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Sui finanziamenti alla ricerca
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Il confronto recente su queste pagine a proposito del finanziamento alla ricerca universitaria tramite i “dipartimenti di eccellenza” tra un suo critico, Gianfranco Viesti, e i suoi sostenitori, il consigliere economico di Palazzo Chigi Marco Leonardi e Gabriele Bottino e i commissari Anvur Daniele Checchi e Raffaella Rumiati, è di grande interesse. Vien quasi da dar ragione un po’ a tutti: che la Vqr, con tutte le sue manchevolezze, sia l’unico strumento per valutare massivamente la ricerca è, in fin dei conti, vero; e che la comparsa nella Legge di stabilità 2016 di un finanziamento ulteriore al sistema universitario tramite i dipartimenti e non gli atenei rappresenti qualcosa di potenzialmente rivoluzionario, altrettanto. Le riserve sollevate da Viesti sull’algoritmo utilizzato per classificare i dipartimenti del sistema nazionale, d’altra parte, sono ormai confermate da diverse evidenze: comparare su una stessa scala settori scientifici che hanno performance di ricerca diverse se non opposte è potenzialmente distorsivo.

Per comprendere se si tratta di un provvedimento destinato a cambiare il sistema del finanziamento della ricerca accademica o solamente un pannicello caldo per un malato grave, bisogna però passare dalla politica alla pratica, e considerare, sulla base della circolare ministeriale uscita l’11 luglio scorso, come i fondi potranno essere spesi. Le sorprese non sono poche.

Gli importi considerevoli che i dipartimenti di eccellenza si troveranno in tasca, cioè 1,3 milioni in media all’anno per i prossimi cinque anni (sempre che le prossime finanziarie non cambino idea), dovranno essere spesi per non meno del 50% e per non più del 70% in personale a tempo indeterminato. È poco? È tanto? È impossibile dirlo senza tener conto che, sulla base di un decreto legislativo del 2012, ogni docente assunto su fondi esterni a quelli che lo Stato corrisponde annualmente a ogni sede deve avere lo stipendio lordo pagato per 15 anni. Così, specifica la circolare, un professore, magari in un settore dove sei scoperto o vuoi indirizzare la tua ricerca dipartimentale, giunge a “costare” tra 1,2 e 1,7 milioni.

Questa norma avrebbe un senso se i nuovi reclutati provenissero dall’esterno del sistema universitario, perché servirebbe a evitare futuri indebitamenti degli atenei. Ma al 90% (e oltre) si tratterà di uno scambio di docenti tra atenei: quanti docenti ordinari di Politica economica, Filologia medievale o Fisica quantistica lavorano al di fuori dell’università? E perché paragonare questo finanziamento straordinario (fatto con soldi dello Stato) al finanziamento di un qualsiasi ente finanziatore privato?

Considerando che i fondi vanno a organismi piccoli (tra 50 e 150 persone circa), i quali devono certificare fino all’ultimo spillo, era auspicabile che fosse lasciata grande autonomia di impiego (dietro grande severità di rendicontazione). Invece la circolare fissa che il 25% della somma spettante dovrà andare in personale a tempo indeterminato esterno alla sede universitaria in questione, il 25% in ricercatori (i cosiddetti RTDb), che quindi un rimanente 20% potrà essere utilizzato per assunzioni di personale tecnico-amministrativo o per gli scorrimenti di carriera. Insomma, i consueti, infiniti paletti che un’amministrazione centrale sospettosa piazza per evitare che i monelli di periferia non sperperino la mancia settimanale. Quando, come Paese, riusciremo a crescere un po’?

La questione del 25% del budget da spendere per docenti e ricercatori esterni alla sede e per i più giovani è rivelatrice. Tocca alcuni dei problemi più scottanti dell’università di oggi ai quali si può qui solo accennare: la scarsa mobilità del personale docente e ricercatore che assunto in una sede vi si trova bloccato a vita; la mancanza di ricambio nel corpo docente che a causa dei noti blocchi del turn over è ormai uno dei più ridotti e vecchi della Ue e dell’Ocse; la condizione di migliaia e migliaia di docenti e ricercatori che hanno avuto l’Abilitazione scientifica nazionale ma non hanno potuto prendere servizio con la qualifica superiore. Considerando che al massimo ognuno dei dipartimenti eccellenti potrà reclutare 1-2 docenti esterni e 2-3 ricercatori, la cospicua somma complessiva messa in campo (1,35 miliardi in 5 anni) sarà impiegata per il 50-70% per spostare di sede, magari dando loro una qualifica superiore, 2-300 professori e 3-400 ricercatori. Insomma, una gigantesca partita di giro: io Stato ti dò i soldi per assumere come ordinario a Castelrotto un associato che stava all’Università di Marina Bella (e che pagavo già), e per assumere a Prato Grande due ricercatori di tipo b che pagavo all’Ateneo di Monte Sacro dove erano ricercatori di tipo a. Non era più serio finanziare con gli stessi soldi un piano di mobilità dei docenti e un piano straordinario per ricercatori di tipo b?

Conclusioni. Per una quota del 50-70% il finanziamento dei Dipartimenti di eccellenza si risolverà nello spostamento di ricercatori e docenti da dipartimenti “non eccellenti” (secondo i criteri usati) a dipartimenti “eccellenti”. Cioè nell’ennesimo drenaggio di risorse umane dalle sedi medio-piccole alle sedi grandi del (Centro)Nord. Il vero focus della politica accademica italiana degli ultimi 15 anni, portato avanti da varie classi dirigenti politiche senza tuttavia l’avvallo di una discussione nazionale aperta e condivisa e/o di una scelta parlamentare.

Il nuovo finanziamento dei “dipartimenti di eccellenza”, assieme ai vari piani straordinari per le assunzioni che si sono succeduti dal 2011 a oggi, comprovano che il sistema di reclutamento iniziale degli accademici disegnato dalla Gelmini non è in grado di autoreggersi e di alimentare il ricambio generazionale dell’università. Insomma, non funziona. Né funziona il sistema delle Abilitazioni nazionali aperte, che creano frustrazione e avversione alla didattica e alla ricerca. Urge prendere dei correttivi seri e strutturali: ma abbiamo una classe politica in grado di mettere mano alla questione?

Infine, per non gettare via con l’acqua sporca anche il bambino, va segnalato che il 30-50% della somma stanziata per il finanziamento dei dipartimenti di eccellenza – tra gli 80 e i 135 milioni – porta in effetti risorse nuove al sistema. Risorse irrisorie (tra l’1 e il 2% in più di quanto lo Stato spende) ma pur sempre qualcosa: soprattutto se, come è stato assicurato, si tratterà costantemente di risorse aggiuntive. Vogliamo crederci.