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Deumanizzare gli ultimi
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In questi giorni di freddo artico che ha avvolto l’Italia provocando vittime da gelo in varie parti della penisola, da Nord a Sud, ci si accorge, come ogni anno quando si verificano queste condizioni meteorologiche estreme, del problema dei senza fissa dimora che transitano, sopravvivono o muoiono nelle nostre città. Piani di emergenza vengono messi in atto per dare un tetto provvisorio a queste persone, volontari affiancano le istituzioni raccogliendo e distribuendo coperte, cibo caldo ecc. per gli emarginati. Poco però sappiamo di loro. Tendiamo a pensare che sia un problema di cui debbano occuparsi le istituzioni e non noi. A Milano non sono stati occupati tutti i posti predisposti per questa emergenza e un senzatetto ha perso la vita in un rifugio di fortuna. Il comune ha chiesto ai cittadini di segnalare persone che dormono all’addiaccio o in ricoveri di fortuna perché possano essere soccorsi e aiutati. Il problema è che noi cittadini preferiamo non vederli. Fanno parte di quel mondo invisibile che ci disturba e di cui non vogliamo occuparci.

Per questo mi sembra interessante l’esperienza di James Beavis, un giovane studente di medicina in Gran Bretagna, che ha trascorso il mese di dicembre come homeless a Londra ponendosi due differenti obiettivi: da un lato quello di cercare di comprendere meglio un fenomeno che può capitare a molti e che ha nella rottura delle relazioni familiari la principale causa scatenante, senza contare che in oltre l’80% dei casi si è in presenza di problemi di salute mentale; dall’altro quello di raccogliere fondi per un’organizzazione non profit che si occupa di homeless e con la quale il giovane collabora da anni.

Un aspetto importante messo in luce da Beavis è l’atteggiamento violento della gente comune nei confronti degli homeless. In un solo mese ci sono stati due casi di clochard dati alle fiamme in Gran Bretagna, e anche in Italia abbiamo avuto almeno un caso simile. In Gran Bretagna i senzatetto hanno 17 volte più probabilità di essere vittime di violenza della gente comune e, nella maggioranza dei casi, chi perpetra gli atti violenti non è un senza fissa dimora.

James Beavis racconta come durante il suo mese a Londra come clochard sia rimasto psicologicamente ferito e intimorito non tanto dagli altri compagni di sventura quanto dalle persone che, per usare le sue parole, hanno deumanizzato gli homeless. Percepiti e considerati come minacciosi, fanno paura ai passanti ma, secondo la sua esperienza, sono molto meno aggressivi della gente comune. Ricevere sputi, essere ignorato per ore, vedere adulti che strattonano e allontanano i bambini dal «pericolo» di un vagabondo, sentirsi emarginato, sporco, vulnerabile, sentirsi in una posizione di inferiorità e di isolamento sociale, essere schernito: così Beavis descrive la sua esperienza.

Il senso di vulnerabilità si attenua quando si trova insieme a homeless che lo aiutano e gli danno consigli su come sopravvivere al freddo, alle intemperie e alla violenza della strada, data la sua breve carriera di vagabondo. Il giorno di Natale ha persino ricevuto un regalo da un altro homeless: «una camicia pulita che era stata donata a quest’uomo che non possiede nulla».

Il clima freddo, umido e ventoso e la gente sono i due elementi da tenere in considerazione quando si cerca un posto per dormire, poiché mentre si dorme si corrono i maggiori pericoli e si è a maggior rischio.

Nelle ultime righe di una intervista rilasciata al Guardian Beavis racconta: «Negli otto anni in cui ho lavorato con gli homeless, e soprattutto dopo questo mese in cui ho vissuto per strada, ho compreso meglio una comunità che è completamente esclusa dalla società, che esprime una pressoché totale mancanza di empatia e di compassione nei loro confronti. Anche se ci sono rare eccezioni. Mi è capitato di svegliarmi e di trovare del cibo accanto a me, e uno sconosciuto mi ha offerto una tazza di thé. Ho visto volontari distribuire cibo e abiti caldi. Non ti aspetti che ogni persona ti dia una sterlina ma un saluto, o un sorriso, possono ridurre il gap che la società ha creato». 

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