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Impazienza
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  • Identità italiana

Impazienza per l’inadeguatezza della discussione pubblica e la lentezza della democrazia. Così definirei il sentimento, più che l’argomento esplicito, che questa pandemia sembra avere suscitato in diversi commentatori. È una sorta di basso ostinato, talvolta appena percettibile, che soggiace a molte delle tesi che invocano cambi di maggioranza, governi unitari, esecutivi tecnici, programmi di rigenerazione della nazione.

Nessuna di queste cose è indesiderabile di per sé, naturalmente, e tantomeno illegittima. Ciò che dà loro una coloritura fosca è quel sottofondo che le accompagna. Neppure è privo di fondamento: la discussione pubblica è gravemente inadeguata, da decenni, e la democrazia italiana è insieme scossa da movimenti rapidissimi e concitati in superficie e pressoché immobile nel profondo. Ma è verosimile che soluzioni animate da quell’impazienza, che tende a mettere temporaneamente tra parentesi il governo della ragione pubblica, non faranno che aggravare il problema. È una considerazione banale, ma la diffusione di quel sentimento suggerisce che non sia del tutto inutile.

Prendo un esempio minore ma tra i più espliciti, l’intervista che uno stimato manager ha rilasciato al direttore del giornale online Linkiesta il 18 aprile. Il titolo – Commissariare l’Italia per avere un Paese più agile e più giusto – riassume bene l’idea. Il commissariamento avrebbe una durata predefinita, «ventiquattro mesi», al termine della quale l’Italia sarebbe «riconsegna[ta] ai giochi normali della politica». Le ragioni del commissariamento sono la pandemia e la scarsa agilità del Paese; lo scopo, «far ripartire l’economia»; la linea d’intervento, cambiare le imprese italiane (mediamente troppo piccole, si nota, sottocapitalizzate, gestite con metodi obsoleti, e restie a fondersi). Perché l’ordinario funzionamento del sistema parlamentare non saprebbe raggiungere questi obiettivi non è detto, ma pare implicito in quell’espressione: «giochi normali della politica».

Dentro un ragionamento più articolato e condivisibile, accenti simili si ritrovano anche nella dichiarazione inaugurale del presidente designato di Confindustria. Le sue parole osservano la cautela che il rilievo di questa organizzazione richiede, ma la sfiducia nello «Stato» è chiarissima.

«Tutto ciò che è interessante accade nell’ombra, indiscutibilmente. Non sappiamo nulla della vera storia degli uomini», scrive Céline (1932), e suona vero. Sappiamo che cosa dicono, sapremo che cosa faranno: non sappiamo perché questi uomini hanno perso fiducia nella nostra democrazia al punto, talvolta, di volerla sopire. Eppure è forse questa la domanda più interessante, che getterebbe luce proprio sui problemi che essi vorrebbero risolvere. Sebbene nasca da cause massicciamente reali, infatti, come l’inefficienza della pubblica amministrazione, la sfiducia nella Repubblica è un circolo vizioso che si autoalimenta: diffondendosi si rafforza, e rafforzandosi indebolisce ulteriormente lo Stato.

Parto dai difetti delle imprese italiane citati in quell’intervista. L’analisi è condivisibile, ma nota da almeno un trentennio. E possiamo estenderla: quei problemi spiegano larga parte del vasto divario di produttività e innovazione che separa l’Italia dalle economie sue pari, come Francia, Germania e Spagna, il quale, a sua volta, spiega perché il reddito medio pro capite degli italiani è fermo al livello del 1995, in termini reali, mentre da allora il reddito di francesi, tedeschi e spagnoli è cresciuto di circa un quarto.

Ma che cosa spiega quei difetti? L’ipotesi che ho discusso in un libro recente punta il dito sulla debolezza della concorrenza, della supremazia della legge e della responsabilità politica delle autorità pubbliche.

Prendo un esempio: la sottocapitalizzazione delle imprese italiane. Sappiamo che gli investimenti in ricerca e sviluppo, cruciali per la produttività di un’economia, sono sfavoriti da una struttura finanziaria troppo dipendente dal debito. Quindi è verosimile che le imprese italiane innovino meno delle omologhe straniere anche perché hanno relativamente poco capitale proprio. Esse sopravvivono sia perché generalmente subiscono pressioni comparativamente deboli dalla concorrenza, sia perché talvolta hanno legami collusivi con altre imprese o con l’amministrazione pubblica. Ma perché hanno poco capitale proprio? Una larga parte della risposta è che le imprese italiane sono relativamente poco rispettose delle regole: sulla redazione del bilancio, per esempio, o sulla tutela degli interessi degli azionisti di minoranza. Sono certo più rispettose della legge che le imprese bulgare, per intenderci, ma paiono esserlo sensibilmente meno delle imprese francesi o tedesche. Ciò contribuisce a spiegare perché la prospettiva di essere azionista di minoranza in imprese non quotate sia poco allettante per chi ha capitali da investire (o perché le imprese – ossia gli azionisti di maggioranza – siano restie a fondersi).

Nulla di ciò sorprende. Lasciando da parte la domanda di chi abbia iniziato, il comportamento delle imprese è pienamente allineato ai comportamenti della società in cui sono inserite, meno rispettosa delle regole di società comparabili.

Ma che cosa spiega la relativa debolezza della concorrenza e della supremazia della legge in Italia? La risposta è suggerita dalla definizione che di quest’ultimo concetto danno Karla Hoff e Joseph Stiglitz: la rule of law, scrivono, «è ciò che impedisce ai pochi di rubare ai molti». Lo stesso si potrebbe dire della concorrenza, con le debite differenze. È allora evidente che concorrenza e supremazia della legge possono tanto più facilmente indebolirsi, e poi restare deboli, quanto più tenui sono le motivazioni ideali e gli incentivi materiali che spingono le autorità politiche a proteggere l’interesse generale, o quantomeno l’interesse dei «molti». E siccome il principale incentivo in questa direzione è l’armamentario della responsabilità politica – la soggezione al giudizio degli elettori e alla critica pubblica, in primo luogo, ma anche la democrazia interna dei partiti, la loro cultura politica, i loro meccanismi di selezione di dirigenti e candidati, e la presenza di organizzazioni intermedie dalla voce possente – è verosimile che una delle principali cause profonde dei problemi discussi sinora sia la debole responsabilità politica delle autorità pubbliche italiane.

Per chiudere il cerchio, è probabile che la debolezza della supremazia della legge e della responsabilità politica siano tra le principali cause profonde anche della sfiducia politica. La fiducia esime dal controllo costante, naturalmente, ma ci si fida solo di chi si può controllare: gli italiani hanno scarso controllo delle loro élite politiche, che non a caso sono generalmente scadenti e spesso disprezzate.

Se dunque la sfiducia politica e i difetti delle imprese italiane hanno almeno due radici comuni, difficilmente risolveremo i secondi arrendendoci alla prima. Perché commissariare il Paese, o mettere tra parentesi l’ordinaria dialettica politica, equivale ad affermare una radicale sfiducia nell’adeguatezza e nella riformabilità della democrazia italiana contemporanea. (Nel qual caso avrebbe peraltro poco senso limitare la durata della parentesi.)

Mirerei invece alle origini della sfiducia politica, per ottenere anche produttività e crescita. E se è vero, come credo, che i problemi discussi sinora siano dipendenti dalle aspettative dei cittadini e delle imprese – quanto, ad esempio, alla domanda se le proprie controparti rispetteranno o meno le regole –, allora solo governi fondati su programmi politici credibili potranno risolverli, non commissari o governi unitari o tecnici temporanei. Programmi nati dal conflitto aperto tra visioni diverse, ma idealmente accomunati da tre priorità che possono essere patrimonio comune di quasi tutto lo spettro delle opzioni politiche ragionevoli: concorrenza, supremazia della legge, e responsabilità politica. E siccome esse sono visibilmente urgenti, chi avesse la capacità di imporre queste tre priorità alla discussione pubblica verosimilmente costringerebbe le altre forze politiche a sposarle. Se poi si vorrà un "tecnico" per guidare il prossimo governo politico, benissimo: ma questa personalità dovrà essere guidata da un programma politico chiaro, emerso nel fuoco della discussione pubblica.

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