Rivista il mulino

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Dal numero 4/2017
Fine vita: il diritto all’autodeterminazione
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Le cronache recenti si interessano sempre più spesso a vicende che riguardano il fine vita. In Italia ha avuto molta risonanza il caso di dj Fabo, subito seguito da quello di Davide Trentini. Ma il tema non ha attirato l’attenzione del pubblico e del mondo politico solo in Italia. Nel settembre del 2015, ad esempio, la Camera dei Comuni britannica aveva rigettato un disegno di legge che avrebbe permesso alle persone affette da malattia terminale di ottenere la prescrizione di una dose letale di farmaci da assumere per suicidarsi. Nello stesso mese di settembre 2015, al contrario, il Senato della California approvava l’End of Life Option Act, una legge in larga parte simile a quella respinta da Westminster che rende non più punibile, a determinate condizioni, chi assista una persona malata nel suicidio. Ed è del giugno del 2016 l’approvazione in Canada della legge con cui, sempre a ben definite condizioni, non è più reato assistere nel suicidio un malato in gravi condizioni.

Il Parlamento italiano, ben lontano dal discutere il tema del suicidio assistito, è invece ancora impegnato nella discussione di un testo di legge su temi come il consenso informato, il rifiuto dei trattamenti sanitari e le dichiarazioni anticipate di trattamento; temi che nella maggior parte degli altri ordinamenti sono ormai scontati e talvolta superati.

L’indagine comparata sul diritto che disciplina le fasi finali della vita dimostra come in nessun ordinamento contemporaneo, compresi quelli rientranti all’interno della forma di Stato di derivazione liberale, l’individuo sia riconosciuto quale padrone assoluto e incondizionato della propria esistenza e del proprio destino biologico. Allo stesso tempo, d’altro canto, la totalità dei sistemi prevede un qualche margine di autodeterminazione anche nella fase terminale della vita. In questi termini, tutti gli Stati si collocano da qualche parte all’interno dello scarto esistente fra una tipologia astratta che potremmo chiamare totalmente aperta (in cui l’individuo avrebbe un diritto illimitato di gestire la propria morte) e un’altra che potremmo chiamare totalmente chiusa (in cui alla persona sarebbe tolto ogni margine di scelta in riferimento al compimento della propria esistenza). Le esperienze contemporanee possono quindi inserirsi all’interno di modelli tendenziali, di segno aperto o chiuso, tutti connotati da un bilanciamento fra la dimensione della libertà e quella dell’imposizione.

 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n. 4/17, pp. 597-604, è acquistabile qui]