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L'impasse catalana / 4
Se la Catalogna fosse il Québec
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Il terreno della politica è in buona misura il terreno della negoziazione e della deliberazione, alla ricerca di accordi che permettano l’implementazione pacifica di politiche accettabili per tutti. Un terreno che nelle democrazie costituzionali è delimitato da restrizioni al fine di proteggere i diritti individuali e lo Stato di diritto. Il voto ha un senso in questo contesto: è un modo per decantare le opinioni affinché queste possano essere, in principio, accettabili per tutti.

A nostro avviso il governo spagnolo ha un dovere fondamentale (e costituzionale, secondo il parere consultivo della Corte Suprema del Canada: Reference Re Secession of Québec [1998] 2 S.C.R.): negoziare in buona fede la volontà chiaramente espressa dalla maggioranza del Parlamento della Catalogna. Questo ha le sue radici negli eventi della Spagna degli ultimi anni. Le prime iniziative attorno alla riforma dello Statuto catalano del 1979 coincisero con la sconfitta inattesa del Partido popular (Pp) alle elezioni del 2004 (tre giorni dopo il tragico attentato terrorista di Madrid). Quando nel 2005 il progetto di riforma dello Statuto fu approvato nel Parlamento della Catalogna e in seguito approvato, dopo alcuni cambiamenti di rilievo, dalle Corti Generali, il Pp diede inizio in tutta la Spagna a una campagna contro quella riforma, raccogliendo firme contro di essa. E comportandosi dunque in maniera irresponsabile. In seguito fece pressione sulla Corte costituzionale; la quale, nel 2010, dichiarò incostituzionali alcuni articoli dello Statuto che era stato rettificato, con un referendum, dall’elettorato catalano nel 2006 (STC 31/2010, de 28 junio).

La mancanza di buona fede da parte del governo spagnolo in queste circostanze è dimostrata dal fatto che lo stesso Pp appoggiò in altre Comunità autonome l’inclusione nei loro Statuti (Costituzioni regionali) di articoli contro i quali il partito aveva fatto ricorso nel caso dello Statuto catalano; alcuni dei quali, cosa ancora più assurda, erano stati dichiarati incostituzionali nel caso della Catalogna.

Quando la proposta di tenere un referendum sull’indipendenza della Catalogna prese piede nello spazio politico catalano, il Pp, al governo dalla fine del 2011, non aprì nessuno spazio per la negoziazione con il governo e il Parlamento della Catalogna. Ciò avveniva nel contesto di una durissima crisi economica che destabilizzava la società spagnola e quella catalana. Nelle elezioni del 2015 – che i partiti a favore della secessione presentavano come un sostituto al plebiscito e nelle quali fecero campagna a favore dell’indipendenza e con un piano di attuazione che contemplava un referendum unilaterale e vincolante – la legge elettorale fece sì che i partiti indipendentisti si assicurarono la maggioranza dei seggi nel Parlamento catalano (72 su 135), nonostante non avessero ottenuto il 50% dei voti. Ma anche a questo punto il governo spagnolo rimase indisponibile a negoziare con gli indipendentisti, convinto che non avrebbero corso il rischio di un referendum che non godeva di protezione legale in Spagna. La via della negoziazione è stata trascurata anche quando, poco prima della scorsa estate, il governo catalano ha annunciato che il referendum si sarebbe tenuto l’1 ottobre.

Il 6 e 7 settembre il Parlamento catalano ha approvato, rispettivamente, la legge del referendum di indipendenza e la legge di transizione legale fondativa della Repubblica Catalana. Sono queste le leggi che regolavano la chiamata al referendum e la eventuale transizione all’indipendenza. Queste due leggi sono state approvate in modo illegale, danneggiando in maniera grave le regole della Camera e senza competenze per poterlo fare: durante sessioni nel cui ordine nel giorno non apparivano, ignorando l’opinione dei consiglieri del Parlament, senza attendere il parere obbligatorio del Consell de Garanties Estatutàries, e con la pretesa che il referendum avesse, in maniera unilaterale, un carattere vincolante. E le leggi stesse erano ovviamente e presumibilmente incostituzionali, dato che creavano una legalità catalana proto-costituzionale parallela alla costituzione spagnola. La Corte costituzionale spagnola, su richiesta di un ricorso presentato dal Pp, ha sospeso temporalmente la vigenza di queste leggi (la decisione del governo è in vigore per cinque mesi, quando subentra una decisione della stessa Corte). In questo modo il governo e il Parlamento della Catalogna si allontanavano irrimediabilmente dalla dottrina della Corte suprema del Canada.

Così come si era impegnato a fare e così come richiedevano le leggi sospese, il governo catalano ha portato avanti il referendum dell’1 ottobre, benché in maniera clandestina, per sottrarsi al controllo dello Stato spagnolo. Migliaia di indipendentisti organizzati hanno partecipato volontariamente all’organizzazione del referendum, ad esempio nascondendo per giorni le urne che sarebbero servite a raccogliere i voti e occupando i collegi elettorali dal venerdì prima del voto in modo da impedire alla polizia di recintarli e renderli inutilizzabili. Poi, l’1 ottobre, è successo quello che tutto il mondo sa. Nemmeno a questo punto il governo spagnolo ha pensato che fosse necessario intavolare negoziazioni con gli indipendentisti in modo da metter fine all’esclation delle ostilità.

Se prendiamo a riferimento la dottrina esposta dalla Corte suprema del Canada a proposito del Québec, il governo spagnolo ha trascurato i suoi doveri costituzionali di negoziare in buona fede con il governo della Generalitat per cercare una soluzione al problema catalano. Dal canto loro il governo catalano e la maggioranza indipendentista del Parlamento hanno ignorato che in una democrazia costituzionale la legge agisce come mediatore della politica e costituisce lo scudo delle libertà cittadine davanti all’arbitrarietà del potere. Il governo catalano ha deciso di esercitare il potere in un modo arbitrario e ha intrapreso una strada unilaterale e inammissibile verso l’indipendenza. Restando al caso canadese, nemmeno “con una maggioranza chiara su una domanda chiara” (citiamo dalla sentenza) la provincia del Quebec avrebbe il diritto unilaterale all’indipendenza, a prescindere dal governo federale e dalle altre province, ignorando i precetti della costituzione canadese e delle regole di approvazione per via parlamentare. Ma questa unilateralità illegale e illegittima da parte del governo non giustifica la reazione dei poteri spagnoli, e in particolare l’uso non proporzionale della violenza delle forze dell’ordine contro persone indifese e pacifiche.

Se oggi, 10 ottobre, il Parlamento catalano dichiarerà l’indipendenza della Catalogna appoggiandosi al risultato del referendum dell’1 ottobre, il governo spagnolo non potrà fare altro che utilizzare strumenti della legge per evitare gli effetti di tale dichiarazione, molto probabilmente applicando l’articolo 155 della Costituzione spagnola, che permette al governo di sospendere l’autonomia di una Comunità autonoma quando questa non adempia ai suoi obblighi costituzionali o agisca in maniera grave contro l’interesse generale. È molto probabile che gli indipendentisti, o alcuni di loro, cerchino di evitare la sospensione dell’autonomia o si mobilizzino in protesta. Non possiamo scartare la possibilità che si verifichino episodi di violenza grave e generalizzati. Sappiamo tutti che l’intensificazione di un conflitto di questo tipo è estremamente pericolosa e fare previsioni chiare riguardo alle azioni alle quali le parti coinvolte sarebbero disposte ad arrivare è impossibile. Meglio non pensare a quale potrebbe essere lo scenario al quale potremmo trovarci di fronte tra qualche settimana.

Sono queste le ragioni per le quali da più parti (in particolare ci preme segnalare questo appello sostenuto da diversi accademici) giungono inviti al dialogo, affinché le parti coinvolte trovino una soluzione che ripristini la concordia, raggiunta in Spagna solo nel 1978 ed ora messa ancora una volta a repentaglio.

 

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