Rivista il mulino

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Alcune considerazioni sul film "L’intrusa"
Poveri che «profumano», poveri che «puzzano»
rubrica
  • Culture

Per una curiosa coincidenza ho visto nello stesso cinema di Bologna, a distanza di qualche anno, entrambi i film di Leonardo Di Costanzo: L’intervallo e L’intrusa. Godendomi il privilegio di non dover ricorrere ai sottotitoli, diversamente dagli spettatori in sala, alla fine della proiezione de L'intrusa mi sono domandata se questi ultimi, avvezzi a una realtà sociale meno complessa e degradata, fossero in grado di comprendere in tutta la sua ampiezza il dilemma morale di Giovanna.

Il dilemma è questo: la protagonista del film, fondatrice e coordinatrice del centro sociale «la Masseria» di Napoli, dove nel pomeriggio trovano accoglienza bambini provenienti da contesti difficili, deve decidere se dare rifugio a Maria, una giovane madre di due bambini che cerca di sottrarsi al controllo della famiglia del marito, boss della camorra in carcere, ma anche ai privilegi che il suo «status» le garantirebbe (il rispetto dei negozianti del quartiere che le fanno credito, l’assegno mensile del «sistema»). Alla propensione di Giovanna ad accogliere la donna per dare una opportunità alla figlia e al neonato – perché non diventi a sua volta un delinquente – si oppongono sia le altre madri, preoccupate per la sicurezza dei figli, sia la direttrice della scuola pubblica con la quale collabora il centro. Il film espone le ragioni dell’uno e dell’altro, e tutte sembrano convincenti.

Ma al suo centro non c’è a mio parere solo un dilemma morale, e neanche una difficile scelta educativa. Vi è più in generale una questione di giustizia sociale: in una situazione di risorse scarse, di una coperta così corta da sembrare a volte un fazzoletto, occorre ascoltare le ragioni dei poveri che «profumano» (secondo la bella definizione di Andrea Morniroli), vale a dire i poveri che sono in grado di cogliere le opportunità che vengono loro offerte e di intravedere un percorso di uscita dalla povertà, almeno per i propri figli, o sostenere i poveri che «puzzano», quelli più problematici, attraverso i quali è possibile togliere terreno alla camorra, ma per i quali più alti sono i rischi di insuccesso?

Nel film si dà voce ai dolori, alle preoccupazioni quotidiane, alle speranze e ai momenti di gioia dei primi, parte di un’area grigia al confine tra il male che avanza, incarnata dagli eroi negativi di Gomorra, e il bene che resiste e a volte soccombe: i parroci di frontiera, i campioni dello sport, le vittime innocenti della camorra. Ma esso ci ricorda che accanto a coloro che, con grandi difficoltà personali, cercano di attuare forme di resistenza e di trovare margini di sopravvivenza, vi sono quelli ai quali il destino sociale non lascia vie di scampo, come l’inconsapevole neonato sul quale, nonostante la lontananza imposta dalla carcerazione, già incombe la figura paterna, o la piccola e fiera Rita con il suo bisogno e le sue difficoltà di accettazione nel gruppo.

Sul film sono usciti molti commenti interessanti (per tutti si veda l’articolo di Marco Rossi-Doria su “la Repubblica” del 6 ottobre). Ma c’è un aspetto a mio parere non a sufficienza sottolineato. Pur essendo un racconto corale, esso ha un forte sguardo di genere. Non a caso è una donna la protagonista, la cui durezza che fa da argine a emozioni contrastanti ben si riflette nel volto di Raffaella Giordano. Così come lo è Maria, l’intrusa, spavalda per nascondere la solitudine della sua condizione di madre sola, che intravede per un momento una possibilità di riscatto per la figlia, ma che poi non riesce a cogliere per l’ostilità delle altre madri e per l’assenza della necessaria autonomia economica. E donna è anche l’operatrice che affianca Giovanna, che a un certo punto cessa di condividerne le scelte; così come la nonna che si prende cura della nipote, testimone involontaria dell’omicidio commesso proprio dal padre dei due bambini che Giovanna vorrebbe accogliere.

Non è un caso che siano tutte donne. Sono loro infatti che si fanno carico della riproduzione quotidiana in assenza di mariti finiti precocemente in carcere, disoccupati, con malattie croniche o temporaneamente emigrati. E sono loro a mantenere viva la «capacità di aspirare», di intravedere per i loro figli e nipoti un futuro diverso.

Come il precedente L’intervallo, anche questo film lascia intravedere una possibilità di cambiamento che non si compie nella sua pienezza, dal momento che esso non può basarsi solo sulla dedizione competente delle tante Giovanna che agiscono sul territorio, ma va sostenuto con risorse pubbliche in grado di dare continuità agli interventi. Esso sembra anche suggerire che tale cambiamento deve far leva su chi ha già risorse da mobilitare, che chiedono solo di essere attivate, ma non può esimersi dal coinvolgere anche chi richiede tempi più lunghi, i poveri che ci piacciono di meno perché ci pongono di fronte a scelte difficili.

 

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