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Giunge in questi giorni la notizia delle dimissioni di Corrado Stajano dal “Corriere della Sera” e di Bernardo Valli da “la Repubblica”. Dimissioni silenziose, date con lo stile che è proprio a entrambi; per ora la notizia è passata quasi inosservata, ripresa solo da piccoli blog specializzati e, a proposito di Valli, da Adriano Sofri sul “Foglio”. Entrambi sono glorie del nostro giornalismo migliore, giunti nel 2020 al traguardo dei 90 anni, ma ancora vigili, attivi, curiosi, informati.

Stajano è oggi soprattutto scrittore, ma è stato nel gruppo di giornalisti che, a seguito della bomba di Piazza Fontana, ha diffuso una coscienza civile nella professione. Una testimonianza è il libro Le bombe di Milano (Guanda, 1970), che ha firmato assieme a Giorgio Bocca, Camilla Cederna, Ermanno Rea, Giampaolo Pansa, Marco Nozza e altri colleghi, nucleo fondante di un giornalismo che non si accontentava delle verità di Stato in un’epoca di segreti inconfessabili e di depistamenti creati ad arte. Col suo primo libro, Il sovversivo (Einaudi, 1975), inchiesta sulla morte dell’anarchico Franco Serantini, ha inventato un genere in cui s’impastano giornalismo e letteratura che ha avuto molti seguaci. Quasi superfluo ricordare la sua opera più celebre, Un eroe borghese (Einaudi, 1991), dove si indaga sulla morte di Luigi Ambrosoli e sui silenzi che ne sono seguiti anche da parte di chi avrebbe dovuto parlare (Enrico Cuccia). Firma del “Corriere della Sera” negli ultimi 28 anni, si era già dimesso una prima volta nel 2003, per solidarietà verso il direttore Ferruccio De Bortoli, inviso a Berlusconi allora imperante, che fu sostituito da Stefano Folli.

Bernardo Valli è stato il principe dei nostri inviati speciali, colui che ha osservato il mondo cambiare, dalla guerra di Algeria fino all’avvento della globalizzazione; una leggenda per i colleghi che lo hanno avuto compagno nelle guerre in giro per il mondo, uno dei nomi su cui “la Repubblica” ha costruito la propria reputazione fuori dall’Italia, ancora oggi un punto di riferimento per le sue analisi di politica internazionale.

Entrambi sono stati messi da parte dagli attuali direttori col consenso della proprietà. A Valli non piace la linea che il "suo" giornale segue su Israele, Stajano è stato dimenticato dalla redazione nei mesi del lockdown e da allora da via Solferino nessuno si è fatto più fatto vivo con lui. Lo stile non lo si può insegnare, ma a me pare un impoverimento per il nostro giornalismo non trovare più le loro firme su “la Repubblica” e il “Corriere della Sera”, tanto in più in un’epoca in cui i due quotidiani cercano di far fronte alla perdita verticale di copie, utilizzando il proprio capitale reputazionale per creare, sull’esempio del “New York Times”, nuove forme di aggregazione attorno al "nome" del giornale. Il “Corriere della Sera”, prima del lockdown, era arrivato a offrire crociere e viaggi capitanati dai suoi giornalisti in veste di ciceroni dei propri lettori. Un’idea di marketing forse un po’ ruspante, ma che ha come sottinteso il prestigio della testata e il rapporto tra giornale e lettori.

È come se un’epoca finisse malamente: i titoli strillati sul Covid, la politica ricostruita sui retroscena, le notizie economiche passate come veline dalle aziende, le pagine culturali riempite dalle recensioni dei libri pubblicati dall’editore e di favori tra colleghi, e così via. Non tutto è nuovo, ma in un panorama mediatico sempre più diversificato, avere solidi punti di riferimento è ancora più necessario. Chi ci difenderà dalla crescente disaffezione verso le regole della democrazia? Chi contrasta le forme di comunicazione dirette di cui le conferenze stampa dell’attuale presidente del Consiglio sono solo l’ultimo esempio? Chi garantisce, in tempo di fake news, che quello che leggiamo nasce da un principio di verità nell’uso delle fonti? Chi paga per l’informazione che troviamo gratuitamente online? Chi fa le domande scomode?

Senza giornali e giornalisti autorevoli la qualità della democrazia peggiora e, come la storia di solito insegna, la cosa accade nell’indifferenza generale, mentre sulle redazioni sventola l’eterno bandierone nostrano: “tengo famiglia”.

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