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Meno libertà, per il nostro bene
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Com’è possibile parlare dell’epidemia di paura del coronavirus? D’altra parte, com’è possibile non parlarne? Troppo di noi e del nostro presente si manifesta in questa ondata. Non parlarne significa rifiutare di tentare almeno una diagnosi – non medica né mediatica, per una volta – sul nostro stato di salute. Eppure, come parlarne, e come farlo in termini diversi dall’attualità e dalle forme da essa prestabilite? Il primo passo da fare sembra essere proprio quello che ci consente di allontanarci dall’attualità e di sottrarci alla sua giurisdizione, quindi anche alle sue deleghe: non parlare come esperti dei fatti; non parlare come cittadini; non parlare come rappresentanti di istituzioni o associazioni; non parlare né per informare, né per consigliare, né per testimoniare. Parlare solo in virtù della sensazione, già evocata, che molto della nostra vita presente si manifesti in questa epidemia di paura, e dunque che essa ci riguardi.

Un secondo passo è quello di ricondurre l’attualità alla storia. L’attualità, nel suo incessante dinamismo, è tuttavia una negazione del movimento. Come nel paradosso di Zenone, affettando il tempo in unità infinitesimali si pretende di negarne lo scorrere. In quanto forma determinata di organizzazione della coscienza del tempo, l’attualità traduce – e a sua volta alimenta – un sentimento occidentale di fine della storia e insieme un’incapacità reale di proiettare il futuro. Eccepire all’attualità comporta quindi che al grido “Fermi tutti!”, che essa ci ingiunge di continuo col suo tono caporalesco, si risponda come quel tale che agli argomenti di Zenone si alzò e si mise a camminare. Ossia, nel nostro caso, riaffermando il divenire delle situazioni e quindi anche delle prospettive e tentando – impresa non meno paradossale ma forse, ci auguriamo, non del tutto sterile – di intercettare e di precedere lo sguardo che lo storico del futuro, da una posizione ben più confortevole, getterà sul nostro presente. L’attualità ci confina in un fotogramma. Si tratta allora di saltarne fuori, provando con ciò che non siamo immagini, ma presenze viventi. A questo, se pure con strumenti rudimentali, ci apprestiamo.

I fatti, innanzitutto. Si inizia sempre così, non è vero? Stabiliamo prima i fatti relativi al virus; poi, sulla base di questi, prenderemo le nostre decisioni. Ma la prima mossa, in questo caso, è anche il primo ostacolo. Non perché i fatti, come molti lamentano, siano scomparsi o volutamente insabbiati, distorti, inquinati. Bensì perché sono, come sempre, placidi e indifferenti. E per di più, questa volta, dormono con un sorriso enigmatico sulle labbra. Qualcuno vi legge un ghigno diabolico; altri una semplice ironia; altri ancora, una smorfia infastidita; qualcuno osserva che quella è, né più né meno, la loro faccia consueta. Il primo ritratto possibile dell’epidemia di paura è già questo: la panne di un’organizzazione sociale che si regola in base ai fatti, confrontata a dei fatti molto espressivi ma poco espliciti. Sono i fatti a dover ordinare, noi eseguiremo: questa è la procedura invalsa. E se quelli, anziché comunicarci la loro volontà, si limitano a sogguardare felinamente? La paura qui non è tanto quella che si prova di fronte a un fatto disastroso; ma quella, più rivelatrice, suscitata dall’indecisione dei fatti. Il nostro comandante oggi non ordina; biascica mezze parole; si intuisce che ha delle intenzioni, ma rimangono impenetrabili. La truppa precipita nel panico. Avvezza a obbedire, ha disimparato a fare da sé. Ha appreso a marciare tanto bene, che non è più in grado di camminare.

La seconda figura ritrae delle istituzioni. Le istituzioni proclamano l’allarme, le istituzioni lo revocano. Ma non occorre andare molto oltre un manuale di sociologia per sapere che le istituzioni sono esse stesse degli attori preoccupati di mostrare che stanno svolgendo bene il proprio ruolo. Anche le istituzioni si contagiano fra loro, attraverso le decisioni che prendono. Il dilemma, per un amministratore posto di fronte a fatti elusivi, è quello di agire o meno; e, se decide di agire, di farlo per vie ordinarie oppure eccezionali. Se adotta misure ordinarie, rischia che poi si rivelino insufficienti. Nel caso di evoluzioni rapidamente catastrofiche, gli sarà rimproverato anche il lasso di tempo dell’esitazione: temporeggiare è dunque altrettanto pericoloso. Se opta per i provvedimenti straordinari eviterà di essere trovato in difetto, ma deve a quel punto provare di non aver ecceduto nella legittima difesa. Dovrà quindi dimostrare al pubblico che la minaccia giustificava la rottura della normalità, onerosa per tutti. In un simile frangente, l’unico che ha libertà di agire è il primo che proclama l’emergenza. Da quel momento, gli altri dovranno adeguarsi o, altrimenti, sconfessarlo: la seconda soluzione è più insidiosa; è comprensibile che si preferisca la prima. Inizia così il contagio da un’istituzione all’altra. Rimanere inattivi non è più un’opzione. A questo punto non è cinico, ma banalmente logico che le istituzioni si mettano alla ricerca spasmodica di prove che confermino la gravità della situazione. Nuovi ricoveri e persino nuovi decessi sono buone nuove per le istituzioni che ci hanno messo la faccia. Non è dietrologia, al contrario: tutto si svolge apertamente. Nella partita con gli eventi, giocata sotto gli occhi degli spettatori, un pareggio è pressoché impossibile: o vince l’evento o vince l’istituzione.

La metafora tuttavia è incompleta, perché il pubblico in questo caso non si limita a guardare, ma è reclutato nell’esercito delle comparse. Il terzo ritratto, mobile e ripreso da più angolature, è il suo. La considerazione da cui partiamo è che l’azione nasce sempre più raramente da sola; sempre più spesso invece viene alla luce in un parto gemellare assieme al suo documento, sotto forma di traccia digitale: la foto, il video, il commento. L’abito mentale è ormai quello di fare guardandosi fare. La coscienza si sdoppia e si compiace nello sdoppiamento. Nient’altro che il vecchio narcisismo, se non che, da solipsismo per eccellenza quale era, il narcisismo è divenuto comunitario. Un’intera collettività, nel suo insieme come in ciascuno dei suoi membri, si guarda nell’atto di fare, e non occasionalmente, ma come regola. Le comparse reclutate dalle istituzioni, a loro volta vincolate da condizioni di strategia createsi per l’effetto di fatti sornioni, eseguono i loro ruoli e al contempo controllano la messinscena propria e di tutti. Sono prove generali nelle quali l’unico personaggio che conserva intatta la sua libertà d’azione è il virus. Se si dimostra svogliato, la recita si sgonfia. Se troppo zelante, guasterà il piacere obbligandoci a soffrire per davvero. Speriamo sia comprensivo.

Pure, si può dubitare che il pubblico si presterebbe a qualsiasi copione. Ci sarà forse qualcosa, nella trama o nelle parti, che risuona con altre aspettative e aspirazioni. Nel parossismo delle convulsioni, una società frenetica mette in scena la propria paralisi. Come giustificarlo? Potremmo notare che lo scenario apocalittico che irrompe nel corso ordinario delle cose sconvolgendolo, è il fantasma quasi scontato di una società che si regge su una programmazione minuziosa delle sue attività. Non è forse esagerato credere che le diverse incarnazioni di questo spettro – da Chernobyl alla Sars – siano tutto sommato, almeno per molti, benvenute. I danni non sono affatto evidenti e la monotonia del quotidiano è messa per qualche tempo in intervallo. Il momento in cui la nostra civiltà o la nostra vita appaiono in pericolo, è anche quello in cui è più facile accorgersi di loro e magari provare, di colpo, un attaccamento che non sapevamo di avere, se non proprio un affetto. Individuo e società sono una coppia stanca: un incidente, di quando in quando, può ravvivarne la relazione.

È possibile che un fremito del genere scorra pure nei muscoli dei vari dirigenti e governanti, chiamati per una volta a prendere decisioni forti in situazioni drammatiche, anziché a mandare avanti la solita vecchia macchina che beve compromessi e piscia burocrazia. A questo si aggiungerà forse il piacere di esercitare un’autorità impositiva, quella che emana ordini che cambiano davvero la vita di milioni di persone, invece di limitarsi ad assecondare le loro più sguaiate propensioni. Lo stato di emergenza è la rivincita dell’autorità contro il pubblico che quotidianamente la manovra. Chi di giorno è costretto ad annusare l’aria che tira in rete e ad affannarsi per adeguarvisi, di notte sogna di essere Napoleone o Mussolini. E bisognerà forse capirli: quale carriola non ha desiderato la carrozzeria di una ruspa? Trattandosi delle istituzioni del nostro Paese, potrebbe giocare anche un fenomeno analogo all’ipercorrettismo in linguistica: conoscendo la tradizionale fama di inefficienza della gestione all’italiana, una nuova generazione di dirigenti – quale quella che è al potere in questo periodo – potrebbe aver pensato che era giunta l’occasione di dimostrare al mondo di cosa sono capaci, e avere quindi agito cercando di imitare un modello ideale – e altamente congetturale – di efficienza e responsabilità. È Emma Bovary che vuol avere un amante come le dame parigine; è suo marito che vuole operare come un vero chirurgo. Charles finirà per far amputare una gamba storpia, ma che tuttavia camminava; sua moglie giungerà al suicidio. Sul piano economico, in effetti, se le misure straordinarie non ammontano a un suicidio, saranno comunque – già lo sono – una forma grave di autolesionismo. Non ricordo chi abbia scritto che un governo dissestato non è mai tanto temibile come quando pretende di raddrizzare le cose.

Per tornare al pubblico, dicevamo che una recita non vale l’altra. Quella dell’epidemia è innanzitutto in risonanza con un intero repertorio televisivo. La familiarità è ciò che permette di andare oltre la distinzione fra positivo e negativo, auspicabile o deprecabile. Se mi è familiare, che sia bello o brutto mi farà comunque piacere intrattenermici. E dunque, l’epidemia, perché no? L’abbiamo già vista: c’erano brividi e suspense, e alla fine qualcuno che salvava l’umanità.

Inoltre, questo copione cambia le abitudini più nel senso di accentuare tendenze già ampiamente acclimatate, che non in quello opposto di rimetterle in discussione. Il fondamento del contagio è il contatto; per evitare il contagio, occorre evitare il contatto. Qualcuno può pensare che per la maggior parte dei contemporanei questo sia un grave fardello? L’individuo con la mascherina è semplicemente un virtuoso o un professionista dell’isolamento, di cui ciascuno dei suoi simili è comunque un regolare praticante. Comunicare al pubblico, oggi, che farebbe meglio a non incontrare altre persone, è come dire a un alcolista che a causa di una sommossa o di una tormenta non è prudente uscire dal bar. In questo modo, i comportamenti sollecitati dalle misure straordinarie non sono in contrasto, ma casomai in preoccupante sintonia con le inclinazioni più diffuse. L’epidemia non è una sfida, quanto piuttosto un compimento della cultura prevalente. Il desiderio, insomma, non vi è minore della paura.

L’ultimo ritratto è dedicato alla congiuntura. In epoche più sicure di sé, si sarebbe sparsa la voce che c’è in giro una brutta influenza. Oggi si interviene con l’apparato che sappiamo. La paura dell’epidemia, in quanto fantasma del tracollo di chi sente di essere giunto al culmine del benessere e non potendo sperare miglioramenti teme ormai solo depauperamenti, è anche una profezia che si invera da sé. Non vi è dubbio che questa prevenzione può soltanto peggiorare la nostra salute, se non altro in quanto Paese: il Sud si mette contro il Nord, i giovani contro i vecchi, gli Stati esteri contro l’Italia, le aziende contro il governo, i cittadini gli uni contro gli altri – anche solo per uno starnuto. Non sappiamo se questa impalcatura sarà servita a salvare alcune vite; di certo ne avrà peggiorate molte.

Con tutto questo, dove siamo giunti? Forse, speriamo, nell’unico spazio di libertà che ci è stato possibile individuare al di fuori dello stato di immobilitazione generale decretato in questa fine d’inverno 2020 e tuttora in vigore. Il virus che ci assedia mentre noi cerchiamo di assediarlo, forse non è altro che il portatore sano di un messaggio morboso: le maglie si stringono; la contrazione dei diritti procede a più livelli; prepariamoci a subire ancora, in futuro, nuovi provvedimenti restrittivi della libertà. In nome del nostro bene.

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