Rivista il mulino

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Dal numero 2/2017
Post-global
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Il presidente non aveva più il volto corrucciato della cerimonia d’insediamento e i modi erano tornati quelli improntati a una spigliata cordialità, propri di un tycoon abituato a muoversi in scioltezza sui tavoli dove si negoziano grandi interessi economici: questa l’impressione che, studiatamente, dovevano indurre le fotografie diffuse dalla Casa Bianca dell’incontro del 24 gennaio 2017 tra Donald Trump e i capi delle tre case automobilistiche che hanno le loro radici in America (General Motors, Ford, Fiat Chrysler). Le immagini ritraevano il presidente degli Stati Uniti perfettamente a suo agio seduto tra Mary Barra, la responsabile di Gm (l’impresa a stelle e strisce per eccellenza), e Sergio Marchionne di Fiat Chrysler, che nemmeno in quell’occasione aveva rinunciato all’immancabile pullover scuro. Le facce apparivano distese, a indicare che si trattava di un appuntamento fissato apposta per uscirne con una soluzione conveniente per tutti, nell’intento di rifare dell’America il centro del sistema dell’auto.

D’altronde, quello è il terreno dove Trump ha scelto di giocare una partita fondamentale, a dimostrazione che la sua strategia di alternare il bastone e la carota nei rapporti con i grandi gruppi dell’auto sta avendo successo per arrivare a un risultato che dovrebbe, da un lato, garantire il potenziamento della produzione industriale negli Stati Uniti e, dall’altro, stimolare le corporations a investire di più anche grazie a una spregiudicata politica di incentivi, fondata in primo luogo sulla rimozione dei severi vincoli ambientali posti dall’amministrazione Obama. Il nocciolo della politica industriale di Trump è in fondo tutto qui: nel protezionismo doganale come minaccia e nella soppressione delle misure ecologiche come incentivo, allo scopo di far rivivere l’America dei produttori, quella di un big business che si manifestava attraverso le grandi fabbriche e le concentrazioni operaie.

Basterebbe questo a far intendere come, nel suo nucleo costitutivo, la visione post-global di Trump si sostanzi di nostalgia. 

 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n.2/17, pp. 318-325, è acquistabile qui]