Zuboff (Il capitalismo della sorveglianza, tradotto da Luiss University Press) e, eventualmente, anche di un altro, assai più modesto e circoscritto reportage autobiografico (autore Martin Angioni, direttore per oltre quattro anni della filiale di Amazon dopo essere stato amministratore delegato di Electa, pubblicato da Cortina sempre nel 2020). Il culto dei big data ha un fondamento, eccome; bastano poche pagine per accorgersene, semmai non ce ne fossimo accorti per conto nostro. Ed è plausibile quanto scrive Wiener, quando dice che le start-up di analisi dei dati vendono un prodotto “tipo piccone ai tempi della corsa all’oro”. Se la “valle oscura” è la terra promessa per i lavoratori della conoscenza del nuovo millennio, ci sarebbe da porsi qualche domanda in più – da utenti di quell’attività febbrile e così ben remunerata – se tra le attività più ricercate c’è l’impegno quotidiano di migliaia di addetti sul cosiddetto “modello a imbuto per l’acquisizione dell’utente” (sempre noi). “Qualunque cosa facessero gli utenti di una app o di un sito internet – pigiare un tasto, scattare una fotografia, inviare un pagamento, mettere un like, inserire del testo – poteva essere registrata in tempo reale, immagazzinata, aggregata e analizzata” (p. 56). In fondo, tutto ciò che “i clienti” devono fare è “generare report”.

Tutto è misurabile, le metriche sono decisive. Ma siamo ancora capaci di misurare noi stessi? Se tutto è quantificabile, perché non misurare la nostra efficienza, la nostra forma fisica, la nostra capacità di autocontrollo. Perché non misurarsi per poi migliorarsi? Anche su questo siamo aiutati dai nostri dati raccolti da app che inviano poi tutto agli “imbuti”. Misuriamo i passi fatti in un giorno, i gradini saliti e scesi, il nostro stato di forma fisica presunta ma anche il denaro speso attraverso i nostri pagamenti elettronici, le tratte autostradali e i tragitti casa-lavoro in bus, in treno o in auto. Malgrado gli innumerevoli confort e un’atmosfera para-adolescenziale (con un sessismo diffuso dal quale una giovane trentenne piena di talento e potere negoziale fatica a difendersi), nella “valle” sembra esserci poco da invidiare in molti aspetti della vita brillante ed economicamente assai proficua dei non-lavoratori della Rete che si riuniscono da remoto, in un misto di disincanto smart e impegno narcisistico che trasuda insicurezza, anche nello sforzo di non sfigurare durante la chat aziendale (“Mi preparavo a quelle riunioni spazzolandomi i capelli, tirando le tende della finestra che dava sulla strada, e poi gettando sul letto tutto il disordine visibile e coprendolo con una trapunta”, p. 189: siamo poi così diversi, noi, a 10 mila chilometri dalla Valley?).

Tutto questo, mentre si perde la capacità di fare cose normali, ci si scorda tutto e si deve continuamente ricorrere a tutorial: “come togliere la muffa dal davanzale della finestra; cuocere il pesce a bassa temperatura (…) Ogni volta che montavo un mobile componibile, o rinforzavo un bottone allentato, provavo un antiquato e strano tipo di soddisfazione” (p. 242). Privati della capacità di fare cose normali apprese per esperienza, ci inventiamo cose antiche per crederci normali, lanciandoci con i colleghi in monologhi sui lavori di bricolage o sull’importanza di farsi il pane in casa, naturalmente col lievito madre.

C’è la mediocrità della vita, nel racconto di Wiener. L’insicurezza che si intreccia con uno sforzo continuo di piacere e risultare empatici, il guardare se stessi da fuori (gran cosa, finché si riesce a farlo) per accorgersi che il modello dominante sta sgretolando cose a cui teniamo molto (“ero intrappolata in un’industria che, un pezzetto alla volta, stava intaccando tante delle cose a cui tenevo di più”, p. 215). Ci accorgiamo di dedicare troppo spazio a spezzoni di tempo superfluo, tralasciando ciò che eravamo convinti di apprezzare più di tutto. Fossero libri, musica, arte o teatro. Le scene di una America ricca e plasticosa che Wiener riporta nel suo libro sono intervallate da un’America non troppo diversa da quella che avremmo potuto incrociare decenni fa (la si riconosce facilmente), ma che in fondo punteggia anche la nostra vita geolocalizzata qui in Europa. Fotogrammi presi qua e là percorrono il libro a ricordare le disuguaglianze profonde che tagliano il Paese (“Attraversammo la strada davanti a persone che mangiavano insalate da diciotto dollari; ne aggirammo altre che dormivano su grate fumanti”, p. 86; “adolescenti distesi sul bordo del marciapiede davanti alla clinica gratuita (…) furgoni parcheggiati in strada, coi finestrini coperti da asciugamani e giornali”, p. 90); “una donna che spingeva un carrello con tutti i suoi averi”, p. 229), il tutto in aperto contrasto con l’accanita corsa alla gentrification di zone delle città un tempo popolari e ora preda di agenti immobiliari azzimati in missione per compagnie voraci: “la nuova versione della città era imperscrutabile, sconcertante. Chi voleva una cosa del genere? Per chi era?” (p. 214).

La tecnologia imperante sta erodendo le relazioni, la comunità, l’identità, i beni comuni. Magari lo sappiamo, o potremmo arrivarci da soli. Ma questo sembra non bastare per inceppare il meccanismo. Quella di Anna Wiener non è solo la “sua” storia. È, molto più di quanto non crediamo, anche la nostra.