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Miguel Abensour
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Fine dell’utopia: è questo il felice titolo che Robert Maggiori, su «Libération», riserva al ricordo di Miguel Abensour, morto il 22 aprile scorso in una Parigi troppo distratta e assorbita dal primo turno delle elezioni presidenziali.

Presidente decano del Collège International de Philosophie, professore emerito di Filosofia politica all’Université Paris VII-Denis Diderot, direttore dal 1974 della prestigiosa collana Payot intitolata Critique de la politique, Miguel Abensour ha dato forma al paesaggio filosofico degli ultimi cinquant’anni: con Payot ha permesso ai francesi (e non) di riscoprire la Scuola di Francoforte e le filosofie dell’utopia, Horkheimer e Adorno, ma anche Bloch e Habermas, Strauss e Simmel, Benjamin e Arendt, in una parola, alcuni tra gli autori più significativi della teoria politica del ventesimo secolo.

Lo spazio della riflessione politica di Abensour si apre con la questione fondamentale sollevata da La Boétie nel Discorso sulla schiavitù volontaria: come è possibile che gli individui combattano per la loro schiavitù come se si trattasse della loro salvezza? Ciò che La Boétie inaugura, e di cui Abensour riprende le fila, è una critica politica del dominio. Cosa succede quando il desiderio di libertà si trasforma nel suo contrario? Con quali modi e quali metodi è più opportuno condurre un’analisi del complesso legame tra il desiderio di rivolta e la volontà di servire? Alla critica del potere e delle pratiche di dominio, intesa anche come critica pratica della ragione politica, Abensour era peraltro arrivato ben prima di ripubblicare La Boétie: dai tempi del progetto di un marxismo «senza scuola», con l'organizzazione Socialisme ou barbarie, nata alla fine degli anni Cinquanta in opposizione al trotszkismo imperante, fino alla rivista «Libre», fondata nel 1977 insieme a Pierre Clastres, agli articoli su «Textures» o sulla più giovane «Tumultes», con libertà di toni, cura della critica, rispettosa distanza dagli autori, ma senza deferenza, né compiacenza, Abensour riuscì sempre a mantenere quel doppio binario di analisi critica dell’idea di dominio, e pensiero, riflessione sull’idea di emancipazione.

In questo senso, Miguel Abensour è forse l’esempio più illuminante di come la passione politica si possa talvolta virtuosamente combinare con il rigore analitico più severo, e si può dire che per tutta la vita abbia lottato per difendere un modello di filosofia politica che fosse davvero sociale. Penso si possa dire di Abensour ciò che lui stesso diceva di Pierre Leroux, e cioè che il filosofo ha il compito di interpretare il destino degli individui nella misura in cui non sono semplici individui ma membri di una pluralità di comunità concrete, e di una comunità invisibile, che si identifica sempre con l’umanità intera.

Occorre, per Abensour, aprire un nuovo ambito di riflessione in cui il politico possa e debba essere concepito – sulla scia della sua riflessione su Machiavelli – in rapporto con la lefortiana divisione originaria del sociale. Ogni collettività umana si ordina e si costruisce a partire da una prima divisione: quella che il desiderio manifesta al meglio, il desiderio dei grandi di comandare e di opprimere, il desiderio del popolo di non essere né comandato né oppresso, in altri termini, il desiderio di libertà. Attraverso questa esposizione al conflitto, il politico e la filosofia politica diventano una presa di posizione nei confronti della divisione: «È nell’analisi del rapporto che una società stabilisce rispetto alla propria esistenza (alla prova, cioè, della divisione) che la sua struttura politica diventa intelligibile» («Textures», 1971, n. 2-3, pp. 8-9).

Secondo Abensour esiste una sorta di «indeterminatezza della democrazia in rapporto ai suoi fondamenti» (cfr. La Démocratie contre l’État. Marx et le moment machiavélien, PUF, 1997): dal momento che non c’è un riferimento ultimo a partire dal quale l’ordine sociale possa essere concepito o stabilito, questo ordine sociale è costantemente in cerca di fondamenti, di una sua legittimità, ed è nella contestazione o nella rivendicazione di coloro che sono esclusi dai benefici della democrazia che quest’ultima trova, e sempre troverà, la sua spinta più efficace.

Ma rinunciare a dispositivi metafisici non significa rinunciare a istanze normative, come amava ripetere spesso: Abensour trovò la sua ispirazione normativa nell’utopia, e nel progetto utopico colto in due dei suoi momenti più rappresentativi, l’utopia di Tommaso Moro e quella di Walter Benjamin. Nell’economia della condizione umana, tra il sistematico deprezzamento e l’esaltazione acritica, per Abensour l’utopia, intesa come la migliore rappresentazione e forma dell’alterità, è qualcosa che rinasce incessantemente, e la sua permanenza è un elemento cruciale per gettar luci sul mondo della politica, e non per allontanarsi da esso. E il lavoro della filosofia nel campo dell’utopia deve essere sempre quello di saper preservare un senso della complessità, senza mai cedere all’illusione del controllo. Se negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso la filosofia politica sembrava offrire un luogo effettivo di resistenza, Abensour criticò aspramente la tendenza della filosofia politica più recente alla «normalizzazione», e le tentazioni professionalizzanti di una disciplina che banalizzava sempre più l’idea di conflitto, di disaccordo, di antagonismo, andando invece alla ricerca di effimere identità politiche e/o culturali.

Miguel Abensour è stato una figura complessa, e il suo impegno teorico, spesso polemico, traduce al meglio la felice espressione di Merleau-Ponty, secondo il quale quello che dobbiamo fare, quando facciamo (teoria) politica, è «trasformare la nostra libertà di pensare in libertà di comprendere».

La politica era per Abensour un bisogno dell’umanità, e la filosofia politica era figlia di questo bisogno. Ma la riscoperta della politica era anche, sempre, inseparabile da una critica della politica. Il richiamo alla libertà di Abensour, sempre al confine tra discipline diverse, corrisponde al richiamo di uno spirito politically minded, con la costante esigenza del ritorno della filosofia alle «cose politiche stesse». Una filosofia politica «attuale», come la definirebbe oggi Salvatore Veca, la quale intende l’idea di potere come capacità di iniziativa, e non come titolarità di un ruolo o di un’autorità per disporre delle sorti altrui. E richiama anche a un’idea di politica che è dimensione esistenziale, attraversa ogni forma di attività ed esperienza, non è semplice tecnica di governo, ma – anche – arte e piacere di essere liberi. Perché «la libertà, riservata ai partigiani del governo, ai soli membri di un unico partito – siano pure numerosi quanto si vuole – non è libertà. La libertà è sempre soltanto la libertà di colui che pensa diversamente. Non in virtù di un fanatismo della giustizia, ma perché tutto ciò che la libertà comporta di istruttivo, di benefico e di illuminante dipende da quel principio, e cessa di essere efficace nel momento in cui la libertà diventa un privilegio» (Rosa Luxemburg, Opere, 1918).