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Dal numero 1/20
Cinque domande a Luigi Covatta su Craxi e la fine del Psi
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1. In occasione del ventennale dalla scomparsa di Bettino Craxi, la pubblicazione di diversi libri e l’uscita del film di Gianni Amelio hanno richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica su quella che rimane una figura controversa. Il passare del tempo non ha favorito, come sarebbe stato auspicabile, un dibattito politico e storico equilibrato, quindi sono ben presto riemerse le vecchie fratture: chi ritiene Craxi una vittima e chi lo considera un criminale. Chi lo vede come un precursore di Berlusconi e chi ne esalta il ruolo di pioniere di un riformismo moderno. Buona parte degli interventi di questi mesi, tuttavia, si concentrano soprattutto sugli ultimi anni dell’esperienza politica di Craxi. Nel suo “memoriale del Craxismo” (uno dei capitoli di Menscevichi, Marsilio, 2005) lei afferma che in realtà la controversia su Craxi comincia nel momento stesso in cui diventa segretario del Psi, in seguito alla cocente sconfitta subita dal partito alle elezioni politiche del 1976. Vuole spiegarci perché Craxi era controverso già allora?

C’era un misto di scetticismo e di fastidio. Di scetticismo in seno allo stesso Psi. Al Midas fu facile voltare le spalle a De Martino, che prima aveva provocato e poi perso le elezioni: più difficile trovare chi dovesse sostituirlo. Per un’intera giornata si lavorò nei corridoi, senza uno straccio di dibattito sui motivi della sconfitta e sulle prospettive possibili. Alla fine la convergenza su Craxi fu determinata anche dal cinismo di qualche barone convinto della sua debolezza. Come scriverà poi Italo Pietra, “le ore del Midas fanno pensare ai deputati francesi che patrocinarono la candidatura di Luigi Napoleone per la presidenza della Repubblica, al congresso Dc del ’59 che portò avanti Moro, al Conclave che elesse papa Giovanni, al congresso di Epinay che fece di Mitterrand la guida provvisoria del Partito socialista” (E adesso Craxi, Rizzoli, 1990).

Infastidita fu invece la reazione degli avversari. Le elezioni avevano lasciato solo il 18% dei voti ai partiti intermedi (Psi compreso), mentre il 73% era andato alla Dc e al Pci. Sulla “Repubblica” Alberto Asor Rosa aveva teorizzato che ormai il Pci era l’erede di tutta la tradizione socialista, “da Turati a Lenin”. Sul “Corriere della Sera” Umberto Eco aveva affermato che in Italia il marxismo era diventato senso comune. Quanto alla Dc, navigava serena verso il governo della “non sfiducia”, e ovviamente temeva che questo esercizio di alta acrobazia fosse disturbato dall’ultimo arrivato.

Anche l’establishment, del resto, non disdegnava l’anomala stabilità che si profilava: che per giunta aveva il vantaggio di non dover fare i conti con le pretese dei socialisti, come era stato ai tempi del primo centrosinistra. In regime di “non sfiducia”, infatti, il Pci non avrebbe potuto disturbare troppo il manovratore né sui contenuti dell’azione di governo, né soprattutto sulla spartizione del potere, su cui peraltro proprio allora Giuliano Amato cominciava a fare luce (Economia, politica e istituzioni in Italia, Il Mulino, 1976), denunciando l’impatto del “modello spartitorio” sugli equilibri istituzionali.

 

[L'intervista completa, curata da Mario Ricciardi e pubblicata sul "Mulino" n. 1/20, pp. 119-126, è acquistabile qui

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