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Al centro dell’immagine diramata a inizio novembre dall’agenzia Reuters vi è una profuga Rohingya, in fuga dalle persecuzioni birmane, che tenta di attraversare il fiume Naf, al confine tra Myanmar e Bangladesh. In basso a sinistra s’intravede una macchina fotografica appoggiata a terra. E un braccio possente di colore bianco in mezzo a un groviglio di esili braccia scure che tentano di tirare la donna fuori dal fango che sta per inghiottirla. La macchina fotografica e il braccio sono di un fotografo che in quella circostanza ha ritenuto più urgente e utile aiutare la donna, al limite delle sue forze, anziché documentarne la probabile morte. Grazie a una schiera di fotografi e fotografe appassionati e coraggiosi, in questi anni di grandi migrazioni forzate è stato possibile raccontare l’indicibile.

Il piccolo Alan Kurdi riverso senza vita sulla spiaggia, gli orfani nigeriani sopravvissuti al naufragio che si stringono in un abbraccio disperato, il giovane uomo che tenta di mettere in salvo il figlio attraverso il filo spinato sono protagonisti di immagini che sono possenti non solo per il turbamento che trasmettono, ma anche per la qualità dell’inquadratura. Chiamano in causa l’umanità del fotografo, ma anche la sua professionalità. Eppure, ci dice quel braccio che tira fuori la donna, in alcune circostanze essere testimoni del nostro tempo è un compito eticamente molto più complesso, che non riguarda solo il nostro modo di osservare gli avvenimenti e la nostra abilità nel descriverli, ma anche di viverli. 

Lo ha detto molto bene David Grossman riflettendo sull’opera di Primo Levi, in occasione dei settant’anni dalla pubblicazione di Se questo è un uomo (“Robinson – la Repubblica”, 5.11.2017): «È difficile superare l’umanissima tentazione di sbirciare la ferita di un altro. Lanciarle solo un’occhiata, senza esporsi, senza guardarla nuovamente, in modo da non sentirci obbligati a fare qualcosa per il ferito, ad agire in modo concreto[…], ma un profugo, uno sfollato, ha bisogno di uno sguardo completamente diverso[…]. Solo se riusciremo a […] estrapolare dai cliché mediatici del “rifugiato”, del “profugo”, della “povera vittima” il viso dell’uomo che era prima che la sua vita si ribaltasse, comincerà per lui un vero processo di guarigione e di riabilitazione. E se anche altri guarderanno i profughi in questo modo, s’innescherà un’azione più ampia e concreta da parte della società e della Stato».

Per Grossman, dunque, soltanto uno sguardo empatico, consapevolmente lontano da ogni forma di marketing della sofferenza, può generare un’azione sociale e politica in grado di assicurare condizioni di vita sicure e dignitose a chi ha visto incolpevolmente la sua vita “ribaltarsi”. Il fotografo della Reuters, nell’abbandonare per un attimo il suo strumento di lavoro, rende concreta questa possibilità di azione nelle circostanze specifiche in cui esercita il suo mestiere, indicando anche a noi una strada da percorrere. L’esperienza del lager vissuta e descritta da Primo Levi è incommensurabile, ma la violenza e la negazione di ogni umanità, quale portato dei processi di espropriazione e dislocazione in corso, ci impongono di non chiamarci fuori, pensando di aver assolto al nostro compito di intellettuali con la sola azione di documentazione e di denuncia. L’epoca in cui viviamo ci chiede di agire e mettere altri in condizione di agire, in forme individuali e collettive, perché non si debba dire ancora una volta che questo non è un uomo. 

 

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