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Heimat, diario di una ricerca delle proprie radici

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Heimat è una parola difficile da tradurre. Spesso viene resa come patria, ossia “casa dei padri”, significato in realtà espresso da Vaterland. Il senso di “casa” – Heim – contenuto dal termine indica piuttosto il legame tra l’individuo e il luogo – inteso come paesaggio e cultura – in cui è nato e cresciuto. Evoca così un sentimento di appartenenza velato di nostalgia: il termine si è diffuso in particolare nel corso dell’Ottocento, quando il territorio tedesco ha attraversato una cruciale fase di trasformazione, con la dissoluzione delle “piccole patrie” e delle loro tradizioni, fuse nell’unificazione e travolte dall’industrializzazione. Con il nazismo, quella sensazione di appartenenza divenne aggressiva ed escludente: l’ideologia del Blut und Boden, sangue e terra.

Heimat è l’oggetto della ricerca di Nora Krug, autrice di una graphic novel dalla qualità narrativa di un romanzo, il montaggio di un documentario d’autore e la profondità dell’analisi psicologica, pubblicata negli Stati Uniti nel 2018 e nel settembre 2019 in traduzione italiana da Einaudi.

Krug, nata in Germania a metà degli anni Settanta, si è formata come illustratrice prima a Londra poi a New York, dove vive da vent’anni. Da questa distanza ha cominciato a guardare le proprie origini – culturali, linguistiche, famigliari – e a cercare di sciogliere i nodi, di alleggerire un pesante carico di Schuld und Scham, colpa e vergogna, per trasformarlo in Verantwortung, responsabilità. Per affrontare questo senso di costante disagio, Krug ha iniziato un viaggio sulle tracce della propria famiglia durante il nazismo e la guerra. Negli anni di scuola in Germania l’autrice aveva studiato il nazismo, la storia del Paese, i discorsi di Hitler, i campi di concentramento, ma tutta questa conoscenza era rimasta astratta, producendo un senso di colpa collettivo, ereditario, e tuttavia vago.

La necessità di precisare questa sensazione è passata attraverso la ricostruzione della storia delle persone, e in particolare dei propri famigliari, nonni e zii, e delle loro scelte di fronte agli eventi. Ma le storie di famiglia sono spesso alterate ed edulcorate per necessità di andare avanti, di fare fronte alla vita che scorre, anche fondandosi sull’oblio. Krug ha quindi iniziato ad accostare ai racconti famigliari – spesso fatti di pochi tratti, mezze frasi, ricordi trasformati dal tempo – la ricerca in archivio e il dialogo con esperti di storia locale. Un viaggio, anche fisico, tra Karlsruhe e Külsheim, dove vissero la famiglia materna e quella paterna. Ma anche al Cimitero militare germanico del passo della Futa, dove è sepolto il fratello del padre, soldato scelto delle SS, caduto diciottenne vicino a Pisa nel luglio 1944. Di lui, Nora Krug trova poche tracce: qualche foto e quaderni di scuola scritti in sütterlin, con temi sul ciclo vitale del maggiolino, i vichinghi, la Guerra dei trent’anni, l’infanzia del Führer, gli ebrei come funghi velenosi.

Sono i segni della propaganda minuta che permeava ogni aspetto della vita durante il regime, di cui l’autrice trova moltissime tracce riversate nei mercatini delle pulci in Germania, come se altri figli e nipoti avessero voluto liberarsi di quel pesante – e pervasivo – carico familiare (questi materiali e i disegni di Nora Krug sono in mostra a Bologna per il Festival BilBOlbul fino al 6 gennaio prossimo). Un peso che si raccoglie nella parola Mitläufer, di nuovo un termine che non ha un traducente appropriato nelle altre lingue: indica quelle persone che si adeguarono al regime nazista, anche senza convinzione, per trarne opportunità personali. Seguaci, gregari, opportunisti: durante il processo di denazificazione venne catalogata così buona parte della popolazione tedesca della Germania Ovest.

La ricerca di Krug si muove tra dati, ricordi, fotografie, domande, elaborazioni personali, descrizioni degli “oggetti tedeschi”, cari agli emigrati: il montaggio di tutto questo nel libro si fonda su un sottile equilibrio tra parola, immagine, documento. Il suo timore iniziale era quello di non avere il diritto di raccontare il punto di vista tedesco, dei Täter, i perpetratori. Si è così mossa tenendo come timone la necessità di evitare di far percepire i tedeschi come vittime, cercando comunque di provare “empatia”, intesa come tentativo di vedere come loro, sentire le loro scelte senza necessariamente condividerle, anzi, dando spazio alla propria reazione di disagio e conflitto.

Il lavoro di Krug è durato sette anni, tra ricerca, scrittura, disegno. La scelta della lingua è caduta sull’inglese, la lingua della vita presente dell’autrice, da cui poter guardare a distanza la cultura di origine. Quando è stato il momento di decidere il titolo, Heimat è sembrata, con tutte le sue complesse implicazioni, la parola giusta. In realtà l’editore americano era propenso a usarla, mentre quello tedesco era scettico. Ma la crescita dei movimenti di estrema destra ha provocato un’inversione: l’editore statunitense ha preferito evitare quel termine (scegliendo Belonging, che evoca a livello emozionale la sensazione di appartenenza, tra desiderio e distanza), mentre quello tedesco ha scelto di usarla in contrasto con la sua appropriazione da parte nazionalista, sovranista, neonazista. Per recuperarne, in modo critico, un senso più antico, accogliente e amaro.

Il libro si conclude con la descrizione della colla Uhu: dalla sua origine ironica e poetica – il suo nome significa “gufo reale” – all’uso durante la guerra, fino a divenire il simbolo del fai-da-te. Ma “anche se la Uhu è la colla più forte che esista, non riesce a nascondere le crepe”.