Bernardine Evaristo vince il Booker Prize 2019 per Girl, Woman, Other, ex aequo con la canadese Margaret Atwood, che a sua volta lo ottiene per The Testaments, sequel di The Handmaid’s Tale. Non è notizia da poco. E non solo perché si tratta di due scrittrici la cui adesione alle istanze femministe – se non del tutto esplicita – appare vivida nelle trame delle loro opere. Ma perché in particolare una di loro, Evaristo – scrittrice, poetessa, attrice e teorica –, non soltanto è di origini etniche miste, ma sin dal 1997, anno di pubblicazione del suo primo lavoro, Lara, romanzo semi-autobiografico in prosa poetica, sta riscrivendo, opera dopo opera, l’identità europea.

Non si tratta né di mero revisionismo astorico, né di pacificatorio buonismo multiculturale. Quanto piuttosto di un complesso processo simbolico in grado di assorbire, nelle pagine di opere narrative, l’esito di approfondite ricerche storiche e financo di anticipare scoperte archeologiche. Così, nel raccontare la storia triste e a tratti sarcastica di Zuleika, giovane donna di origini sudanesi che vive la sua adolescenza nella Londinium romana e che viene data in sposa dal padre all’anziano senatore romano che ne decreterà la morte a seguito della relazione con l’imperatore Severo, il suo The Emperor’s Babe (2001) traeva ispirazione dal seminale lavoro di ricostruzione della presenza nera in Gran Bretagna di Peter Fryer, Staying Power (1984). Qui, per la prima volta, tale presenza veniva ricondotta al tempo dell’occupazione romana del territorio britannico, dal momento che già gli eserciti imperiali vedevano tra le loro fila soldati di origine africana. Ma il merito della figura di Zuleika è quello di scardinare l’associazione stereotipica della nerezza con la marginalizzazione sociale: infatti Zuleika vive una condizione di inferiorizzazione non perché nera, ma perché donna. Prima che la morte prematura di Severo la esponga alla vendetta del marito, Zuleika, seppur nelle soffocanti pieghe di relazioni di genere subordinanti, si impone quale donna colta, arguta e ricca. Tanto da essere persino l’amante dell’imperatore.

Certo, sarà un caso, ma nel 2010 gli archeologi, a seguito di sofisticatissimi esami, giungono alla conclusione che la ricca Ivory Bangle Lady – il cui scheletro, rinvenuto nell’area di York nel 1901, risale alla seconda metà del IV secolo – presenta inequivocabili origini nordafricane. Dunque la Britannia romana era abitata anche da africani abbienti ben prima che le popolazioni anglosassoni vi giungessero. Le lettrici e i lettori di The Emperor’s Babe non ne saranno rimasti stupiti: Evaristo lo aveva già scritto nove anni prima.

Nel 2005, con Soul Tourists, l’operazione iconoclasta di riscrittura delle modellizzazioni etnocentriche e omogenizzanti dell’identità nazionale britannica si estende all’intera Europa. Lungo il viaggio in macchina che conduce due cittadini britannici di origini africane, Stanley Williams e Jessie O’Donnell, dall’Inghilterra al Medioriente, Evaristo recupera le tracce della componente culturale africana consapevolmente oscurata nelle autorappresentazioni europee dominanti.

Il distopico Blonde Roots (2008), prima opera interamente in prosa di Evaristo, nel contesto di un immaginifico capovolgimento geografico degli emisferi Nord e Sud del mondo, offre un altrettanto simbolico capovolgimento della storia dello schiavismo, in cui a essere subordinati sono, stavolta, gli inglesi. Ne conseguono commistioni linguistiche in cui la lingua inglese scritta accoglie sonorità delle lingue africane in un circuito rappresentativo le cui microstorie – e quella della protagonista Doris in particolare – appaiono capaci di suggerire la de-essenzializzazione della coppia binaria bianco/nero e l’attribuzione dei tradizionali rapporti di potere tra colonizzati e colonizzatori a mere congiunture storico-politiche.

È a partire dal 2010, con la pubblicazione del romanzo breve Hello Mum (per la serie Quick Reads della Penguin) – in cui sono illustrate le ragioni socio-economiche del fenomeno del knife crime metropolitano e interpellate, tramite la figura dell’adolescente Jerome, le istituzioni spesso acquiescenti – che Evaristo inizia a esplorare soggettività maschili, segno di un’ormai compiuta versatilità artistico-narrativa. Nel successivo Mr Loverman (2013) è delineato il complesso ritratto di Barrington Jedidiah Walzer, originario dell’isola di Antigua, marito di Carmel, padre, nonno e devoto amante del suo Morris. Dipanandosi in una Londra contemporanea, la trama pone sul tappeto l’intreccio di questioni legate all’identità etnica e di genere, rese ancor più problematiche dall’esplorazione delle pulsioni del corpo in età senile.

A distanza di sei anni, passando per la raccolta di racconti tradotti in italiano Dove finisce il mondo, eccoci a Girl, Woman, Other. Ora il cerchio si chiude. Sì, perché il romanzo si ricongiunge idealmente all’opera prima, Lara, sia per il riproporsi delle specificità stilistiche della prosa poetica sia per i motivi contenutistici, che in Girl, Woman, Other però acquisiscono un respiro tale da superare le questioni precipue della formazione identitaria delle soggettività nere in Gran Bretagna (che, invece, informavano Lara). Qui l’eponima protagonista, nata da madre inglese e padre nigeriano e cresciuta a Woolich, nella Londra degli anni Sessanta, diventa veicolo rappresentativo di una complessa identità britannica mixed-race. Il suo retroterra diasporico, consapevolmente abbracciato lungo un viaggio che, ormai da giovane donna, la porta lungo i tre continenti in cui in passato si articolava la tratta degli schiavi, le consente di superare l’iniziale senso di inadeguatezza socio-politica determinato sia dalle pratiche rappresentative esclusivistiche dell’Inghilterra coeva sia dalle sperequazioni di genere attive nelle comunità nigeriane.

Dal canto suo Girl, Woman, Other, nel dipanarsi delle sue dodici storie che richiamano a vario titolo gli stilemi narrativi di The Waves, di Virginia Woolf, così come di Racconti londinesi, di Doris Lessing, costruisce – sullo sfondo del continuo intersecarsi dei piani temporali – una plurivocità prospettica capace di delineare percorsi di formazione identitaria complessi, che a loro volta interrogano le autorappresentazioni dell’Inghilterra contemporanea. Adesso la preoccupazione tematica ineludibile non sembra essere il recupero delle proprie origini interraziali ma l’asserzione della propria distintiva identità all’interno della nazione.

I tempi in cui, nella Londra degli anni Ottanta, Evaristo fondava il Theatre of Black Women sono lontani, ma le storie messe in scena in quei palcoscenici di periferia, in un contesto di teatro sperimentale – perché nero e interamente al femminile (dalla direzione artistica al management) –, contenevano in nuce i profili di un percorso creativo che si è via via configurato come un consapevole progetto politico di trasformazione dell’autopercezione culturale britannica e insieme europea.