Rivista il mulino

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Dal numero 4/2017
Un ricordo di Gigi Pedrazzi
rubrica
  • Memoria /memorie

Luigi Pedrazzi lascia un segno profondo, una traccia indelebile di una vita straordinariamente generosa. Generosità, ironia, dialogo e leggerezza fondati su un impegno intellettuale, morale, civile e religioso di altissimo livello e straordinaria profondità: in queste caratteristiche si riassume non solo la vita pubblica ma tutto il tragitto umano di Luigi Pedrazzi, per tutti noi, semplicemente, Gigi.

Gigi non si è mai sottratto al confronto, che ha voluto sempre leale e aperto. Non ha mai lesinato a nessuno (nemmeno a chi chiaramente lo avrebbe poi tradito) il suo aiuto e il suo sostegno umano. Ha donato se stesso materialmente, intellettualmente e spiritualmente con una disponibilità straordinaria e unica nei confronti di tutti. La sua generosità è stata libera dal limite dettato dalle convenienze.

La vita pubblica di Gigi ha inizio con la partecipazione alla fondazione della rivista «il Mulino». Correva l’anno 1951 e Gigi era tra i fondatori della rivista da cui in seguito sorsero l’Istituto Cattaneo e, tre anni dopo la rivista, la stessa società editrice che deve la sua esistenza, per una grande parte, proprio alla sua generosità. Nel 1964 infatti investì per salvare il Mulino gran parte dell’eredità ricevuta dallo zio Emilio. Quando gli chiesero come mai lo avesse fatto, semplicemente rispose: «non avevo bisogno di quel denaro visto che mia moglie ed io avevamo uno stipendio con cui mandare avanti la famiglia».

Assieme a quel gruppo di giovani amici diplomati al Liceo Galvani – lui è l’ultimo ad averci lasciato – Gigi diede avvio alle attività del Mulino che, nel corso degli anni, hanno rappresentato quel legame culturale tra la casa editrice e la città che ha così fortemente caratterizzato la vita sociale e politica – non solo di Bologna, ma di tutto il Paese.

Ed è proprio Pedrazzi che ce lo spiega, in una intervista di soli tre anni fa: «Si facevano scelte culturali e quindi politiche senza badare ai propri interessi, privati o accademici». È in queste parole il senso forse più autentico e che meglio spiega ciò che fu l’esperienza innovatrice per quegli anni nel Mulino: un luogo dove era possibile avere, al di là delle personali appartenenze, un confronto continuo e aperto, non dettato dagli interessi personali, ma indirizzato alla crescita del dibattito culturale e alla comprensione dei problemi. Non chiuso entro i limiti della città o i confini nazionali, ma orientato a una visione internazionale, fermo restando che una iniziativa come quella, che ancora vive, non poteva che nascere a Bologna. Ed è sempre Gigi che lo spiega: «Il dopoguerra fu il nostro Sessantotto: eravamo post fascisti e ci buttammo alla scoperta del nuovo mondo, oltre Croce e oltre Gramsci […] Togliatti ci guardava con curiosità. Eravamo cattolici ma non democristiani, laici ma non laicisti, aspramente critici dell’Unione Sovietica ma non anticomunisti. Uno strano soggetto, che per giunta attingeva ai finanziamenti americani. I comunisti malignavano, ma noi con quei soldi traducevamo testi importanti della sociologia e della politologia anglosassone, ancora debolissime nella nostra cultura. Il catalogo includeva anche scelte europee: da Hirschman a Schlesinger, da Aron a Morin […] La vocazione internazionale fa parte della storia di Bologna. Abbiamo l’università più antica d’Europa».

È questo l’ambiente culturale e politico che caratterizzò tutta l’esperienza di Gigi, dove il confronto era libero, a volte duro, ma sempre franco, dove era radicato e maturato in profondità il concetto di laicità: come ce lo racconta lui stesso, con quel suo tratto efficacissimo e mai privo di ironia: «L’idea era che ci potessero essere grani diversi, la semola e la farina bianca, una pluralità di semi che restituiva anche la dialettica del nostro gruppo tra cattolici, liberali e socialisti».

È da quel gruppo che Giuseppe Dossetti lo scelse, nel 1956, per la sua campagna elettorale dagli esiti chiari fin dall’inizio: «Noi perderemo», aveva detto infatti Dossetti a Pedrazzi. Ma a Gigi non importava avere la vittoria, a lui interessava di più partecipare a quel progetto politico che si proponeva di «scuotere l’immobilismo conservatore» della città e, come lo stesso Pedrazzi ricordava con una certa ironia, quella era una sfida lanciata a livello «planetario» e locale per la pace e la collaborazione, un campagna che «determinò un’evoluzione maggiore all’interno dei comunisti bolognesi verso il riformismo e verso l’eurocomunismo che non una maturazione della Democrazia Cristiana». E nonostante la sconfitta elettorale quel metodo di confronto e discussione, anche acerba e durissima a volte che aveva fatto scuola dentro al Mulino, divenne il metodo di una città che si distinse, anche grazie alla presenza della sua università e della favorevole congiuntura economica, per progettualità, partecipazione, dialogo con gli avversari politici dettato e ispirato dalla necessità di far crescere e progredire la città e le sue istituzioni.

Gigi ha partecipato sempre a questo scambio dialettico con la nostra città, fino alla fine della sua lunga e generosa vita. Non rinunciò nemmeno quando, negli anni Settanta, tutto si era ridotto a scontro dettato da un radicalismo estremo che impediva la costruzione di un qualsiasi progetto concreto. È di quegli anni infatti l’esperienza editoriale de «il foglio», cui diede vita, assieme a Ermanno Gorrieri, con l’obiettivo di coinvolgere soprattutto i giovani in un dibattito attivo, proiettato alla risoluzione delle nuove istanze politiche e sociali, capace di far superare l’ondata di comportamenti intransigenti che aveva travolto la città. Sebbene quegli anni siano stati molto difficili per la sua esperienza politica, lo ritroviamo attivo e protagonista con la Giunta comunale retta dal sindaco Walter Vitali dal 1990 al 1995. Fu una esperienza complessa per un uomo come Gigi che era cristiano e democratico, non democristiano di partito ma mai anti democristiano. Un uomo contrario al comunismo ma, come pochi, attento e rispettoso dei comunisti fino a collaborare con loro per quello che riteneva il bene comune. Quella fu una esperienza che potremmo definire una sorta di preparazione all’Ulivo che Gigi ha per molti anni condiviso con il movimento dei cattolici democratici e che lo ha portato ad esserne uno tra i primi sostenitori fino ad auto definirsi, con giustizia e sapiente ironia, «l’ulivocultore bolognese». Questo era il suo terreno: il terreno del confronto libero, senza pregiudizi, non finalizzato alla ricerca di un interesse personale o del consenso, ma alla risoluzione dei problemi nella consapevolezza dell’ambito culturale cui si fa riferimento e nel rispetto dei principi perno della propria vita.

Gigi era un uomo di fede profonda e non possiamo non ricordarne la dimensione religiosa. Il Concilio Vaticano II, nel quale la Chiesa di Bologna ebbe un ruolo fondamentale grazie a Dossetti e Lercaro, ha rappresentato sempre il suo punto di riferimento. Ne colse fin da subito la straordinaria portata rinnovatrice che sembrava indicare, finalmente, il necessario superamento delle rigide contrapposizioni figlie di un tempo che non ci apparteneva più e ormai distanti dalla società di quegli anni. Era così fortemente legato a quella esperienza da aver dedicato molta della sua attività nel fare rivivere, in modo approfondito e analitico, la lunga esperienza conciliare e tanto da decidere di condividere in Rete le giornate del Concilio.

Gigi è stato un amico, una presenza costante nella mia vita. Gli sono grato per i consigli, gli ammonimenti, per l’affetto e la libertà con cui ha condotto la nostra amicizia, per la trasparenza dei comportamenti, per la lealtà dei suggerimenti. Gli sono grato per la sua amicizia. Credo dovremmo essergli tutti grati per la parabola che ha saputo, con tenacia e serenità assieme, disegnare con la sua straordinaria vita.