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A un anno dalla elezione, Trump non sa ancora distinguere politica e puro esercizio di potere
The disrupter
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A pensare male qualche volta ci si azzecca, diceva qualcuno. Forse Trump, annunciando il rispetto della scadenza del 26 ottobre 2017 per la messa a disposizione dei documenti desecretati concernenti l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, sperava di distrarre l’opinione pubblica americana con il ghiotto boccone di uno dei misteri più discussi della storia americana. In nome della trasparenza, infatti, ha autorizzato la pubblicazione di circa 2.800 documenti, in ottemperanza a una legge approvata nel 1992, durante la presidenza di George H.W. Bush, dopo il clamore seguito al film di Oliver Stone, JFK. Come è noto, il film ventilava la tesi secondo la quale l’assassinio del presidente diventato una vera e propria icona nel Novecento fosse il frutto di una vasta cospirazione che coinvolgeva la Cia, l’Fbi e le forze armate.

In realtà, il desiderio di Trump di «togliere il velo», come ha dichiarato, si è dovuto piegare alle esigenze di sicurezza nazionale. «Non ho scelta», ha continuato Trump, il re delle teorie cospirative più fantasiose – dalla nascita kenyota di Obama alle accuse all’ex presidente di aver messo microspie alla Trump Tower, dall’appoggio dato a chi mette in relazione l’uso di vaccini con l’autismo fino a insinuare il dubbio che il giudice della Corte suprema Anthony Scalia non sia deceduto per morte naturale, e così via. I documenti disponibili sul sito dei National Archives per il momento non sembrano però introdurre novità significative. Nuovi dettagli e particolari dovranno essere vagliati dall’indagine storiografica e opportunamente contestualizzati. Certo è che la decisione di Trump di accettare le richieste della Cia e dell'Fbi di rimandare, almeno per il momento, di sei mesi la pubblicazione di altri 300 documenti dà ulteriore alimento a chi si nutre di teorie cospirazioniste e paventa il complotto a scapito del popolo e del suo diritto a conoscere la verità.

Non è però di questo che Trump in queste ore si sta preoccupando. L’attenzione dell’opinione pubblica si è infatti velocemente spostata sul più scottante dossier riguardante le ipotesi di interferenze russe nella campagna elettorale a scapito di Hillary Clinton. Mentre Trump e il Partito repubblicano si apprestavano a sfruttare la notizia secondo la quale i democratici avevano pagato una società, la Fusion Gps, perché mettesse assieme un dossier sui presunti legami fra Russia ed esponenti del comitato elettorale di Trump, è trapelata la notizia che questa società era stata contattata anche dai repubblicani, e in particolare dal sito Washington Free Beacon, finanziato dal miliardario conservatore Paul Singer. In realtà il Washington Free Beacon ha sostenuto che aveva pagato la Fusion Gps per vagliare una serie di candidati, fra i quali Trump, in vista delle elezioni, così come riportato alla House Intelligence Committee. Come se non bastasse, i primi risultati dell’indagine del procuratore speciale Robert Mueller sul Russiagate, che infiammeranno il dibattito politico e causeranno non pochi imbarazzi all’amministrazione nei prossimi giorni, si inseriscono in un clima di virtuale guerra civile.

A un anno di distanza dalle elezioni, la figura di Trump appare sempre più come quella del disrupter. I suoi tweet contro la presunta caccia alle streghe di cui lui sarebbe vittima non possono nascondere una realtà attraversata da divisioni e delegittimazione, sia all’interno della sua stessa amministrazione (con tanto di inviti al vicepresidente Pence di «farla finita» con Trump) sia nel partito che in teoria lo dovrebbe sostenere sul piano legislativo. Il Partito repubblicano è ormai sempre più diviso, come le recenti prese di distanza di due noti senatori hanno evidenziato in modo eclatante. Il senatore Flake, in un editoriale intitolato non casualmente Enough, è arrivato addirittura a richiamare il monito del chief counselor dell’Esercito nei confronti di Joseph McCarthy («You’ve done enough»), vero e proprio colpo di grazia che significò la miserevole uscita di scena del senatore del Wisconsin negli anni Cinquanta. È vero che, come neppure troppo maliziosamente Trump ha osservato, si potrebbe trattare del beau geste di un senatore che, sicuro di non potercela fare, dichiara di abbandonare la politica attiva.

Persino il tanto vituperato George H.W. Bush viene ricordato quasi con nostalgia. In un recente discorso, l'ex presidente ha ricordato i valori di inclusione della tradizione americana, sottolineando come l’identità americana come nazione non sia «determinata dalla geografia, dall’etnicità, dal suolo o dal sangue», bensì dall’adesione ai «grandi ideali e alla responsabilità civica», secondo la grande lezione di Thomas Jefferson. Parole che hanno suscitato consensi a destra e a sinistra, tanto da lasciare perplesso chi, invece, non dimentica le enormi responsabilità della sua amministrazione. In ogni caso, lo stesso chief speechwriter di Bush, Michael Gerson, ha messo in guardia contro l’uso disinvolto di Trump di tacciare come bugie tutto ciò che va contro le sue convinzioni o i suoi atti, fino ad affermare, come ha fatto nei riguardi di un giornalista, «io sono il presidente e tu no». Frase che richiama alla mente quella di Richard Nixon, «tutto ciò che fa il presidente è legale», quintessenza della visione imperiale dell’istituto presidenziale. Come sostiene Gerson – e che lo faccia un conservatore è sintomatico – quando non c’è una valutazione oggettiva del vero e del falso, il concetto di persuasione politica viene meno e ciò che rimane è un conflitto infinito tra «true believers», o meglio un conflitto che si gioca tutto sul piano del potere, con danni irreversibili per il tessuto democratico.

Insomma, è palpabile il malessere serpeggiante all’interno di un partito che deve fare i conti con un elettorato conservatore piuttosto frazionato. Una recente analisi del Pew Research Center ha messo in luce come in realtà vi siano quattro elettorati repubblicani, diversi per composizione sociale, generazionale, geografica e dagli interessi non sempre conciliabili: il nocciolo duro del Partito vuole meno governo, meno tasse e vede con favore il ruolo internazionale americano nell’economia globale; i conservatori dell’America First, più anziani e meno istruiti, hanno una visione pessimista del Paese, preoccupati come sono dalla presenza di immigrati, e ritengono che gli Stati Uniti debbano ridurre drasticamente i loro impegni internazionali; i repubblicani scettici rispetto alla bontà del mercato, sospettosi nei confronti del big business e della politica di libero commercio, sono a favore di un aumento della tassazione nei riguardi dei grandi interessi corporate; infine, i «new era enteprisers», giovani di varie appartenenze etniche e culturali, sostengono il mondo del business e vedono con favore gli immigrati.

Su questioni chiave, come la tassazione, il sistema sanitario, l’immigrazione, il ruolo del governo federale, l’ambiente o i matrimoni same-sex le loro posizioni sono abbastanza diverse. Se per esempio la maggior parte del primo gruppo è a favore di una tassazione più moderata, solo il 24% dei repubblicani «market skeptic» vede con favore l’abbassamento della tassazione per i ceti più ricchi. Ancora più divaricate le posizioni sulla questione ambientale dove 7 «core conservatives» su 10 non credono agli effetti del riscaldamento globale, mentre la metà dei conservatori America First e i due terzi degli appartenenti agli altri due gruppi ritengono che vi siano prove solide e convincenti degli effetti sul clima.

Come tenere assieme una composizione così eterogenea è impresa ardua e, per dirla con Gerson, richiede un uso sapiente della politica, in grado di fare i conti con la realtà complessa di un elettorato che forse ha perso di vista «il centro», ma che nondimeno non può essere intercettato facendo ricorso a una radicalizzazione del linguaggio politico che finisce per approfondire le fratture e le linee di divisione anche all’interno del suo stesso campo di gioco. A un anno dalla sua elezione, Trump deve ancora imparare a distinguere la politica dal puro esercizio di potere. Se non si tengono nella giusta considerazione le costrizioni oggettive, le necessità istituzionali e gli obblighi del ruolo di potenza mondiale, facilmente il potere rischia di trasformarsi nel suo opposto.

 

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