Nonostante sia un tema al centro degli studi sociologici sul lavoro degli ultimi anni, non esiste una definizione univoca e comunemente accettata della nozione di precarietà del lavoro. Generalmente, il lavoro precario viene definito per negazione, come quel lavoro che si discosta dal lavoro cosiddetto «standard», caratterizzato da alcuni attributi: tempo pieno, indeterminato e alle dirette dipendenze. Tuttavia, diversi studiosi hanno evidenziato come questa definizione nasconda profili lavorativi segnati da significativa debolezza che, pur caratterizzandosi come «standard» dal punto di vista contrattuale, presentano quegli elementi di incertezza, imprevedibilità, instabilità e rischio per il lavoratore che molta della letteratura ha associato al concetto di precarietà del lavoro (si veda, ad esempio, il contributo di A. Kalleberg, Precarious Work, Insecure Workers: Employment Relations in Transition, «American Sociological Review», 2009, 74 (1), pp. 1-22). Un caso, in tal senso, è costituito dal lavoro prestato all’interno di catene di fornitura di beni e servizi, variamente denominate catene del valore, reti inter-organizzative, filiere, che vedono una compresenza di diverse imprese, giuridicamente autonome, legate fra loro da relazioni contrattuali di appalto, subappalto, fornitura. Raramente, quando si parla di precarietà del lavoro, si nomina questo tipo di lavoro, che rappresenta una sorta di «precarietà invisibile», come «invisibili» si autodefiniscono talvolta gli stessi lavoratori.

Ovviamente, non tutto il lavoro prestato all’interno di questi contesti è precario; eppure dentro i processi di esternalizzazione stanno molti dei settori caratterizzati da condizioni di lavoro precarie, intese come quelle occupazioni in cui si combinano diversi elementi di svantaggio: bassa retribuzione, scarsa sicurezza occupazionale, limitate possibilità di accesso alla formazione e allo sviluppo professionale, debole copertura da parte dei sistemi di protezione sociale, difficoltà di accesso alla rappresentanza sindacale e all’esercizio delle capacità collettive di voice.

 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n. 4/18, pp.561-568, è acquistabile qui]